Cos’è il carcere

di Salvatore Ricciardi

Tornare in carcere. Perché?

Ci puoi tornare per caso, per un accidente in agguato che ti può balzare addosso d’un tratto. Un inconveniente dovuto al marchio che ti porti stampato in fronte. L’ex detenuto, si sa, in ogni occasione è il sospettato principale.
Ci puoi tornare volontariamente, per constatare i cambiamenti avvenuti e confrontare la nuova realtà con quella di qualche decennio fa.
Ci puoi tornare con la fantasia, per ripercorrere quello spazio e quel tempo annullato, violentato.
Ci puoi tornare perché hai la forte sensazione che lì dentro hai lasciato qualcosa che devi recuperare.
Rientrare con la fantasia non è difficile per noi, «detenuti di lungo corso», che la galera ce l’abbiamo cucita addosso e non riusciamo a strapparcela via, perché è qualcosa che ci accompagna sempre e ovunque.
Capita che persone amiche che non vedi da tempo ti chiedano se hai davvero finito tutto, oppure se stai ancora in uno di quei maledetti «gironi» che accompagnano l’ultima fase della detenzione: la semilibertà, la libertà condizionale eccetera.
Si stupiscono quando con un po’ di esitazione gli dici che sì, hai veramente finito tutto, che puoi muoverti con libertà, che hai addirittura di nuovo il passaporto. Li scopri contenti ma sorpresi, perché per loro tu sei la galera personificata, una galera che nell’immaginario non finisce mai.
Hai voglia a dire a tutti che finalmente hai scontato tutta la condanna, che ti sei lasciato la galera alle spalle, che quei giorni immobili ormai sono solo un ricordo. Anche se quasi ti vergogni a sottolineare il tuo allontanamento dal carcere. Perché là altri corpi hanno preso il tuo posto, e per questo ti senti in colpa.
Tu sei la galera che cammina a cui chiedere notizie su particolari nascosti che può sapere solo chi ha avuto lunga dimestichezza con quel luogo spregevole.
Non si tratta di richieste bislacche, hanno un loro senso.
Pelé, Maradona rappresentano il gioco del calcio anche quando hanno smesso di giocare, così come tu rappresenti la galera anche quando una parte di te ne è uscita. Una parte, appunto.
Perché anche se le carte giudiziarie attestano che tu sei libero a tutti gli effetti, una parte di te rimane comunque dentro e non riesci a farla uscire. Infatti, tutti se ne accorgono.
È questa la ragione per rientrarci: rintracciare quella parte di te che si sono tenuti, riprendersela e provare di nuovo a essere te stesso per intero.
Il carcere è cambiato, ma non nella sua sostanza. I cambiamenti, quelli proposti e i pochi realizzati da ministri e parlamentari, non ne hanno modificato l’essenza. Perché qualcosa può davvero modificarsi solo quando i cambiamenti vengono imposti dalla volontà collettiva dei carcerati che lottano in forma organizzata.
Che cosa succede in carcere? Te lo domandano le persone sensibili che seguono ciò che avviene dietro quelle mura, oppure chi vede portarsi via e chiudere dietro le sbarre una persona cara. Come si troverà? Reggerà la situazione? Te lo domandano e aspettano con ansia una risposta. Che tu non sia più rinchiuso in quelle celle non importa, tu sei comunque la galera e puoi sa pere, puoi capire le vicissitudini di un corpo rinchiuso là dentro: cosa può servirgli, cosa gli si può mandare, cosa viene ammesso e cosa rifiutato, quali accortezze occorrono.
Tenerti aggiornato sulla galera non è facile. Non basta leggere le circolari, le nuove leggi, le notizie che affiorano, spesso travisate, sui giornali e sugli altri media.
Ci rientri con la fantasia e ti accorgi che è vero che dentro la prigione il tempo non passa. Anche se qualche segno lo trovi: quella macchia di umidità sul muro si è allargata, ha contagiato la parete adiacente, è arrivata al soffitto.
Ci rientri per ripercorrere quel tempo sospeso e quello spazio annullato, per non dimenticare le atrocità, per farle conoscere.

 

«Cos’è il carcere. Vademecum di resistenza», Salvatore Ricciardi. Prefazione di Erri De Luca