La città come luogo interconnesso

Intervista a Gilles Clément di Mauro Garofalo

Traffico, tecnologia, reti viarie, produzioni. La città contemporanea è chiamata, sempre di più, ad affrontare le grandi sfide del domani. Per Gilles Clément, paesaggista di fama mondiale, docente all’École nationale du paysage di Versailles, autore di Piccola pedagogia dell’erba (Derive Approdi, €15) la topografia degli spazi urbani è costituita da sconfinamenti, terzi paesaggi in mutamento, spazi in attesa di rifunzionalizzazione.

Da qualche tempo si parla di open architecture: «Cercare soluzioni ai problemi delle città significa adottare il décloisonnement la capacità di indagare lo sviluppo urbano in modo generale, interconnesso». Una città è un organismo: «Bisogna considerare le esigenze degli abitanti, lo spazio in cui essi vivono». È il Garten lo spazio complesso in cui l’umano vive, frutto di relazioni che costituiscono la cornice del quadro in cui viene inscritto il quotidiano: «L’individualismo è un modello economico che forma in modo competitivo, si cresce divenendo più forti degli altri» invece: «Gli uomini possono costruire spazi per il loro incontro. Un’architettura aperta, collaborativa porta gli abitanti a condividere pratiche urbane: penso al riciclo, alla vegetalizzazione dell’architettura come accade in Giappone, a Milano con i palazzi di Boeri, le città-giardino…» Sono i paesaggi nuovi che cambiano la fisionomia delle città, quartieri in grado di combinare ambiente e futuro.

Per l’architetto: «Esiste la possibilità di lasciare spazi liberi» i vari elementi che compongono la diversità compongono lo spazio urbano, la tecnologia serve al mantenimento dei tempi: «La diversità si collega al concetto di frontiera. Gli spazi-limite abbandonati possono essere una risorsa, ma occorre un’educazione estetica», non siamo abituati a guardare crescere liberamente gli spazi: «La scelta di non intervenire non dev’essere una dimenticanza, quanto un’intenzione». L’abbandono come spontaneità, spazi délaissé residui che impongono una capacità di immaginare, una visione.

Nella città planetaria occorrono interventi specifici: «Sugli spazi verdi pubblici sui quali sperimentare la tecnologia, e programmi ecologici di mantenimento».

Esistono poi spazi di scambio: «Con la crisi molte persone hanno deciso di coltivare piccoli appezzamenti di terra in comune… sono persone non specializzate che intervengono su una porzione di territorio e danno origine a micro-economie di prossimità, un altro piano di occupazione della città».

Passato e presente si combinano nella dinamica urbana: «Dalla seconda guerra mondiale fino agli anni Novanta abbiamo assistito a uno sviluppo non ragionato delle città, che si è ripercosso anche sulle terre ricche, dove gli abitanti vivevano di produzioni locali… Tutto finì con l’estensione esplosiva dei Trente glorieuses» – con il termine “30 anni gloriosi” si indica la crescita che si ebbe a livello mondiale nel periodo 1945-’73 ndr: «Anche se si dovrebbe parlare dei Trenta (anni) disastrosi!». Da lì: «Abbiamo lottizzato aree senza lasciare spazio al verde, ci siamo appropriati dei territori senza ragionare sulla densificazione urbana (cfr.di David Owen Green Metropolis e foto di Micheal Wolf ndr)». Qualcosa sta cambiando: «Ripensare l’architettura oggi vuol dire sostenere la creazione di strutture verticali, progetti per il mantenimento del suolo, proteggere zone fertili per la produzione alimentare».

Qualche anno fa Gilles Clément parlava di vento come creatore di paesaggi imprevedibili. Ora che il vento del futuro va formando le città, il percorso da fare si coniuga al progredire, cheminement: «Il vento apporta l’inatteso, trasporta semi leggeri che arrivano da lontano, che sono parte della mescolanza planetaria. Le città del domani dovranno essere progettate con, e non contro, chi arriva da fuori, sarà l’apporto delle culture esterne a disegnare le nuove realtà e l’evoluzione».

Un esempio di metropoli planetaria: «Curitiba in Brasile si è sviluppata occupando il suolo in maniera intelligente, incentivando l’utilizzo massivo di mezzi pubblici, ridotto il problema del riciclo e delle discariche con il progetto troco verte, le persone conferiscono rifiuti in cambio di frutta e verdura. È un modello di sviluppo che anticipa problemi che, a breve, toccheranno le città di tutto il mondo (in 40 anni, Curitiba è passata da 300mila a 2 milioni di abitanti ndr)».

Esistono esempi di città planetarie anche in Europa, Clément indica una direzione: «Penso alla Germania e all’Europa del Nord». Il futuro delle città è lì, all’orizzonte.

«il Sole 24 Ore», 17 maggio 2015