Per una nuova sorellanza

di Eleonora Meo

 

“Noi donne [Nere] abbiamo condiviso così tante esperienze simili. Perché questa comunanza non ci porta ad avvicinarci, invece che scagliarci l’una alla gola dell’altra con armi ben affilate dalla familiarità? La rabbia che scaglio contro l’altra donna [Nera] non appena devia anche di pochissimo dal mio immediato bisogno o desiderio o concetto di risposta appropriata è una rabbia profonda e dolorosa […] Quella rabbia che maschera il mio dolore perché siamo così separate, noi che dovremmo essere insieme […] Cancella o sii cancellata!”.

Così scriveva Audre Lorde nel 1984 in Sorella Outsider, nel capitolo «Guardarsi negli occhi: donne Nere, Odio e Rabbia» in cui analizza gli impatti nocivi dell’interiorizzazione di razzismo e sessismo nelle donne nere che impediscono la realizzazione di una reale sorellanza Nera. Le parole di Lorde, anche se rivolte a una comunità cui non appartengo, fanno eco nel mio vissuto e mi interpellano come donna e femminista del movimento italiano.

Una delle figure chiave del femminismo intersezionale nonché figura ponte tra il movimento nero per i diritti civili e il movimento di liberazione lgbt statunitense, Lorde era ben consapevole che le connessioni tra donne e tra soggettività oppresse non avvengono automaticamente in virtù delle nostre somiglianze e che spesso è più facile affrontare le manifestazioni esterne di patriarcato che non fare i conti con gli effetti più insidiosi delle sue distorsioni interne alle nostre coscienze (anche come femministe). Il patriarcato ci priva da secoli l’una dell’altra attraverso un processo di deprivazione materiale e simbolico, funzionale al nostro sfruttamento, che ci separa costantemente, ostacolando le possibilità di una ricomposizione politica tra soggettività che vivono forme e posizionamenti diversi all’interno dell’oppressione (di classe, razza, genere, sessualità, ecc.). Le dinamiche patriarcali che tutte, nostro malgrado, abbiamo interiorizzato ci rendono allo stesso tempo attratte e diffidenti l’una verso l’altra. Diventiamo particolarmente rigide nelle nostre teorie e intransigenti nelle nostre pratiche, soprattutto con quelle che sono le nostre sorelle e potenziali alleate nella lotta contro il patriarcato e le sue logiche eteronormative (come ad esempio le persone lgbt*qia+). Pretendiamo immediatamente una perfezione (di teorie, pratiche e vedute) che normalmente non chiederemmo mai nemmeno ai nostri nemici. È ancora Lorde che mi aiuta a nominare questo disagio vissuto nella società e rivissuto, in parte, anche nella sorrellanza: «A volte esplorare le nostre differenze è come andare in guerra».

Questo 8 marzo sarà il quarto anno di mobilitazione del movimento femminista e transfemminista globale che continuerà anche il 9 marzo con lo sciopero globale di 24 ore dal lavoro produttivo e riproduttivo (sciopero inteso anche dal lavoro salariato, che tuttavia in Italia è stato vietato dalla Commissione Garanzia per emergenza Coronavirus). La strada che come movimento abbiamo fatto in questi quattro anni è stata lunga e non priva di ostacoli, molti di questi li abbiamo superati con la forza e la solidarietà che da sempre ci contraddistingue continuando a inondare le strade e le piazze con i nostri corpi e le nostre grida di liberazione, difendendo le Case delle donne e gli spazi femministi dagli attacchi delle istituzioni, aprendone di nuovi, moltiplicando la nostra presenza nei luoghi di lavoro, nelle scuole, nelle università e in tutti quei luoghi dove la violenza di genere continua ancora a colpirci forte. In questi quattro anni abbiamo costruito nuove alleanze, tuttavia, e qui vengo al punto, ne abbiamo anche perse altre.

Negli ultimi tempi i rischi di frammentazione e indebolimento della nostra solidarietà sono diventati sempre più tangibili, con diverse frange di femminismo fuoriuscite dal movimento, guerre teoriche e politico-identitarie combattute a suon di manifesti sull’8 marzo dai toni intransigenti, comunicati politici e prese di posizione stigmatizzanti nei confronti tanto del femminismo intersezionale e del transfemminismo quanto del femminismo della differenza e del femminismo radicale. Nessuna è stata risparmiata in questa guerra all’ultimo sangue tutta interna alla nostra comunità e di cui Lorde, attraverso l’estrema lucidità poetica e politica che la contraddistingueva, aveva già saputo individuare le cause e metterci in guardia dai pericoli.

Forse abbiamo dato per scontato di ricordare fino in fondo la complessità di ciascuna di queste correnti teoriche di pensiero e pratiche di lotta, finendo per farci dividere dalle nostre stesse differenze all’interno della costellazione femminista – una costellazione di teorie e pratiche eterogenee, inafferrabili, intraducibili e, soprattutto, mai riducibili a un’unica visione ferma nel tempo. Anziché tentare di far convergere verso lo stesso punto tutte le differenze di cui il femminismo è composto e vedere le diversità e posizionamenti come un reale punto di forza da sfruttare per allargare la nostra rete di relazioni e allungare così l’onda femminista, stiamo rischiando di cancellarle o di invisibilizzarle (operazioni, queste, che dovremmo lasciare al patriarcato) pur di assumere una comunanza forzata all’interno di un’unica visione di liberazione.

La recente pubblicazione Introduzione ai femminismi (Derive Approdi 2019) a cura di Anna Curcio, è frutto di un desiderio e di un’operazione politica e pedagogico-editoriale che vuole contribuire a tenere aperto lo spazio critico di interrogazione interno al femminismo, ponendo alcune sfide su temi oggi più che mai fondamentali per il movimento femminista italiano e per il suo avanzamento politico. Questo vademecum, nato da un corso di formazione femminista svoltosi a Bologna, parte da un’esigenza (sentita da molte) di ricostruire la propria genealogia politica, riconsiderando cinque tappe della critica femminista del secondo Novecento – il femminismo marxista della rottura ricordato da Anna Curcio, il femminismo nero e intersezionale tracciato da Marie Moïse, il femminismo della differenza analizzato da Federica Giardini, il femminismo materialista francese ricostruito da Sara Garbagnoli, il femminismo queer proposto da Federico Zappino e, a chiudere il volume, la ricostruzione del contesto politico-istituzionale degli anni Sessanta e Ottanta operata da Lorenza Perini –  a partire dalle letture di autrici che, a vario titolo, partecipano attivamente all’attuale movimento transfemminista italiano.

Il libro segna dunque un primo gesto fondamentale di pratica femminista, ovvero quello di ritessere storiche connessioni, raccogliendo le eredità dei femminismi passati che ancora oggi caratterizzano alcune delle nostre differenze. Ciascuno di questi cinque momenti del femminismo ha prodotto resti che in ogni congiuntura storica e sociale vanno rimontati, riassemblati, tracce accumulate nel tempo in forme più o meno visibili che tuttavia possono contribuire a non farci dimenticare il luogo da cui si parte e il terreno comune entro il quale si lotta. Saper raccogliere un’eredità di saperi e di pratiche femministe e portarle avanti trasformate, resta una delle più grandi sfide che oggi abbiamo davanti e che come movimento dovremmo saper cogliere.

Queste eredità ci ricordano come il metodo femminista sia storicamente riuscito, a livello trasnazionale e in modo intersezionale, a distendere (lungo linee che seguono quelle di razza e di genere) alcune categorie che ancora oggi sono date per scontate come, ad esempio, il lavoro salariato come unico ambito di produzione di valore per il capitale oppure la famiglia come luogo universale di oppressione patriarcale e di sfruttamento per le donne. Se, infatti, il «femminismo marxista della rottura» è riuscito a rompere con la visione classica marxista basata sul primato, nel processo di accumulazione capitalistica, della sfera produttiva maschile (lavoro salariato) sulla sfera riproduttiva femminile (lavoro domestico e di cura), il femminismo Nero è riuscito a mettere in discussione quella visione del femminismo bianco che concepiva il primato della dimensione sessuale nell’oppressione delle donne, mettendo invece in luce il ruolo fondamentale della famiglia come luogo di supporto reciproco e di difesa dal razzismo strutturale che le donne Nere vivono quotidianamente negli spazi pubblici. I nostri diversi posizionamenti all’interno dell’oppressione, quindi, determinano non soltanto il posto che occupiamo nei rapporti di potere ma anche il modo in cui concepiamo alcune categorie o viviamo i luoghi di sfruttamento patriarcale. La casa e lo spazio domestico possono essere luoghi di oppressione o di resistenza (come scriveva bell hooks) a seconda che si incarni un corpo di donna Bianca o Nera.

Tracciando alcuni dei più significativi percorsi femministi del Novecento questo volume ci ricorda dunque che un movimento femminista deve tenere dentro «tutte», ovvero deve essere attraversato dal femminismo in tutte le sue diverse declinazioni e riconfigurazioni, altrimenti il rischio è non solo quello di depotenziare la politica della relazione ma addirittura di amputare la propria capacità analitica e di lettura del reale, il proprio percorso di pratiche e saperi. Come ricorda Federica Giardini nel suo saggio, ancora oggi assistiamo «al problema drammatico che in Italia ha interessato il rapporto tra le diverse generazioni femministe, ovvero un problema fatto di scomuniche, giudizi negativi sempre assolutamente preventivi, esonero dall’esposizione alle relazioni, aspettative di ripetizione e somiglianza, incapacità se non rifiuto di prestarsi, e dunque di trovare nuove e diverse posizioni, per il potenziamento delle lotte femministe emergenti» (p.54). Al contrario, continua Giardini, un pensiero vivo non può che deperire, rigenerarsi, trovare altre e nuove parole nelle contraddizioni e nei conflitti che incontra. Diventare soggetto di una lotta comune, quindi, lungi dall’essere un’impresa individuale solipsistica, si fa prendendo parola all’interno di un circuito discorsivo, sicuramente non pacificato né privo di conflittualità teoriche e politiche, dove ognuna a partir da sé e dalla propria specificità partecipa in quello spazio critico e pratico in cui «so di me per quel che un’altra mi restituisce» (p.51).

Ebbene, questa tensione all’«eccedenza» dovrebbe a mio parere restare quanto mai attuale e viva all’interno del nostro movimento, spingendolo a un costante riposizionamento critico, dove la relazione non può cessare di essere una delle pratiche politiche imprescindibili del femminismo. Questo vademecum e la collettività di autrici che gli ha dato vita ci forniscono alcuni strumenti teorico-pratici quindi fondamentali per ragionare non soltanto sulla nostra storia politica ma anche sui metodi e sulle pratiche da sperimentare nel nostro presente di lotta. L’obiettivo comune che ci dovrebbe muovere è sommare le nostre differenze all’interno di una solidarietà che non le faccia confondere, lottando contro un sistema capitalistico globale che si fa anello di congiunzione di una varietà di gruppi oppressi dal patriarcato: l’unico nemico contro cui dobbiamo muovere la nostra guerra e che storicamente ci deumanizza, lui sì, senza distinzioni.

«Jacobin Italia», 8 marzo 2020