Prefazione a «Quasi Goal» di Luca Cardinalini

 

di Gianni Mura

Viviamo in uno strano paese: il signor Collina gira sotto scorta. È un magistrato che lotta contro la mafia o la camorra? No. È ministro in un settore molto delicato? Nemmeno. È talmente ricco da poter essere sequestrato? Neanche. È, semplicemente, il designatore arbitrale, ossia colui che ogni settimana decide se spedire Pinco ad arbitrare l’Empoli e Pallino l’Inter, o viceversa. Nessun suo pari grado è in una situazione del genere, in Europa. È lo stesso paese in cui una squadra di A, la Fiorentina, crea scandalo con una variazione del terzo tempo del rugby. Non si bevono birre con gli avversari a fine partita, ma si aspettano all’imbocco del tunnel per gli spogliatoi:  applausi, strette di mano, abbracci, non importa quale sia stato il risultato. Lo scandalo è in parte nel buon esempio, nei fatti, basta chiacchiere sui massimi sistemi, ma anche nelle reazioni delle altre squadre, in Lega: un rituale dev’essere spontaneo, non imposto: chiacchiere, appunto.
È lo stesso paese in cui nel dicembre scorso una squadra di Allievi (10-11 anni), in Toscana, si è fermata per protestare contro le intemperanze del pubblico, cioè dei genitori dei piccoli scioperanti (gli educatori, in teoria). Ne avevano per tutti, gli educatori: l’arbitro, i guardalinee, gli avversari, ma anche i compagni del figlio, se sbagliavano un passaggio.
È un paese in cui si gioca col lutto al braccio, o si rinviano partite, si osservano minuti di silenzio che di silenzioso nulla posseggono, per dirigenti linciati su un campo calabrese, per un poliziotto ucciso dai tifosi a Catania, per un tifoso ucciso da un poliziotto sulla spianata di un autogrill vicino ad Arezzo, mentre gli omicidi tra tifosi (a coltellate, a razzi, a sprangate, a mattonate) sembrano appartenere al passato. È un paese in cui si parla molto degli stadi degli altri (quelli inglesi, su tutti) e di adeguare i nostri, cominciando con l’abolizione delle barriere tra i vari settori e delle barriere (vetrate, inferriate) che proteggono e contengono il campo. Obiezione: non abbiamo ancora la giusta cultura sportiva. Vero. E chi dovrebbe darcela? La scuola, la famiglia, i giornali, la Tv, il mondo dello sport e del calcio in particolare? E quando finalmente avremo questa cultura? Dopo aver letto questo libro di Cardinalini, una risposta sola nasce spontanea: non l’avremo mai, cerchiamo di limitare i danni e amen. Perché questo libro è la parte sommersa dell’iceberg, l’altra faccia della luna. È il calcio con pochi spettatori, quello che difficilmente va in Tv. È un West con pochissimi sceriffi e molti occasionali banditi. È un mondo di calciatori che non sognano più di arrivare da nessuna parte, tutti i treni sono passati. È un mondo dove si rischia la pelle ogni domenica.
Sono fortunati, privilegiati gli arbitri che designa Collina. I loro gesti sono sezionati da cento moviole, ma l’incolumità fisica è garantita da un apparato di sicurezza massiccio e il gioco vale la candela. Un arbitro guadagna bene, tra campionato e coppe europee guadagna molto più d’un medico. Anche il suo ego è in buona salute. È popolare, e quando smette d’arbitrare diventa un personaggio Tv, va in Tv a fare le bucce ai suoi ex colleghi. Gira spot perfino Cesari, è detto tutto.
Ma quelli del calcio sommerso, arbitrano per due soldi che vedono molto in ritardo. Al massimo c’è un paio di vigili o di carabinieri a garantire (si fa per dire) l’ordine pubblico. Non è raro che il dirigente addetto all’arbitro sia il primo a minacciarlo, insultarlo e picchiarlo. L’arbitro è aggredito anche quando la squadra di casa vince (è accaduto a Ghilarza). Si ripassa la geografia di un’Italia calcisticamente sconosciuta: Lendinara, Penne, Boville Ernica, Ulassai, Polignano, Bellinzago. Uguali i cori razzisti, uguale la solitudine dell’arbitro. Lancio di bottiglie piene, di lattine, di chupa-chups, di pietre, calci e pugni dove capita, sigarette spente sulle orecchie, razzi talmente potenti che vanno a finire 400 metri oltre lo stadio, petardi, ma soprattutto sputi, il modo più schifoso di rivolgersi a un proprio simile.
Cardinalini non fa prediche sociologiche, attinge ai referti (spassosi nel loro linguaggio burocratico, tremendi nei contenuti) e alle sanzioni inflitte dalle commissioni disciplinari. E credo che da questa sua scelta, chiamiamola minimalista, derivi la grande efficacia di questo libro. Sappiamo i fatti, il resto possiamo immaginarcelo: i campi con poca erba, gli spogliatoi dove l’acqua calda non è garantita, la propria auto (spesso il primo bersaglio) come unica via di fuga, il pubblico che preme contro la porta del camerino, le telefonate dall’assedio. Oppure no, che sollievo, fuori non si sente più nessuno. Errore: ti stanno aspettando alla seconda curva, ben organizzati.
In questo paese l’arbitro viene fischiato a prescindere. È già colpevole, prima ancora di commettere errori. «Un uomo solo è al comando». Così ricordiamo le radiocronache di Mario Ferretti, e l’uomo solo era Coppi in fuga. Oggi l’uomo solo al comando è un arbitro anonimo. In tasca non ha schede svizzere, dirige partite così poco importanti che non vale le pena di corromperlo. Non c’è moviola, non si saprà mai se era rigore oppure no, se ha ragione o torto. La sua solitudine è totale. La nostra comprensione parziale. O è un pazzo o è un eroe. In un paese normale, sarebbe uno normale.