Storia di un libro

di S. B.

Il libro «Storia di una foto» c’ho messo due mesi a farlo, ma vent’anni a pensarlo. Infatti, vent’anni fa mi arrivò da Parigi uno scritto di Maurizio Lazzarato che aveva lo stesso titolo e che trattava, ovviamente, lo stesso argomento: quella maledetta fotografia divenuta nei media l’icona del terrorismo anche, se non soprattutto, in seguito alla lettura critica che ne aveva fatto a caldo Umberto Eco: il «pistolero» solitario isolato dalle masse, quindi fuori dalla storia del movimento operaio ecc. Lazzarato nel confutare le tesi di Eco partiva bene, ma quasi subito i suoi ragionamenti si attorcigliavano su se stessi e non si capiva bene dove andassero a parare. Tanto è vero che il testo era (e rimase per sempre) tronco e incompiuto.
Ho conservato quel testo (caldeggiato da Raffaele Ventura, Coz, che in quella vicenda rimase giudiziariamente coinvolto) per moltissimi anni. Ogni tanto lo toglievo dal cassetto e lo rileggevo ricavandone però la medesima sensazione di inconcludenza. Lo sprazzo di luce che quel testo gettava sui fatti in questione durava il tempo di un cerino acceso nel buio. È probabile che di tanto in tanto riandavo a quella lettura per il riemergere dall’inconscio del riflesso di quella foto che aveva determinato per tante ragioni, chiare e meno chiare, una indiscutibile disfatta politica, ma anche umana. Finché un giorno mi liberai di quello scritto con uno di quei gesti improvvisi e decisi che si fanno quando ci si convince della necessità del doversi liberare da un tormento inutile e insensato.
Ma non ebbi fortuna, perché destino volle che poco tempo dopo Coz si riaffacciò da Parigi proponendomi di partecipare (anche con il regista Osvaldo Verri) alla realizzazione di un film documentario sul tema della sparatoria tra autonomi e polizia avvenuto a Milano in via De Amicis il 14 maggio 1977. Film che, guarda caso, doveva avere come titolo «Storia di una foto». Film che non si è mai fatto. Così, quel che avevo scacciato dalla porta rientrò dalla finestra in modo ancora più prepotente.
Andai a passare un fine anno a Parigi dove mi incontrai con Coz, là rifugiato ormai da trent’anni.
Parlammo dell’idea di un libro che avrebbe dovuto anticipare l’agognato film. Coz mi consegnò un malloppo di 500 pagine: le motivazioni della sentenza del processo giudiziario conclusivo sui fatti di via De Amicis. Tornai a casa la sera e feci l’errore di sbirciare le prime pagine. Passai tutta la notte precedente al mio rientro a Roma a leggere le carte processuali. Più leggevo e più la stanza si animava di parole, di figure e di scene che emergevano e fluttuavano dalla memoria. Rilessi quelle pagine altre due volte e come per magia il libro mi si configuro da solo in testa. E fu fatto.
Andò esaurito in fretta e fu ristampato. E finì esaurito di nuovo. Dovremo deciderci a farne una terza ristampa.