Un pregiudizio lungo quarant’anni

di Sergio Bianchi

Le ragioni del perché Toni Negri sia lodato dagli intellettuali di mezzo mondo quanto disprezzato da quelli del suo paese non è di facilissima comprensione. In parte sarà senz’altro dovuto al residuo di quella montagna di odio che quasi quarant’anni fa i media hanno saputo orchestrare nei suoi riguardi. Eppure non si deve trattare solo di questo. Perché il livore dimostrato in alcune recensioni alla recente pubblicazione della sua autobiografia fa sorgere il dubbio sull’esistenza di un istinto pregiudiziale che, per paradosso, vorrebbe addirittura negargli la legittimità del ruolo di intellettuale. Come a dire che non merita di appartenere a quella casta perché ne è stato escluso innanzitutto per indegnità morale, essendo stato responsabile della degenerazione violenta di decine di migliaia di giovani ai quali aveva rivolto i sui cattivissimi insegnamenti.
A queste reiterate accuse Negri sembra rispondere con il sorriso beffardo dell’immagine di copertina del suo libro.
Come a dire che no, non gli sono bastati oltre dieci anni di galera e quattordici di esilio per pentirsi della sua lunga esistenza spericolata e a precipizio, effettivamente non riconducibile nei rassicuranti quanto banali panni dell’intellettuale dispensatore di sani insegnamenti sull’opportunità della civile convivenza. Perché Negri, piaccia o no, è sempre stato un intellettuale schierato con la lotta di classe e convinto assertore di quella trontiana massima «operaista» che con assoluta chiarezza recita: conosce veramente solo chi veramente odia. I padroni s’intende. Perché Negri, piaccia o no, è sempre stato, insieme, filosofo della politica e militante politico, e ciò in modo coerente e indissolubile.
A riguardo le pagine sulla sua partecipazione alle lotte operaie a Porto Marghera negli anni Sessanta, e poi la fondazione di Potere operaio, e poi ancora dell’Autonomia operaia, sono un straordinaria testimonianza di cosa significhi essere soggetti produttori di ricerca teorico filosofica e insieme militanti politici (anche) di base. E sempre a proposito della dispensazione di una sana conoscenza, alle anime belle che affollano la nostrana casta degli intellettuali, le quali a sentir nominare Negri trattengono a fatica l’istinto di sputare per terra, andrebbero chieste le ragioni del perché la condizione culturale del nostro paese, a partire dalle università, versa nelle note, miserabili condizioni. A Luciano Ferrari Bravo, l’amico intellettualmente più legato a Negri e di conseguenza con lui stupidamente ristretto al gabbio, era persona pacata, gentile e mite, solo una cosa riusciva a mandarlo veramente in bestia, appunto l’accusa di essere stato, all’epoca, lui e tutto l’Istituto di scienze politiche di Padova, dispensatore di ignoranza. Ed è appunto con il riscontro dell’approccio a una conoscenza non convenzionale sulla storia della lotta di classe nel nostro paese, dal dopoguerra alla fine degli anni Settanta, che andrebbe affrontata la lettura dell’autobiografia di Negri. Un lavoro che ha visto la partecipazione, segnata da un serio rigore quanto da una silente e riservata modestia, di Girolamo De Michele, Tommaso De Lorenzis e Vincenzo Ostuni.
A chi volesse avventurarsi in questa impegnativa ma appassionante lettura, che svela nella sua prima parte le vicende meno conosciute della biografia di Negri, quelle della sua infanzia, adolescenza e giovinezza, va consigliata, a compendio, l’accostamento di un altro suo libro, Pipe-line. Lettere da Rebibbia, un’opera che ripercorre nello specifico tutti i principali passaggi della sua formazione filosofica, teorica e politica.

«il manifesto»,16.3.2016