Come vignaioli alla fine dell’estate

 

di Corrado Dottori

C’è questo primo fermo immagine dell’estate 2019 che continua a passarmi per la mente.
Una slitta trainata da cani, un cielo azzurro e luminosissimo, una linea di montagne sullo sfondo. La slitta e i cani viaggiano sospesi sull’acqua. Camminano letteralmente sulle acque.
La foto è stata scattata in Groenlandia e mostra lo scioglimento del permafrost: appena sotto il pelo dell’acqua c’è il ghiaccio che si sta sciogliendo e sul quale i cani e la slitta stanno scivolando, generando l’incredibile effetto ottico.
C’è poi una seconda immagine molto potente in questa estate a tratti surreale: si tratta di una foto satellitare che mostra gli incendi scoppiati in Siberia. Si stima che tre milioni di ettari fra boschi e tundra siano andati in fumo, rilasciando 140 milioni di tonnellate di CO2, una cifra assolutamente gigantesca che ci racconta di una dinamica climatica totalmente fuori controllo.
Infine c’è un’ultima fotografia che rincorre nella mia mente le altre due, provando in qualche modo a cancellarle. Siamo in mezzo alle rovine di Micene, in mezzo a grandi blocchi di pietra che testimoniano di una grande civiltà in frantumi. Ecco, proprio lì, in mezzo ad alcune pietre di una antica dimora devastata, cresce una vite. Una vite selvatica. Che prova a farsi strada e a sopravvivere là dove non c’è più nulla.
La vite. Pianta resiliente, testarda e ribelle. Unica forma di vita in mezzo al vuoto.
È un’immagine che mi fa riflettere sul movimento dei vignaioli naturali. Su quanto sia al centro del grande cortocircuito fra natura e cultura e su quanto poco stia facendo per prendere davvero posizione di fronte alla catastrofe ecologica.
La crisi ambientale che stiamo vivendo è in gran parte una crisi della Politica.
Nel 1975 Wallace Broecker pubblicava su «Science» un articolo dal titolo emblematico: Climatic Change: Are we on the Brink of a Pronounced Global Warming?. L’insostenibilità del nostro modello di sviluppo è cioè cosa nota da sessant’anni almeno, eppure non è mai stata davvero al centro delle campagne elettorali o dei programmi politici di nessun grande partito politico di massa.
Nella riedizione di Tempi storici Tempi biologici, nel 2005, Enzo Tiezzi affermava «con un misto di imbarazzo e di orgoglio che le previsioni di vent’anni fa si sono dimostrate fondate e scientificamente corrette». Nulla si crea e nulla si distrugge, la legge della termodinamica non fa sconti a nessuno: il ciclo del Carbonio sta alla base dell’aumento fuori controllo delle temperature del pianeta. I politici lo sanno da tempo. Ma nessuno ha mai davvero agito.
Eppure, se una speranza esiste, questa risiede ancora una volta proprio nella politica.
In una nuova rotta.
Veniamo da anni, decenni, dominati dalla cieca fede in una dimensione globale sbagliata che ha prodotto danni sociali ed ambientali devastanti. La reazione è stata peggiore del male: una tendenza a rifugiarsi nell’identità locale e in un nuovo nazionalismo escludente.
Dobbiamo cambiare immaginari, utilizzare nuove parole, pensare nuovi attori. Delineare i protagonisti della nuova lotta che si muovano in un terzo orizzonte, al contempo locale e globale.
«Ci vuole un termine che raccolga la stupefacente originalità (la stupefacente antichità) di questo agente. Chiamiamolo per il momento il Terrestre, con la T maiuscola per evidenziare che si tratta di un concetto; e, anche, per precisare in anticipo dove ci si dirige: il Terrestre come nuovo attore politico».
Ho scritto questo libro con tutta l’urgenza che un mondo arrivato al capolinea può generare.
Con gli occhi di un agricoltore che vede la natura cambiare giorno dopo giorno, immerso in una pratica quotidiana che dipende spesso da variabili incontrollabili.
Ho scritto questo libro nella speranza che possa informare, angosciare, sensibilizzare. Che possa convincere almeno un solo lettore della necessità di un attivismo concreto e radicale contro il riscaldamento globale.
Il pessimismo della ragione mi porta a pensare che sia già troppo tardi. Al tempo stesso credo che non si debba lasciare nulla di intentato.
Lo dobbiamo ai nostri figli cui lasciamo un pianeta in fiamme.

7 ottobre
L’autunno arriva nelle Marche dai Balcani.
Il vento gira da nord est portando al mattino quell’aria frizzante che sembra una doccia fresca in estate. Apri la porta di casa e ti prende a schiaffi.
Quest’anno prima del solito.
Sarà stata l’estate così calda o sarà che me l’ero dimenticato.
La nostra diciannovesima vendemmia è finita da due giorni con la raccolta del Montepulciano, venti giorni prima del solito. Abbiamo iniziato il 19 di agosto con le prime basi di Verdicchio.
Un nuovo record assoluto di precocità.
Con l’autunno scende quella luce incredibile che c’è solo in ottobre. Colpisce le cose di lato, le illumina come esistessero specchi sparsi per la campagna, per il mondo, come se milioni di cristalli e di gioielli fossero appesi agli alberi, ai tetti, agli aquiloni.
Qualche contadino brucia ramaglie nei campi e il fumo si alza nel cielo disegnando piccole nubi dai contorni precisi, senza sbavature. Le olive maturano velocemente sui rami argentati.
Le colline presidiano il loro spazio nette, in bassorilievo, e così gli appennini poco più lontano.
Mi sento vuoto e stanco.
Tutti gli anni la vendemmia mi succhia ogni sussulto vitale, ogni energia. Quando arriva la fine, quando l’adrenalina si scarica, quando per la prima volta dormi leggero, senza pensieri, più delle quattro o cinque ore che hai dormito – se hai dormito – nelle ultime settimane, allora le tue fibre cedono. Tutto di un colpo. Di schianto.
C’è chi si ammala, c’è chi dorme per giorni e giorni, c’è chi semplicemente si ammutolisce e stacca la spina. I vignaioli non sono tutti uguali. C’è anche chi festeggia.
A me generalmente viene un’angoscia incontrollabile. Una sensazione di vuoto plastica e tangibile. La sento sulla pelle come una maledizione. Come se proprio tutta la bellezza della luce di ottobre portasse con sé la consapevolezza che è tutto inutile, tutto insensato, tutto fuori tempo massimo. Un intero anno di lavoro è in cantina, fermenta, vivo come solo milioni, miliardi, di microrganismi in piena attività possono essere e io me ne sto sdraiato sull’erba umida, senza forze, a pensare che questa fine altro non è che un nuovo inizio. La ventesima vendemmia inizia ora, anzi è già cominciata. E il loro susseguirsi accanito e senza tregua segna inesorabilmente il mio, il nostro, invecchiare. Il nostro scorrere lungo questo piccolo attimo di storia umana e terrestre.
Allora chiudo gli occhi. E cerco di essere solo natura, di essere solo esistenza. Senza una fine e senza un inizio. Un unico continuo processo naturale che non cerca risposte, che non fa domande.
Ma non ci riesco.