Frammenti inediti di una fantastica vita: La rivista Quindici

 

di Nanni Balestrini

«Quindici» era nato come una rivista di letteratura fatta da un gruppo di scrittori che non volevano occuparsi solo di letteratura ma anche dei fatti del mondo. Fin dai primi numeri, per esempio, si è parlato della guerra arabo-israeliana, del Vietnam, di Cuba.

Era l’autunno del ’67, un periodo di avvenimenti sconvolgenti e importantissimi. Da lì a poco è scoppiato il ’68 italiano con i fatti di Palazzo Campana, l’occupazione da  parte degli studenti dell’università di Torino per protestare contro i metodi dell’insegnamento. In fondo erano richieste riformiste di ammodernamento degli studi per adeguare la formazione a quel che era cambiato nel mercato del lavoro. Poi la contestazione si è allargata alla società e alla politica in generale, ma all’inizio era un  movimento solo studentesco.

Mentre a quei fatti la gran parte dei giornali e dei media hanno reagito violentemente, i collaboratori di «Quindici» ne sono rimasti molto colpiti e interessati. Infatti è  stato subito organizzato un inserto della rivista che raccoglieva molti documenti sulle lotte di quel movimento. Si è trattato di una scelta originale perché allora le lotte non trovavano facilmente sbocco non solo sulla stampa ufficiale ma neanche sulle riviste di sinistra. Per esempio «Quaderni piacentini» preferiva pubblicare articoli di intellettuali che scrivevano sulle lotte, che le interpretavano con le loro analisi e i loro giudizi, spesso importanti. Ma la cosa interessante e assolutamente nuova che si era  manifestata con il ’68 era la presa della parola da parte di chi lo stava facendo. E a questo evento su «Quindici», numero dopo numero, è stato dato sempre più spazio fino a produrre una lacerazione all’interno della redazione. Una parte del gruppo che faceva la rivista aveva scarso interesse per quanto stava accadendo e voleva che si tornasse alla formula originaria che prevedeva che gli scrittori parlassero dei loro problemi o anche dei grandi problemi del Mondo ma senza interferenze dall’esterno.

Ma poi era il ’68 in sé che scatenava opinioni diverse e lacerazioni. È stato come un grosso sasso buttato in uno stagno. Questo sommovimento delle cose, delle idee ha investito ovviamente anche gli scrittori che facevano «Quindici» e molte opinioni che tra di loro prima erano comuni sono saltate. Di conseguenza si è preferito interrompere la rivista.
Ma nel frattempo alcuni dei collaboratori si erano molto coinvolti nel movimento. Tra questi, oltre a me c’erano Filippini, Corrado Costa e Umberto Eco, che poi su queste cose ha scritto un libro, Sette anni di desiderio.

La periodicità della rivista era mensile. Dall’autunno del ’67 all’autunno del ’68 ne sono usciti diciannove numeri perché un paio erano doppi ed è saltato quello di agosto. Non c’era editore e la produzione era autogestita. All’inizio si era pensato di farla pubblicare da un gruppo di editori con cui avevamo fatto delle riunioni: Feltrinelli, Einaudi, Bompiani, Etas Kompas di Caracciolo. Ma le cose andavano per le lunghe e siccome avevamo molta fretta abbiamo deciso per l’autogestione editoriale chiedendo ai quattro editori di impegnarsi a fare della pubblicità. Queste quattro pubblicità coprivano le spese tipografiche. Poi si sono aggiunte le pubblicità di altri editori così si riusciva a pagare anche altre spese, ma non i collaboratori che non sono mai stati retribuiti.

L’innovazione principale è consistita nel progetto grafico elaborato da Giulio Trevisani, un grande grafico che aveva già progettato tra l’altro «Il Giorno» e più tardi «il manifesto», che è stato un adattamento di «Quindici». Tra i primi lavori di Trevisani c’era «Il Politecnico» di Vittorini, insomma era il miglior grafico di giornali di allora. L’idea era straordinaria perché consisteva in una semplicità assoluta: un foglio 70×100 stampato in macchina piana e piegato in due con sei colonne a correre. Non c’era impaginazione, ogni titolo era su una colonna. Quando ne finiva uno ne cominciava un altro, così fino alla fine.
Non c’era il problema dell’impaginazione, si doveva solo calcolare più o meno gli ingombri dei singoli pezzi.

La rivista era distribuita in edicola e nel momento più acuto del ’68 è arrivata a vendere 25.000 copie, una cosa incredibile. Il nome della testata è stato suggerito dal fatto che all’inizio si voleva fare un quindicinale sul modello della «La Quienzaine» francese e quindi era stato progettato un primo logo che consisteva in una grande lettera Q. Siccome ci piaceva molto l’abbiamo tenuta nonostante non si trattasse più di un quindicinale. Poi dopo abbiamo detto, o lasciato dire, che quelli che facevano la rivista erano in numero di quindici ma è stata una cosa a posteriori.

La direzione era di Giuliani, io avevo la direzione editoriale, cioè mi occupavo della gestione pratica. Poi Giuliani si è schierato con parte della redazione che viveva con disagio la linea della pubblicazione dei materiali provenienti dal movimento. Lui criticava quello che nella sua lettera di dimissioni aveva definito «la massificazione del dissenso».
Dopo le sue dimissioni per gli ultimi numeri ho svolto io le funzioni di direttore.

Si è deciso di smettere perché non c’era più unità nel gruppo fondatore. Non si voleva fare scissioni, epurazioni e cose del genere. Così nell’ultima riunione abbiamo votato la mia proposta di chiusura che però è passata per pochi voti.

Oltre agli editori citati, a dare un supporto e sostegno logistico alla rivista c’era Giangiacomo Feltrinelli. Lui la vedeva con molto favore, ma giustamente come noi della redazione non volevo che diventasse la rivista della sua casa editrice Feltrinelli. Io allora ero un suo dipendente e con il suo accordo buona parte del mio tempo lo usavo appunto per fare «Quindici».

Il Gruppo ’63 si scioglie sulla soglia di «Quindici» perché i suoi componenti ritengono che quel percorso ormai si è esaurito. Il gruppo di scrittori è omogeneo a sufficienza per porsi altri obiettivi, primo fra tutti quello di reagire agli attacchi portati dagli organi di informazioni al nostro lavoro culturale. Era successo che «Il Corriere della Sera» due anni prima di «Quindici» aveva nominato direttore Enrico Emanuelli a cui era venuto in mente di fare la pagina letteraria mischiando i collaboratori storici come Carlo Bo, Eugenio Montale, Emilio Cecchi con gli scrittori della neoavanguardia del Gruppo ’63. Così hanno cominciato a collaborare Eco, Giuliani, Guglielmi, Barilli. Questo ha scatenato un pandemonio e nel giro di un anno ci hanno fatto fuori tutti. Per questo abbiamo deciso di fare «Quindici».