Frontiere dell’impresa a rete

 

di Benedetto Vecchi

(questo testo è pubblicato la prima volta sulla rivista «DeriveApprodi» n. 7, nella primavera 1995)

Il non lavoro sta avendo un sinistro successo. Nella società capitalistica esso è sinonimo di precarietà e disoccupazione di massa. Quasi tutte le statistiche, dall’Ocse all’Ufficio internazionale del lavoro, concordano sul fatto che oltre il 10 per cento della forza-lavoro è disoccupata. Una percentuale che non era stata più raggiunta da oltre quarant’anni e che ha seppellito ogni illusione di piena occupazione nei paesi capitalistici avanzati. Più pessimisti di tutti sono coloro che sperano ancora in qualche piccolo correttivo che risolva la situazione. Jaques Delors, ad esempio, invoca un nuovo New Deal, questa volta incentrato sulle autostrade elettroniche e sulla telematica diffusa, per scongiurare il consolidamento di una «società duale» in cui un piccolo esercito di lavoratori e manager vedrà garantito l’impiego a vita e l’accesso ad alcune garanzie sociali, ma che sarà comunque assediato da una moltitudine di precari. In altri termini, la fuoriuscita dalla società del lavoro sta avvenendo secondo le leggi del capitale.
In perfetta sintonia con lo spirito del tempo, Delors considera la disoccupazione come un effetto congiunturale dovuto alla recessione economica; per altri, invece, essa è il perverso risultato del sistema di garanzie a tutela della classe operaia su cui si è basato il compromesso tra capitale e lavoro. Certo, ci sono alcune voci nel deserto che considerano la riduzione dell’orario di lavoro l’unico antidoto alla disoccupazione di massa. Tuttavia, la riduzione dell’orario di lavoro è ormai anch’essa soggetta alle leggi del capitale. O meglio, intorno a questa proposta si è sviluppata una babele linguistica, in cui l’unico termine compreso da tutti è il lavoro nella sua forma salariale. Il lavoro quindi come fonte di identità sociale, come medium per l’accesso ai diritti di cittadinanza; o come eterna dannazione, anche se ridotto a poche ore della giornata.
Così, paradossalmente, una onorata parola d’ordine di liberazione dal lavoro è sempre più una subordinata della flessibilità nell’uso della forza-lavoro. Non che la riduzione dell’orario di lavoro non sia un obiettivo perseguibile. Tuttavia, una condizione preliminare per il suo raggiungimento è il riconoscimento di un reddito in quanto diritto di cittadinanza (1) . Cioè un reddito sganciato dalla prestazione lavorativa e che non sia soltanto una erogazione monetaria da parte dello Stato, ma anche la possibilità di usufruire di alcuni servizi sociali o di poterli autogestire, creando così le condizioni di una gestione dal basso della crisi del welfare state. Il reddito di cittadinanza ha anche il merito di intervenire sulle trasformazioni produttive di questi anni.
La cornice produttiva in cui il desolante panorama della disoccupazione di massa trova accoglienza è l’impresa a rete, vero camaleonte della moderna produzione di merci. La sua capacità mimetica le garantisce di reagire prontamente a ogni variazione ambientale o di mercato. Difficile individuarla in una città o scorgerla su di una mappa computerizzata che tracci i confini produttivi di un’area geografica. Non ci sono ciminiere che segnalano la sua presenza, né grattacieli che portano la sua griffe all’ingresso. L’impresa a rete rimane anonima. Tutt’al più si può ricostruire un improbabile organigramma percorrendo, nodo dopo nodo, il flusso di informazioni che coordina i diversi segmenti del processo produttivo disseminati nei quattro punti cardinali del mappamondo. Inoltre, il tempo di lavoro nell’impresa a rete non è più rappresentabile come una porzione, più o meno grande, della propria vita quotidiana passata in un luogo circoscritto e separato, bensì come un ambito vitale dove i tradizionali confini tra tempo di vita e tempo di lavoro diventano fluidi e continuamente ridefiniti.
Per questi motivi, la produzione di merci post-fordista incarna ancora un modello di relazioni sociali, ma non esprime nessun genius loci, come accadeva nella grande impresa. E quando lo fa, è solo per sostituire a consolidati vincoli sociali un «patriottismo d’impresa» in cui il sacro rispetto delle gerarchie si coniuga con l’enfasi posta sulla creatività individuale o sulla specificità del genere di appartenenza o della condizione biografica. Lo spirito che la anima è invece una cultura della differenza dai contorni oscuri e inquietanti, in cui ogni identità sociale è il simulacro di tradizioni costruite artificialmente. Un’altra caratteristica che le è propria è la mobilità. Infatti, l’impresa a rete si beffa dei confini dello Stato-nazione; inoltre, è vorace di spazi, finendo per coincidere con ogni «ambito vitale» della vita associata. Il suo dominio territoriale è per questo motivo incerto, a differenza della fabbrica fordista che imprimeva il suo marchio a interi quartieri e città. Inoltre, intorno a essa non si costituiscono comunità operaie, né crescono città: semplicemente, l’impresa a rete coincide con la metropoli, sovrapponendosi a essa.
In altre parole, l’impresa a rete è la tecnica produttiva che meglio di altre ha rappresentato il passaggio al post-fordismo. Un passaggio che non è esprimibile solo costruendo il diagramma di flusso dell’organizzazione del lavoro. Su questo argomento, la letteratura è talmente vasta da esprimere oramai compiuti punti di vista, che spaziano dal considerare l’impresa a rete come un sistema cibernetico autorefenziale, all’applicazione della teoria dei giochi per ricostruire i comportamenti dei soggetti sociali coinvolti. Il post-fordismo è però meglio comprensibile alla luce dei rapporti sociali che esso esprime. Il primo, e più evidente elemento che lo qualifica è il tentativo di rendere virtuose, e quindi produttive, le «risorse umane». Per questo, nell’impresa a rete l’automazione flessibile si coniuga con la regolamentazione coercitiva del mercato del lavoro e con la capacità di trasformare la battaglia per il controllo del tempo di lavoro in una variante della flessibilità, gestendo così al meglio la fuoriuscita dalla società del lavoro sotto il regime del lavoro salariato. Infine, lo sviluppo dell’impresa a rete coincide con il declino della piena occupazione, l’ultimo fiore all’occhiello del quarantennale compromesso tra capitale e lavoro che ha favorito lo sviluppo economico delle società occidentali.
Ed è per questa capacità di adattamento che nell’impresa a rete si è sperimentato con successo un’estensione del lavoro salariale alla consulenza esterna e ai subcontractors, rendendo possibile al comando d’impresa di ridurre l’orario di lavoro a subordinata dell’uso flessibile della forza-lavoro. Tuttavia, l’impresa a rete ha dispensato e dispensa tutt’ora ritenute d’acconto, nutrendosi avidamente di lavoro autonomo, senza il quale difficilmente sarebbe diventata l’organizzazione produttiva dominante nel postfordismo. Sergio Bologna, nei suoi studi sul lavoro autonomo, ha ampiamente documentato come l’operaio-massa, espulso dalla grande fabbrica alla
fine degli anni Settanta, sia diventato in seguito un «lavoratore autonomo» che vende la sua forza-lavoro alla nascente impresa a rete, fino a diventarne un nodo, cioè una funzione che aderisce prontamente alle strategie produttive decise dal comando d’impresa. Ciononostante, la crescita del lavoro autonomo ha solo in parte rallentato
l’impennata della disoccupazione nei paesi capitalistici. Cresciuto durante il decennio scorso, il lavoro autonomo ha sì permesso alla pelle di leopardo della produzione post-fordista di trasformarsi nel vello d’oro degli anni Ottanta, ma è altresì vero che la corsa alla piccola imprenditorialità è diventata un fragile riparo alla disoccupazione sempre più esposto alla imprevedibilità determinata dalla recessione economica.
Tutto questo è avvenuto quando le macchine informatiche hanno fatto il loro ingresso trionfale negli uffici. E, come per il lavoro operaio, i computer dovevano aumentare la produttività, spezzare la rigidità della forza-lavoro e ridurre esuberi e esuberanti. Così, se la fabbrica fordista era sinonimo di piena occupazione, l’impresa a rete, con il suo corollario di alta tecnologia, è il contraltare della disoccupazione di massa, che colpisce oramai colletti bianchi e manager. La Ibm è il caso forse più eclatante a prova di ciò. Annunciata, alla fine degli anni Ottanta, la sua trasformazione in impresa a rete, introducendo anche la concorrenza tra i satelliti che la compongono, la società di Arnouk «ha messo in libertà» alcune migliaia di impiegati e manager, infrangendo il decantato impegno a garantire l’impiego a vita, onore e vanto del colosso informatico. E questo certo non solo per la recessione, visto che i licenziamenti continuano ancora oggi.
In ogni modo, il post-fordismo non ha significato solo disoccupazione e distruzione delle comunità operaie. Piuttosto, l’impresa a rete è un’organizzazione del lavoro che prevede la messa in produzione del sapere e della scienza, in cui la forza- lavoro deve far diventare produttiva la sua capacità di sviluppare cooperazione sociale.
Finora, infatti, la produzione di merci era basata sul presupposto che la forza-lavoro diventasse produttiva solo dopo l’acquisto da parte del capitale. Nell’impresa a rete, invece, la forza-lavoro è sempre produttiva, sia che lavori, che partecipi a un corso di formazione professionale o che faccia parte della tribù del non-lavoro. E tutto questo avviene in una situazione in cui il legame sociale basato sul lavoro salariato mostra la corda.
In primo luogo, per un fatto eminentemente empirico. Finita l’era della piena occupazione, tutta la forza-lavoro entra e esce continuamente dal mercato del lavoro.
La vita degli uomini e delle donne ruota quindi sempre meno attorno al lavoro. Non che non si lavori più. Piuttosto, nell’impresa a rete la forza-lavoro vive l’aleatorietà del rapporto di lavoro. Inoltre, la presenza di un sistema di macchine che permette anche la sostituzione del lavoro intellettuale rende irrilevante il tempo passato di fronte a un video o a una consolle. Lo studioso tedesco orientale Robert Kurz nella sua analisi del capitalismo descrive come caratteristica eminente della società borghese la separazione del lavoro «dalla totalità del processo sociale» (2). Per Kurz, però, questa separazione è stata garante di un ozio produttivo di bisogni, che è destinato, prima o poi, a entrare in rotta di collisione con il lavoro salariato. Il suo ottimismo della ragione è certamente lodevole, anche se Kurz dimentica che anche quello stesso ozio produttivo è già passato sotto le forche caudine del lavoro salariato. Questa è la prima incongruenza dell’impresa a rete. In quanto modello produttivo e sociale non prevede la piena occupazione: tuttavia, deve rendere produttivo lo stesso ozio, cioè il non lavoro.
In questo scenario sono continuate le interminabili querelle accademiche sul carattere irreversibile della disoccupazione o sulla sua transitorietà. Ogni economista si è infatti lanciato in spericolate, quanto dubbie discussioni sul fatto che l’aumento della forza-lavoro inoccupata è un fenomeno congiunturale.
Il modello analitico portato a favore di questa tesi è riassumibile nella comparazione tra periodi storici che hanno visto l’introduzione nel processo lavorativo di tecnologie, o meglio di macchine che risparmiavano lavoro vivo. Il primo esempio portato è stato ovviamente quello del telaio meccanico, che provocò licenziamenti nella lavorazione  del cotone. La disoccupazione fu però riassorbita dall’espansione di un altro ramo della produzione di merci e dall’apertura di nuovi mercati. Il secondo caso ricorrentemente citato è quello delle innovazioni introdotte nell’industria chimica: anche in quel caso, la disoccupazione fu riassorbita con l’espansione della nascente industria automobilistica. Così, nell’ultimo quinquennio sono stati molti gli economisti che hanno applicato questo modello all’Information Technology, cioè le tecnologie della comunicazione, il settore trainante delle trasformazioni produttive di questi anni.

Alla produzione di software e alle società di servizi alla produzione spetta quindi il compito che è stato proprio dell’industria automobilistica. L’information Technology è anche il terreno proprio di una grande sperimentazione di massa per la trasformazione relativa del mercato del lavoro. Già Joseph Schumpeter nella sua teoria dei cicli economici parlava della crisi come un elemento centrale nello sviluppo economico.
Ovviamente, secondo Schumpeter la crisi era intollerabile, perché poteva trasformarsi in un crollo della società capitalista. Tuttavia, la «distruzione creativa» operata dalla crisi diventava, nel modello schumpeteriano, sempre un impulso allo sviluppo e una parentesi a una situazione di equilibrio tra le diverse forze economiche.
Nel post-fordismo, però, le analisi di Schumpeter sui business cycles possono essere prese solo come una indicazione del percorso compiuto dal comando d’impresa. In primo luogo, perché la crisi è divenuta permanente; poi perché spinge il capitale a superare i limiti posti continuamente alla sua azione dalla forza-lavoro.
Per quanto riguarda l’impresa a rete, l’ostacolo da aggirare è stato il controllo e una diminuzione del tempo. Tempo di lavoro, in primo luogo, seguito dal tempo di risposta alla domanda del mercato. Ed è forse per questo motivo che, per il capitale, l’assalto al cielo era costituito dalla tensione a sincronizzare, attraverso le tecnologie informatiche, produzione e consumo. La tecnica corrente del just in time ha quindi assegnato al sistema di macchine un ruolo virtuoso che non gli è proprio. Semmai, un ruolo strategico è stato assegnato all’informazione. In molti, dal premio nobel dell’economia Herbert Simon al padre dello «spirito Toyota» Taiichi Ohno, hanno infatti ritenuto che la crescita dell’informazione nell’impresa avrebbe consentito una maggiore efficacia alle decisione del management più che un sistema evoluto di
computer.
Per questi due autori, l’impresa è quindi da considerare un organismo vivente, la cui evoluzione è subordinata ai meccanismi di mercato. Per questi motivi, ciò che il dominio della tecnologia aveva relegato ai margini dell’azione produttiva, la forza-lavoro ritorna al centro dell’impresa. Certo, la prima ondata di innovazione tecnologica è stata avviata dal management per riprendere il controllo sulla forza-lavoro, ma il risultato è stato, per il capitale, foriero di insuccessi. Va da sé che l’automazione flessibile permette un ovvio miglioramento continuo del processo lavorativo e la riduzione dei tempi produttivi, ma al tempo stesso aumenta la complessità di un sistema, in cui neanche la «trasparenza» dell’informazione ne garantisce il controllo e l’efficienza. Comunque, il rimedio individuato è stato un accentramento del momento decisionale, decentrando i compiti di gestione e controllo su tutti i nodi della rete e cercando, allo stesso tempo, di mantenere inalterata la catena di comando.

La crisi del paradigma tecnologico ha quindi fatto ritornare la forza-lavoro al centro del processo lavorativo. In un volume collettivo sul post-fordismo (3) la soluzione offerta è quella di considerare il lavoro attraverso la nozione arendtiana di opera. Infatti, secondo Hannah Arendt l’«operare» è un’attività umana «a metà strada tra il lavoro e la vita contemplativa e che dà la misura dell’essere nel mondo». Per gli estensori del volume, trasportando la nozione arendtiana nella produzione di merci post-fordista, il lavoro quindi non può essere considerato come una risorsa materiale, bensì come il risultato di una attività in cui l’uomo e la donna non soggiacciono a una gerarchia, bensì rispondono alle sollecitazioni del mercato. Peccato che questa tendenza è oggi una caratteristica richiesta a tutta la forza lavoro (4) piuttosto che un obiettivo perseguito da una generosa politica aziendale fondata sulle «relazioni umane». Un’altra strada perseguita con l’impresa a rete è stata quella di differenziare la forza-lavoro tra un nucleo centrale, a cui è garantito l’impiego a vita e garanzie sociali in cambio di una fedeltà all’impresa e di alti salari.
Per il resto degli occupati, il destino non riserva niente altro che precarietà. A riprova di questa tesi viene sempre citato il caso degli Stati uniti e del Giappone.
In queste due economie, infatti, accanto a una core wok-force (forza-lavoro centrale) coabita, più o meno pacificamente, una peripherial work-force (forza-lavoro periferica). Più recentemente, lo studioso francese André Gorz ha denunciato i pericoli di una «società duale» (5) in cui un esiguo numero di occupati è accerchiato da una moltitudine di precari e disoccupati. Oltre a rappresentare una minaccia per la democrazia politica, la «società duale» è censurata da Gorz come il regno in cui ritornano il fantasma del lavoro servile e della povertà di massa. Per estensione, il modello analitico di Gorz potrebbe essere integrato dal fatto che proprio nell’impresa a rete il lavoro servile diventa il topos della condizione della forza-lavoro. Ovviamente, Gorz parla del lavoro servile dal punto di vista economico. Tuttavia, un uso estensivo di questa nozione indica il fatto che nella produzione post-fordista il rapporto vis a vis è un’esperienza continua nel processo lavorativo, in cui la gerarchia si esprime non nell’assolvimento di una mansione, ma nella «relazione verticale» tra i nodi dell’impresa a rete. Ed è proprio attraverso questa dipendenza personale che il comando d’impresa si esercita (ad esempio nel modello giapponese la gerarchia si costruisce a partire dall’istituzione di una «relazione verticale» padre-figlio tra giovani e meno giovani). Inoltre, la realistica descrizione di un mercato del lavoro diviso tra «garantiti» e «non garantiti» deve lasciare il passo all’incubo di una società in cui la precarietà del rapporto di lavoro e la disoccupazione sono la regola vigente. Infine, la regolamentazione del mercato del lavoro persegue una frammentazione e divisione della forza lavoro seguendo le linee dell’età, del sesso e della razza. Il risultato è una composizione della forza-lavoro simmetrica alla descrizione dell’esercito industriale di riserva svolta da Carlo Marx ne Il Capitale.
Per il barbone di Treviri, infatti, accanto a una sovrappopolazione fluida, si affiancano sovrappopolazioni latenti e stagnanti. Le prime due tipologie di disoccupati indicate da Marx sono state, finora, quelle dominanti. La prima è la crescita di chi cerca lavoro, mentre la seconda diventa visibile quando il deflusso da una ramo all’altro della produzione si dischiude. La sovrappopolazione stagnante invece è caratterizzata da chi lavora saltuariamente, cioè è un irregolare dell’«esercito operaio attivo» (6). Bene, nell’impresa a rete tutta la moderna forza-lavoro è sovrappopolazione stagnante. Ed è proprio all’interno di queste trasformazioni produttive che la riduzione dell’orario di
lavoro diventa una variante della flessibilità. Anzi, si può affermare che la riduzione dell’orario di lavoro è uno dei capisaldi dell’uso flessibile della forza- lavoro. In primo luogo come disoccupazione. Successivamente come discrezionalità da parte del management nell’utilizzazione degli impianti e, di conseguenza, della forza-lavoro.
L’impresa a rete è quindi il corollario in cui il non lavoro si afferma nel capitalismo come disoccupazione. Ma è proprio per questi motivi che l’azione contro il comando d’impresa deve prescindere dal lavoro e trovare il proprio terreno di scontro al di là del processo lavorativo. E di fronte a lavoro servile e colonizzazione di ogni ambito vitale, l’unico contrappeso rimane ovviamente un reddito sganciato dalla prestazione lavorativa. Cioè un reddito di cittadinanza per tutti.

Note
1. A questo proposito si rinvia al quaderno Basic Income, edito da Crash edizioni e sottoscritto dalle redazioni di Luogo Comune e DeriveApprodi, dai Centri sociali Livello 57, Cayennautogestita e dal gruppo Luther Blisset (il testo è riprodotto in questa sezione della rivista).
2. Kurz Robert, L’onore perduto del lavoro, manifestolibri, Roma 1994.
3. Aa.Vv., Verso una nuova organizzazione della produzione , Etas, Milano 1994.
4. A questo proposito vedere il saggio di Paolo Virno Virtuosiosmo e rivoluzione, contenuto nel volume Mondanità, manifestolibri, Roma 1994.
5. Andrè Gorz, Metamorfosi del lavoro, Torino 1992.
6. Karl Marx, Il capitale, Editori Riuniti, Roma 1974.