I quartieri popolari: serbatoi di un’esplosione che cova

di Luca Benvenga

I quartieri popolari sono un concentrato di vizio strutturalmente determinato.
Le condizioni sociali sono giocoforza imposte.
Nella coscienza pubblica la piazzetta e l’angolo di strada sono luoghi di immaginazione parossistica, spregevole, alimentati da corruzione. Essi sono il ribaltamento, non solo di senso, del giorno con la notte, dei sogni con gli incubi. Atteggiamenti e comportamenti de-civilizzati conquistano i territori dell’immanenza. Il risultato è una degenerazione collettiva, frutto di una cultura delinquenziale e di una disaffezione per i sistemi educativi e le varie forme di vita intellettuale.
La differenziazione tra cerchie interne ed esterne è evidente. La componente sociale dei residenti è in maggioranza spostata verso l’elemento più basso della stratificazione. I meno garantiti.
I quartieri popolari sono spazi risignificati più di cinquant’anni fa per mezzo di una spinta filantropica. Essi sono sorti come alternativa ai quartieri depravati, in cui concetti come infanzia, adolescenza, inclusione erano solo un aggregato di lemmi piuttosto che istantanee di vita comune a tutta la popolazione.
Proviamo a staccarci dai tabù senza cadere nell’errore di chi, anche senza servirsene, non fa altro che riaffermare la cristallizzazione di ruoli sociali e gerarchie di classe nella società contemporanea.
Infatti, discutere di comportamenti problematici, de-scolarizzazione, violenza di genere e familiare non deve essere un pretesto per rinsaldare le fondamenta del conformismo, ma un ragionare sulle disuguaglianze nell’accesso alle opportunità socioeconomiche, da cui scaturisce “l’idealizzazione” della violenza e l’economia di strada come reazione ai limiti imposti da una condizione esistenziale.
C’è chi non parla più di quartieri popolari (o non abbastanza). Da un lato, non se ne parla in termini di rapporti di dominio. La ragione, semmai ve ne fosse una, è dovuta all’impossibilità di organizzare politicamente la rabbia sociale di chi è isolato, di soggetti economicamente e culturalmente non protetti. Dall’altra, l’incapacità di proporre dei ragionamenti solidi, che abbiano contenuto, che non sia il banale riciclare concetti già digeriti di cui se n’è ampiamente dato prova. Basta leggere un giornale o le pagine di un libro: si crea un’etichetta, si rende intelligibile un fenomeno e si ricorre a vecchi strumenti per contenerlo.
Chi controlla le parole controlla gli individui. Riqualifica i quartieri, stravolge le relazioni e moltiplica le paure di chi è costretto a conviverci.
Ora, mettiamoci dentro una domiciliazione forzata, il dramma della sofferenza e una reclusione affollata in case poco ospitali. Con povertà, figliolanza e malattie. In questi luoghi, la giornata va ripensata in tutti i suoi aspetti, intellettuali e materiali. Le esperienze fuori dalla famiglia, cui rilanciare l’aggressività retroattivamente accumulata, sono proibite. I rapporti sociali mutano e i danari scarseggiano per chi si arrangia come può o lavorava in nero. Se sprovvisti di social network, o social media, si sperimentano pratiche di atomizzazione accelerata e perturbante. Il maggior tempo a disposizione può essere retorica o attivare dei movimenti di resistenza psicologica. La ribellione alle restrizioni e ai divieti, se questi dovessero ancora perpetrarsi nelle settimane a venire, è alle porte. E partirà proprio dai quartieri nati da spirito solidaristico e democratiche politiche di welfare (sic!), in cui una vita dignitosa continua ad essere volutamente negata. E su cui oggi pende una crisi aggravata da un’emergenza sanitaria planetaria.