Il Generale

di Maurizio Pompella

Rosario si sveglia, ogni mattino, e la notte.

Il suo attendente gli fa la barba, mentre lui pensa, pensa alla strategia per oggi. Stai zitta vorrebbe dirgli, ma lei parla, e riparla, e sempre sono le stesse cose che dice.
Affettuose, ormai insopportabili. Alito fetido, capelli in disordine, ma il Generale Rosario vuole tutti in divisa, in ordine, puliti, profumati. E sull’attenti, certo.

Venticinque metri quadri, colazione inclusa, discreta, latte col pane, a cucchiaiate.
Paperino strappato nel muro, con lo scotch. Balcone, si vede la luce, lavanderia, la cassaforte non serve; personale dimesso. Il morale della truppa è il vero problema, l’unico. La radio da campo gracchia, nessuno chiama. È presto, in mattinata si faranno vivi, sicuramente. Ci diranno il bilancio. E vorranno sapere, dunque, qual è la strategia.
Come fare, per stare nascosti, al riparo.

L’attesa è snervante, e il nemico incalza. Ti spia, ti sfianca, ti accerchia, ti toglie il respiro. Dunque ti uccide. Vorranno sapere. Aspetteremo pazienti che la radio trasmetta, e dirò loro che fare.

Casematte, piene di matti, a scambiarsi le cicche in trincea. Il Generale vi dirà cosa fare. Perché si sveglia, ogni mattino, e combatte. Le munizioni, piccoli proiettili rotondi di tanti colori, in piccole scatole di cartone. Piccoli sprazzi di luce scintillante che girano come su una culla di infante, accompagnate dalla musica dei serpenti. L’attendente penserà ai rifornimenti, dopo aver preparato il rancio. Disciplina, Ogni cosa al suo tempo.

Staremo nascosti, al riparo. Usciremo pochi per volta, alla spicciolata. Avremo le vesti del nemico, che non abbia a riconoscerci. Policlonali, antigenici, travestiti. E prostitute.
Una prostituta per il Generale, almeno una volta al mese. E che l’attendente prenda la sua ora libera e pianga in cucina.

Nessuno chiama. Le batterie. Devono essere le batterie.

Dunque son io che sto a casa, da sempre. Son io quel poeta che disse, vi salverò un giorno, e il nemico non sarà più d’intorno. So io cosa costa la vita. Non voi che l’avete in regalo. So io cosa costa la morte, sempre in ritardo, a chiederla invano. Neppure dunque l’onore delle armi. Un briciolo di considerazione. Neppure a scegliere di che morire.

Non vi sarà più noia, uscirete pieni di gioia. Son io che starò a casa per sempre.

Perfino il santone vestito di bianco, con la croce che tolse la peste. Persino lui usciva per strada e lasciava le feste. Anche stavolta, dritti alla fine. Con la coda fra le gambe, sicché questa, almeno, beffarda soddisfazione, abbia il nemico a disperare, che le gambe non son più forti, non son più di una volta, ora pallide e magre, nascoste e sedute, inutili e ferme. Non c’è più da raschiare, nel vuoto barile. Vite da prendere, né danni di guerra. La radio è muta, nessun rispetto, neanche stavolta.