Il partigiano tedesco (una storia vera)

Sergio Bianchi

Una sera dei primi di dicembre del ’74 Ragno mi accompagna a conoscere un partigiano della zona che dovrà metterci in contatto con alcuni dei suoi vecchi compagni della Valdossola.
La sera è nebbiosa e fredda e umida.
La Casa del Popolo color rosso mattone è un vanto di architettura di quel piccolo paese prealpino.
Nell’ampio salone denso di fumo di sigari e sigarette ci sono una trentina di vecchi seduti a gruppi attorno a tavoloni con i ripiani di formica verde scuro tutti presi dalle  loro partite a scopa o a briscola.
Andiamo al bancone per un caffè e Ragno mi indica con un cenno della testa Elio, un uomo dai capelli grigi seduto da solo a un tavolo d’angolo accostato a una grande vetrata. Ha una giacca nera sopra un pullover dolcevita carta da zucchero. Con l’indice e il pollice della destra liscia la stanghetta degli occhiali di tartaruga. Sta leggendo un articolo dell’Unità con un sorriso sarcastico.
Penso che la sua figura ha come un tono di accennata eleganza che stona in quell’ambiente così vociante e trasandato.
Ci avviciniamo al suo tavolo e Ragno fa le presentazioni. Elio allunga il braccio e ci dà la mano restando seduto. Poi ripiega piano il giornale si accende una sigaretta toglie dal taschino una piccola stilografica e su un cartoncino annota con una grafia minuta tre nomi seguiti da numeri di telefono.
Lo porge a Ragno Eccoli qui e potete pure dire che vi mando io. Poi gira lento la testa verso di me e mi fissa in silenzio con uno sguardo gelido e indagatore. E questo compagno? Così giovane. Anzi giovanissimo. Da dove sbuca? Balbetto che sono del paese vicino. Poi forse per allentare la tensione dico che quella Casa del Popolo è molto bella. Diversa da tutte le altre. Elio tace pensieroso poi ci  dice Sì, è molto bella, ma ancora più bella è la storia di chi l’ha progettata. Ci sediamo al suo tavolo e comincia a raccontarci una storia fantastica.

Era la fine di novembre del ’44. Stavo dentro al Miogni da quasi un mese e ogni giorno a orari diversi anche della notte mi interrogavano e mi bastonavano. Volevano sapere i nomi dei compagni della mia cellula. Il risultato è che dopo i primi tre giorni ho passato ogni secondo a fissare la porta e a tendere l’orecchio a qualsiasi rumore che poteva annunciarmi la loro visita. Era quello il calcolo che facevano quei bastardi. Il terrore dell’attesa è peggiore di ogni bastonatura perché alla fine arrivi all’assurdo di desiderarla la bastonatura per rompere quella continua tensione che ti snerva.
La mattina presto del ventiquattresimo giorno che avevo contato facendo con la punta di un chiodo delle crocine sul muro la porta si apre ancora. Ma resto sorpreso perché non mi portano dai macellai nella solita lurida stanza buia. Mi portano in una sala illuminata e pulita che è la sala colloqui dove mi aspetta in piedi un ufficiale tedesco che non avevo mai visto prima. È alto e mi guarda con un mezzo sorrisetto che mi gela perché penso subito che è lì per dirmi che mi spediscono in un campo di concentramento in Germania. Senza neanche guardarli scuote la mano inguantata ai due corvi della sua scorta che fanno dietrofront e spariscono. Mi dice di sedermi e si siede anche lui.
Comincia a parlarmi sottovoce in un italiano perfetto. Non spreca parole e mi dice in fretta che l’Ottavio cioè il comandante di zona dei partigiani gli ha dato l’incarico di farmi uscire da lì e che devo trovare il modo di avvisare anche un altro compagno arrestato prima di me e rinchiuso nella cella di fianco alla mia. Resto di sasso. Non parlo. Penso che è impossibile quello che sto sentendo.
Penso a una trappola. Penso che devo pensare ma che per poter pensare devo prendere tempo allora gli faccio solo un cenno con la testa. Lui si alza con lo stesso mezzo sorriso di prima e con quattro falcate lunghe e leggere scompare dietro la porta. Non posso credere al sogno di un angelo in una uniforme di ufficiale tedesco che mi farà volare via da quell’inferno.
La sera all’ora della battitura delle sbarre riesco a ticchettare con un mestolo un messaggio morse sul muro della cella che confina con quella del compagno. Stai pronto che domani si esce. Poi passo tutta la notte senza chiudere occhio. Penso e ripenso alla trappola ma non capisco dove sta e come funzionerebbe.
Arriva la mattina e il tedesco si ripresenta nella sua divisa perfetta. Stavolta però non sorride. Anzi in faccia è duro e impartisce agli agenti della matricola degli ordini brevi e secchi. Come li impartisce a me per la firma sul registro dell’uscita dal carcere con destinazione il Tribunale speciale per la difesa dello Stato a Verona. Ecco qui la verità. Era tutto un sogno. Ma perché montare allora tutta quella sceneggiata? Salgo confuso ma senza più speranze con l’altro compagno in macchina nei sedili di dietro. Lui ha una faccia stralunata che mi guarda con mezza bocca aperta.
L’ufficiale si mette al posto di guida e mette in moto. Parte calmo e sicuro. Senza scorta. Svoltato l’angolo del muro di cinta del carcere mi guarda dallo specchietto retrovisore col mezzo sorriso che aveva il giorno prima e mi dice che è fatta.
Arriviamo qui in paese nella sua villa con il retro che dà su un bosco e troviamo a aspettarci l’Ottavio e altri due compagni. Il tedesco mi stringe la mano col suo solito sorriso e dice solo Kurt Caesar. Nella grande salone non c’è neanche un ritratto di Hitler o di Mussolini solo grandi quadri classici e libri e riviste dappertutto.
Ho saputo poco dopo tutta la sua storia che mi sembrava incredibile. Kurt era nato in Alsazia. Era illustratore pittore scrittore e parlava sette lingue. Era stato uno dei più importanti disegnatori dei fumetti della rivista fascista Il Vittorioso. Aveva partecipato all’inizio della guerra alla campagna d’Africa al servizio di Rommel. Forse aveva deciso di diventare antinazista dopo il suicidio del suo generale coinvolto con altri alti ufficiali dell’esercito nel tentativo di uccidere Hitler. Quindi Kurt si era avvicinato ai partigiani ma l’Ottavio che non si fidava per metterlo alla prova gli aveva detto di combinare la nostra liberazione dal carcere. Da quel giorno Kurt è stato un nostro compagno in tutto e per tutto. Ha messo a nostra disposizione la sua casa per le riunioni e l’organizzazione delle azioni. Ci dava le informazioni riservate del comando tedesco di zona e ci procurava di continuo delle armi. Aveva progettato un piano per togliere l’elettricità a tutta Milano. Sapeva qual era il percorso del Duce dalla sua villa sul Lago di Garda alla sede della Repubblica di Salò e pensava che il suo rapimento si poteva organizzare. Nelle discussioni che si facevano a casa sua veniva fuori il fatto che politicamente era più a sinistra di tutti noi. Non era d’accordo con l’idea dell’unità della Resistenza e sulla svolta di Salerno di Togliatti che ci obbligava a un’alleanza con i partiti conservatori. Lui pensava all’Unione Sovietica all’Armata rossa. Cioè alla rivoluzione.
Nei primi mesi del ’45 ha fatto sbancare un pezzo di bosco dietro la sua villa e ha cominciato a far costruire un bunker sotterraneo in cemento armato. Quando gli abbiamo chiesto perché si metteva a fare tutto quel gran lavoro dato che sapevamo che la guerra non sarebbe ancora durata per molto lui ha risposto che il bunker serviva come rifugio per gli antifascisti e i partigiani per prigionieri da catturare e per difendersi dai bombardamenti. Ma tra di noi sospettavamo che per via dei suoi rapporti con gli alti comandi dell’esercito tedesco era venuto a sapere che gli scienziati di Hitler erano vicini a fare la bomba atomica.
La cosa assurda è che dopo la liberazione gli inglesi lo hanno arrestato e nonostante le nostre testimonianze si è dovuto fare alcuni mesi di galera. Nel ’48 però la commissione del ministero lo ha riconosciuto a tutti gli effetti come partigiano combattente.
Si è poi iscritto al Pci e è rimasto a vivere qui in paese dove ha disegnato il progetto di questa Casa del Popolo. Poi si è trasferito a Velletri dove ha ripreso a lavorare come  disegnatore e artista.
Adesso so che è a Bracciano. Ma di lui si sono dimenticati tutti e qui in paese ormai questa storia non se la ricorda più nessuno. Come non si ricorda più nessuno del 25 aprile. Tranne qualcuno.
Come voi. Pare…