Imparare a galleggiare nel vuoto

 

di Alberto Magnaghi

1 agosto, 1981 – Rebibbia, Reparto G12

Percorriamo una dimensione di «normalità» in cui è necessario continuamente ricostruirsi coordinate, un sopra un sotto, un prima un dopo, come astronauti in  una cabina spaziale.
Il galleggiamento è faticoso, doloroso, spossante.
Viviamo momenti in cui ci dibattiamo, ci divincoliamo, attraversiamo le ore della giornata senza dominarne un senso.
Le pagine del libro scorrono sotto gli occhi senza lasciarsi afferrare.
Desiderio di quiete, di azzeramento, di vuoto.
Nei gesti ossessivamente eguali, c’è il pericolo che tutto si spenga, o esploda improvvisamente nell’irrazionale, nell’autodistruzione violenta. Non c’è continuità in una comunità di sonnambuli.
La realtà che ci siamo costruiti è scivolosa, sfuggente, a volte inafferrabile.
Soprattutto discontinua poiché la costruzione collettiva di identità non poggia su nulla di materiale, non solidifica simboli e valori nella pietra, ma è affidata interamente alla memoria dei soggetti.
Sarebbe tempo di ricerca di invenzione, di progetto, di sperimentazione di nuove forme di socialità.
Ma la rarefazione del desiderio dentro la coazione, ripetitiva, del quotidiano, rallenta continuamente le tensioni a costruire.
Si procede per fasi alterne, conquiste improvvise, assenze silenziose per lunghi periodi.
Trovare ogni giorno i percorsi per attraversare la ripetitività in qualche direzione è esercizio esistenziale di cui sentiamo il peso, ma anche la necessità.
Tre quarti dei programmi che ogni giorno ci diamo restano disattesi; la condizione di normalità è l’immobilità, il lasciarsi fluire addosso le ore, i rapporti, gli eventi, i rituali meccanici. Ogni sforzo di dominare il tempo e costruire scenario ai corpi galleggianti, cozza contro le leggi di annientamento, pericolosamente introiettate dentro ciascuno di noi.
Una giornata di immobilità emotiva è più spossante di qualunque violenta emozione.
Si continua – con la volontà, il desiderio di comunicazione e di creatività – a riempire di emozioni un corpo che in parte chiede di lasciarsi svuotare, annullare, nella propria essenza di corpo prigioniero, nella fatica di sopravvivere, nel «mestiere» di carcerato.
Imparare a non sentire, a non vedere, a mummificarsi il corpo, a sdoppiarsi, a galleggiare nel vuoto senza sapere se tutto questo apprendistato è pura necessità di sopravvivenza o, anche, nuovo dominio del proprio deserto, abilità di esistere in una nuova dimensione.
Ho la sensazione che la metamorfosi sia entrambe le cose: sopravvivenza, ma anche nuove forme di conoscenza, di esistenza, di comunità, di solidarietà.