La lotta di classe continua

di Alberto Pantaloni

Quella della politica è ancora una dimensione necessaria per il miglioramento delle condizioni sociali? In epoca di pandemia, con l’isolamento sociale diventata arma “strategica” di combattimento del virus e con l’esautoramento dei parlamenti (nazionali o comunitari che siano) quali sedi politiche decisionali, anche solo formalmente,  queste domande si ripropongono per certi versi in modo preoccupante. A mo’ di premessa, ci tengo a precisare che non solo quello delle epidemie non è un fenomeno storicamente nuovo (e questo è ovviamente risaputo), ma che esso (e forse ciò è meno conosciuto) ha accompagnato molto spesso i grandi rivolgimenti epocali. Dalla guerra del Peloponneso al crollo dell’Impero romano; dalla pandemia della Peste Nera, che rimodellò il corso della religione europea nel XIV secolo, alla Guerra dei Trent’anni del XVII secolo, dal fallimento dell’invasione di Napoleone in Russia nel 1812 all’influenza spagnola del 1918, che causò la morte di 100 milioni di persone: tutti questi importanti eventi storici portarono all’ascesa e alla caduta di Imperi, potenze, Paesi, e alla ricostruzione delle civiltà e tutto furono scanditi dalla diffusione di virus invisibili. Basti pensare che nel corso del XX secolo – il «secolo breve» come fu etichettato dallo storico marxista britannico Eric Hobsbawm – 110 milioni di persone sono  state uccise nelle guerre, mentre le malattie infettive hanno causato la morte di oltre 1,4 miliardi. Nessun virus ha quindi mai impedito cambiamenti radicali nella storia dell’umanità, men che meno quelli rivoluzionari.
Ciò precisato, non c’è dubbio che da quando, nel 1845, Friedrich Engels scrisse La situazione della classe operaia in Inghilterra a oggi, non solo è passata acqua sotto i ponti della storia, ma potenti tsunami hanno trasformato radicalmente gli assetti economici e politici mondiali. Eppure le divisioni, le diseguaglianze e le contraddizioni sociali non solo sono sopravvissute, ma si sono estese e acuite. Nel 1992 il filosofo e politologo Francis Fukuyama aveva lanciato il concetto di «fine della storia»: il processo di evoluzione sociale, economica e politica dell’umanità avrebbe raggiunto il suo apice alla fine del XX secolo, e da quel momento si sarebbe aperta una fase in cui la “storia” (o almeno quella vista come frutto delle contraddizioni sociali) non avrebbe avuto più ragione d’essere.
Eppure già solo pochi mesi dopo l’uscita del libro di Fukuyama, un grande movimento transnazionale denunciava (e dimostrava) l'incompatibilità fra crisi economica e modo capitalistico di governare l’economia. In Occidente, Negli ultimi 30 anni è stato ridimensionato il ruolo economico e sociale degli Stati nazionali (come la triste vicenda del Mes sta a dimostrare), e di conseguenza quello dei movimenti socialdemocratici e dei sindacati, abituati a rivendicare riforme sociali basate su logiche redistributive della ricchezza, proprio sul piano nazionale e prodotto storico di un movimento operaio che fu e che oggi è altra cosa. Inoltre, l’affermazione del neoliberismo ha amplificato le diseguaglianze, economiche e sociali, sia all’interno dei singoli Paesi sia fra macroregioni, facendo risorgere la paura della “catastrofe” economica, come dimostrato dalla crisi esplosa nel 2008, ritenuta unanimemente «la crisi globale più seria dagli anni Trenta del Novecento» (anche se con ogni probabilità verrà sostituita da quella che si sta già dando a seguito dell’emergenza Covid-19). Assicurare alla popolazione cibo adeguato, vestiario, un’abitazione, un lavoro che fornisca un reddito e un sistema di welfare che la tuteli dai rischi della vita è ancora azione necessaria della politica (lo si vede sempre in queste settimane, lo si vedrà nei prossimi mesi), ma non sarà sufficiente. L’evidente contraddizione contemporanea fra un mercato capitalistico alla ricerca perenne di massimi profitti e un ambiente naturale sempre più drammaticamente messo in pericolo dall’economia globale sta lì a dimostrarlo. D’altronde, parlare di “crisi del movimento operaio” occidentale non equivale a decretare la morte dei movimenti sociali (lavoratori, donne, migranti, giovani, ecologisti, ecc.), visto che la gran parte della popolazione economicamente attiva dipende dai propri stipendi e salari, e dunque riconosce la distinzione tra gli interessi di chi distribuisce il salario e di chi lo percepisce. Per cui, allorché sorgono conflitti fra le due parti, questi richiedono un’azione collettiva; la lotta di classe continua, con o senza il sostegno delle ideologie politiche. Si tratta quindi, “solo” di cominciare a prepararci…