Le lotte territoriali venete sul tema della salute negli anni ’70

 

di Gianni Cavallini

La lettura del libro di Giacomo e Piero Despali, nel coinvolgermi inevitabilmente sul piano personale, mi ha consentito di confermare – meglio delineandone le motivazioni – alcuni giudizi che già al volgere tumultuoso del decennio ’70 mi ero formato.
Mi spiego: ai Collettivi politici veneti per il potere operaio spetta un merito, ben delineato nel testo dei fratelli Despali; il Congresso di Rosolina, decretando di fatto il superamento dell’esperienza di Potere operaio, apriva la strada a una nuova inedita fase politica, nella quale la composizione sociale di riferimento per un progetto di trasformazione comunista mutava radicalmente; dall’operaio massa, abitante egemone della grande fabbrica fordista, all’operaio sociale della produzione socialmente diffusa.
Ecco, io credo che i Collettivi – come tutti noi semplicemente li chiamavamo allora – fin da subito abbiano saputo cogliere questo passaggio, costruendo proprio su questo il loro progetto politico; a tale fine adeguarono la propria organizzazione e trasformarono la propria attività, scegliendo il radicamento nelle articolazioni territoriali, lì inseguendo, intercettando, organizzando la nuova figura produttiva, ben già presente nella metropoli diffusa del Veneto, centrata sulle piccole e medie imprese, con i propri laboratori produttivi anche a domicilio, con il lavoro di giovani, di donne che non avevano alcun legame con la precedente storia operaia.
Questa loro originale intuizione, con tutto il carico di pratiche ed esperienze condotte fino al termine del decennio, ha saputo proporre a quella composizione sociale una identità di classe, ha saputo offrire un incrocio e una contaminazione con la composizione proletaria dell’Università, che, per gran parte, proveniva dal Sud e che, a partire in particolare dal ’77, metteva in campo quella pratica nuova di autonomia dei saperi, di rifiuto della società disciplinare, del valore d’uso.
Tutto ciò si è sostanzialmente fermato con il passaggio di decennio; mi pare interessante proporre a una ulteriore riflessione collettiva la suggestione data dal fatto che questo territorio, questa composizione sociale sostanzialmente in pochi anni è divenuta la base di sostegno della Liga Veneta, in tal modo trasferendo il proprio carico di autonomia e di conflitto da una identità di classe a una identità di luogo (sarebbero nate le Leghe Veneta e Nord senza Calogero?).
A me piace ricordare – non solo perché rappresenta la mia personale esperienza in quegli anni – come nel Veneto coesistesse anche un’altra esperienza straordinaria, che il libro comunque incrocia: mi riferisco alla storia di Porto Marghera, che rappresentò fino almeno al 1976 (attraverso il passaggio prima del Comitato operaio poi dell’Assemblea autonoma) una delle principali esperienze di lotta e di organizzazione in Italia all’interno della grande fabbrica fordista.
Personalmente, insieme ad altri compagni e compagne, sostanzialmente studenti universitari di Padova, dopo Rosolina continuammo il percorso politico nell’ambito di quella esperienza.
Ecco, a una prima riflessione mi verrebbe da dire che ero sicuramente in ritardo nel comprendere la trasformazione in corso, essendo rimasto legato sostanzialmente al riferimento dell’operaio massa della grande concentrazione fordista; sicuramente così fu nei primi non brevi mesi dopo Rosolina, allorquando a Padova prendeva forma  l’esperienza dei Collettivi politici.
Poi, però, mi piace rievocare l’evoluzione a Marghera attraverso la rivista «Lavoro Zero» verso una dimensione sociale, esterna ai recinti della grande fabbrica, che si avviava ai processi di ristrutturazione dei cicli produttivi. In quella esperienza si realizzò una straordinaria contaminazione con noi studenti, prevalentemente di Medicina, intorno alla tematica della «produzione di morte».
Quella strategia, a partire dalla fabbrica chimica, ma da subito interpretata al di fuori di essa, rappresentava in modo efficace un orientamento verso il territorio, in particolare nella declinazione della rivendicazione del diritto alla salute quale priorità rispetto al profitto e che andava tutelata tramite la lotta, così anche anticipando quei movimenti dei decenni successivi inerenti il rapporto fabbrica-ambiente-società.
In contemporanea, in quegli anni si andavano affermando alcune straordinarie esperienze che riuscirono a realizzare nella pratica radicali trasformazioni: alludo  all’esperienza dell’antipsichiatria incentrata a Trieste, ma cui partecipavamo dalle facoltà di Medicina e Psicologia di Padova, delle donne (aborto, salute della donna), della salute in fabbrica. Tali movimenti – per riassorbire i quali la politica istituzionale lavorò allo sbocco politico delle riforme, quali l’istituzione del Servizio Sanitario Nazionale, la Riforma Psichiatrica con la chiusura dei manicomi, l’istituzione dei Consultori Familiari e dei servizi territoriali di Medicina del Lavoro, la Legge di interruzione volontaria di gravidanza) – seppero mettere in crisi il modello allora dominante, riduzionistico, patriarcale, maschile che “governava” il rapporto non solo di genere, ma di cura medica e non solo.
Quella fu una stagione appassionata di “ricostruzione” dei percorsi terapeutici, incentrandoli intorno alla persona e al suo diritto di “governo” della propria salute («il corpo è mio e lo gestisco io», «la libertà è terapeutica»).
Contemporaneamente, in particolare negli ospedali (che già allora rappresentavano il core business in sanità) andava progredendo un salto epocale in termini tecnologici, organizzativi, di riassetto professionale; ricordo un’esperienza molto importante di inchiesta avviata con Guido Bianchini al Policlinico di Padova, che permise di cogliere le tendenze di fondo di tale mutazione, tra i cui esiti purtroppo si profilava la riaffermazione del potere espresso dal sapere medico tecnologizzato.
Proprio questo ci porta dritto alla situazione contemporanea, nel pieno della inedita esperienza del confinamento di massa per contrastare la diffusione del coronavirus.
Mi sia permesso di sottolineare che anche oggi – come nei meravigliosi anni ’70 – torna d’attualità non solo la necessità di un servizio sanitario pubblico, quanto che esso sia centrato sulla persona e i suoi bisogni e non sull’offerta di servizi e prestazioni: in particolare, la crisi profonda del modello lombardo nell’attuale emergenza (tutto centrato su ospedale, medicina altamente specialistica e tecnologizzata) è a testimoniare l’urgenza di rimodellare la relazione ospedale-territorio e professionista della salute-utente.
Si apre secondo me un fase inedita e interessante, nella quale è possibile la riapertura di movimenti sociali che mettano in discussione l’insostenibile modello capitalistico contemporaneo.
A questa prospettiva possibile può essere utile il riferimento alla storia del secondo decennio degli anni ’70, quando, ad esempio nel Veneto, fu possibile sperimentare organizzazione radicata nel territorio, con un preciso riferimento sociale e di classe, ma anche fu possibile sperimentare esperienze di riappropriazione della propria salute, oggi più che mai necessaria.