Luoghi di comunità

di Lanfranco Caminiti

Non sono mai riuscito a capire, a immaginare il comunismo senza luoghi.
«Poi ’nta la guerra / d’undi ca juntau / ’nu sindacu sovieticu sciurtìu; / ’na repubblica russa ’mminestràu / e, comu fu lu fattu, scumparìu»
Il 6 marzo 1945 nasce la Repubblica rossa di Caulonia, guidata dal sindaco, il maestro elementare Pasquale Cavallaro: volevano finalmente rimettere ordine, i braccianti, in uno scontro che s’era fatto sempre più duro con gli agrari. Sul campanile del paese era stata issata la bandiera rossa. Liquidarono un po’ di conti con i “cappelli”, poi arrivò il Regio esercito: durò tre giorni.
Il 15 novembre 1949, duecentocinquanta contadini-soci della Cooperativa Lavoro Proletario di Campofiorito, avendo più volte richiesto  l’assegnazione delle terre e non essendo mai stati accontentati, decidono di occupare i terreni incolti della località Giardinello.
Il 10 marzo 1950, un corteo di circa seimila persone decide l’occupazione di quasi duemila ettari del feudo Santa Maria del Bosco nei pressi di Bisacquino.
Ecco, per me il comunismo è stato Caulonia, Giardinello, Bisacquino. Luoghi propri.
Luoghi di comunità. Perché bisogna immaginarli questi uomini che si alzano nel cuore della notte e prendono i loro attrezzi, e le bestie, e queste donne che prendono per mano i bambini e il fazzoletto dove hanno messo una forma di pane e del formaggio, e si avviano a occupare le terre. In alto una bandiera rossa. Il cielo che cade sulla terra, il mondo che va sottosopra, gli schiavi che alzano la schiena. Questo è stato comunismo. E ce ne sarà ancora. E ce ne sarà sempre. In luoghi precisi, Caulonia, Giardinello, Bisacquino. Poi, nelle more, c’è la politica, perché non è che tutte le mattine c’è il comunismo.
La politica dell’autonomia meridionale ruotò intorno due questioni: la prima, che la giornata lavorativa sociale metteva a valore e a profitto ogni frammento della riproduzione sociale – niente ne restava fuori: veicolo, era il denaro, la sua circolazione e la sua accumulazione; la seconda, che la forma dello Stato assecondava e favoriva  i processi di accumulazione “facendosi società”. L’una e l’altra cosa erano la fine della “questione meridionale”: dove si era analizzato il vuoto, noi vedevamo il pieno; dove si predicava l’assenza, noi vedevamo presenza.
Era perciò possibile pensare a processi di autonomia e di autogoverno dei territori, era perciò possibile pensare a costruire istituzioni (assemblee, comitati, consulte) che governassero dal basso i processi. Questo tentammo, almeno fino al terremoto dell’Irpinia dell’80, che come tutte le catastrofi fu un conflitto tra processi opposti e diversi di “ripensare il territorio” e vide una straordinaria mobilitazione militante e l’effettiva possibilità delle “nuove istituzioni” che si andavano formando tra macerie e attendamenti. Andò poi in tutt’altro modo. Anzi, andò sottosopra: per vent’anni, la “questione settentrionale” – l’autodeterminazione, la secessione, il federalismo, le macro-aree – ha governato e determinato la politica, la produzione e la riproduzione sociale di questo paese. Anzi, continua a determinarlo.
Ma il nocciolo di quei pensieri è ancora vivo – come l’uranio, ci vorranno diecimila anni prima che si estingua. E il nocciolo di quei pensieri è che senza rottura della forma dello Stato come si dà non c’è alcun processo stabile di modificazione sociale.
Se non si innescano e stabilizzano processi di indipendenza dei territori e istituzioni di indipendenza dei territori – di autonomia, di autogoverno, di potere – non c’è alcuna conquista, alcuna vittoria, alcuna battaglia che non diventi, in qualche modo, frammento del processo di riproduzione e accumulazione del valore. Vorrei proprio qui recuperare un termine che ha animato tutti i processi rivoluzionari del Novecento (non mi addentro nelle sue storie concettuali da Machiavelli in qui – che non sono abbastanza preparato): repubblica.
È appena uscito un saggio di Donatella della Porta e Martìn Portos (A bourgeois story? The class basis of Catalan independentism) in cui è accumulata una massa di dati e di inchieste sulle classi sociali che partecipano al procés catalano. La banale e tossica narrazione corrente parla di una tradizionale base nazionalista di classi alte e medie, colte e supponenti, ma sfruculiando un po’ emerge invece – dalla crisi del 2007-8 – una diversa composizione sociale, con larghi settori della popolazione e anche della classe operaia. Non si spiegherebbe altrimenti il passaggio di una “proposta politica” che aveva rappresentato storicamente niente più che il 10 percento, schiacciato da un progressivo autonomismo, fino al 50 percento. Una “svolta” simile – nel senso della crucialità della crisi – accade anche nei Paesi Baschi e in Scozia.
E questa, anche se non sembra, è la mia parte nella discussione sul libro della storia dei Collettivi politici veneti.

Nicotera, 17 aprile 2020