Marco Clementi

 

Maelstrom, di Salvatore Ricciardi, è un salto nella storia sociale e politica del nostro paese vista con gli occhi di chi, per un quindicennio, ha tentato di mutarne gli assetti  istituzionali ed economici. Il sottotitolo è esplicativo: si tratta di «scene di rivolta e autorganizzazione di classe in Italia dal 1960 al 1980».
Ricciardi è stato un militante delle Brigate rosse, ma non si tratta dell’ennesimo libro di ricordi sull’organizzazione armata, della «versione del militante», che racconta in soggettiva il proprio cammino.
Egli tenta di ricostruire attraverso una ricerca storica e sociologica (il testo riporta molte citazioni) il percorso di almeno due generazioni di proletari, cercando giustamente negli anni Sessanta i prodromi di quello che poi sarebbe accaduto nel decennio successivo, cosa fino ad ora troppo spesso evitata con cura da quanti si sono occupati dei  cosiddetti «anni di piombo». In molte ricerche la complessità dei rapporti sociali e di classe è stata quasi sacrificata in nome di ricostruzioni che, decontestualizzando, passavano da un fatto di sangue all’altro limitandosi all’analisi della spinta personale e usando una categoria, quella di violenza politica, che nulla ha di storico e poco di sociologico. Un non senso, che ha fatto scuola.
Maelstrom corre su un doppio binario, quello dell’esperienza carceraria, che si lega al rapimento del giudice d’Urso operato dalle Br nel 1980 e alla conseguente rivolta nello «speciale» di Trani, e quello delle lotte sociali che toccarono l’Italia a partire dalla crisi del cosiddetto boom economico.
Crisi alla quale la classe dirigente non seppe reagire e che innescò una serie di fenomeni inediti che mutarono il volto del paese, dal sindacalismo di base alle rivolte studentesche, fino al periodo delle stragi, segnate dal tragico dicembre 1969.
Fu la perdita dell’innocenza, si chiede Ricciardi? La risposta è diretta: «nel paese e in Europa non c’era traccia di innocenza. Dopo il massacro della guerra [la seconda guerra mondiale] ci presentarono l’altra scena, quella della ricostruzione. L’arrivismo egoistico, l’accaparramento senza timore, il profitto sui morti, la borsa nera, l’affamamento e il supersfruttamento, l’arricchimento sulla pelle altrui […]. Era questo ciò che le generazioni precedenti ci avevano lasciato in dote. Dove stava l’innocenza?» [pp. 242-243].
Non è l’unico caso nel quale l’autore rovescia il significato di termini entrati oggi nell’immaginario collettivo con un preciso senso. Per esempio, la «memoria» per un carcerato è qualcosa da evitare: «stop ai pensieri sul passato, e se hai una pena lunga o l’ergastolo, anche quelli sul futuro» [p. 31].
Lo «scontro di civiltà», espressione divenuta famosa grazie al libro di Samuel Huntigton, viene visto da Ricciardi come la contrapposizione tra produttori e imprenditori, tra chi era sfruttato e chi sfruttava: se al cantiere pioveva te ne stavi al freddo ad aspettare, perché con la pioggia non potevi lavorare. E se quel giorno non spioveva, te ne tornavi a casa, stanco e avendo perso la giornata. Lo scontro sindacale del 1962-63 fu «una guerra. Lì c’era uno scontro di civiltà, non le sciocchezze che si ascoltano oggi sulle religioni e le etnie, ma il vero scontro tra civiltà e barbarie» [p. 49].
Anche l’espressione «morti bianche», usata per i caduti sul lavoro, viene rovesciata. Il ricordo di un giovanissimo collega caduto da un’impalcatura, il colpo secco che gli spezza la schiena e il sangue sparso sulla terra (che una volta uscito non rientra più), danno un senso di rabbia al sentire questa locuzione: si tratta dell’ipocrisia di chi vuole addolcire l’accaduto, mentre la verità è che sono persone uccise, «assassinate».
Un’altra parola entrata nel gergo comune, clandestino, per Ricciardi ha un significato diverso: se oggi è un termine da nascondere come fosse una colpa (e per l’Italia lo è), per i brigatisti essere dei «clandestini» costituiva un punto di forza, qualcosa di cui andare fieri, una scelta di vita.
La «sezione», come luogo fisico, muta nella vita dell’autore. Da quella del Pci alla Garbatella, la famosa «villetta», all’interno della quale si svolge il film Cosmonauta, diretto dalla giovane Susanna Nicchiarelli [2009], a quella del Psiup, sorta lì vicino e nella quale confluirono giovani romani che non accettavano la deriva socialdemocratica di Botteghe Oscure, fino alle «sezioni» del carcere, dove tutto ha un colore completamente diverso.
Anche il concetto degli opposti estremismi, da alcuni studiosi hanno indicato come chiave per la comprensione degli anni Settanta, viene criticato da Ricciardi. Altro che «rossi» e «neri»: in quegli anni era in gioco la rivoluzione proletaria, abbattere il capitalismo e costruire una società diversa, senza le galere, la scuola selettiva, le morti sul lavoro, le gerarchie e le guerre. I «neri», i fascisti, entrarono in quella dinamica «con lo stesso ruolo che hanno i guardioni agli ingressi delle discoteche: aggredire chiunque non si conforma alle regole e all’ordine esistente, alle gerarchie e alla proprietà» [p. 201].
Il libro tenta di riportare alla loro dimensione miti che oggi sono divenuti marchi di fabbrica del pacifismo: Che Guevara, ricorda Ricciardi con adeguate citazioni, non era né un democratico né un pacifista; lo è diventata, semmai, l’iconografia di comodo che lo ha accompagnato dopo la sua morte, nel 1967, un anno fondamentale come vedremo. Il Partito comunista italiano proprio negli anni Sessanta cambia pelle, perdendo grosse percentuali di iscritti provenienti dalla classe operaia, mentre aumentano quelli del ceto medio.
Da piazza Statuto ai morti di Reggio Emilia, dalla strage di piazza Fontana alla bomba alla stazione di Bologna, il libro ripercorre tutti gli strappi che il nostro paese ha patito con il distacco proprio dello studioso, senza cercare giustificazioni per le scelte dell’autore, il suo impegno nella guerriglia, la parabola prima ascendente e poi impietosamente discendente dell’organizzazione alla quale è appartenuto.
Ricciardi non racconta la storia delle Br, ma la inserisce all’interno di quella italiana, evitando di cadere nel tranello teso da anni ai lettori italiani dalla dietrologia, che vede in quella organizzazione armata il braccio esecutivo di un grande complotto finalizzato a fermare l’ingresso del Pci al governo.
Eppure il Partito comunista italiano in quel governo c’era stato, dal 1944 al 1947; aveva contribuito a ricostruire il paese, governato importanti città e regioni, sostenuto, infine, esecutivi democristiani nella metà egli anni Settanta in cambio della presidenza di commissioni parlamentari. E non perché ci fossero le Brigate rosse ma perché, come disse in più di un’occasione Aldo Moro, dalle urne nel 1976 erano usciti due vincitori, la Dc e il Pci. Non si trattava del compromesso storico berligueriano, visto da Ricciardi come il «punto di arrivo di una strategia elaborata dal Pci fin dal dopoguerra» [p. 323], ma di una visione pragmatica della realtà politica. La Dc non poteva governare da sola e solo il sostegno dei comunisti, mantenuti comunque fuori dal governo, avrebbe garantito quella stabilità necessaria a politiche di sacrifici in un paese con una inflazione a due cifre.
Il brigatismo cercò di inserirsi in questa dialettica con il rapimento di Aldo Moro, ma non raggiunse lo scopo di una trattativa con i partiti della maggioranza, che si ritrovarono uniti nel rendere inoffensive le parole che il leader democristiano stava scrivendo dal cosiddetto «carcere del popolo». Fu una grande sconfitta politica per l’organizzazione e l’uccisione dell’ostaggio riuscì, forse, a dilazionarne lo sfaldamento per un paio di anni.
Ricciardi, come detto, non nasconde nulla del proprio passato politico. Se le Br nacquero all’interno della Pirelli all’inizio degli anni Settanta e nel giro di pochi anni assunsero una valenza politica nazionale, la loro caduta fu repentina e senza possibilità di ritorno. Mutava la società, mutava il mondo del lavoro, cresceva l’influenza delle multinazionali che stavano operando le prime delocalizzazioni alla ricerca di mano d’opera meno cara e non sindacalizzata. Si stavano creando i presupposti di quella che chiamiamo globalizzazione, e pur intuendo il fenomeno, i brigatisti non ne colsero la natura. Se i dietrologi hanno pensato alla presenza di un «grande vecchio» dietro di loro, essi credevano a quella di un grande complotto internazionale che stava dirigendo il cambiamento.
Ridussero la complessità del capitalismo e si persero tra discussioni interne senza sbocco e pressioni provenienti dalle carceri, dove il nucleo storico cercò a più riprese di dirigere pezzi dell’organizzazioni ancora attivi. A tale proposito, annota con acume Ricciardi, egli lesse le lettere dal carcere di Gramsci e scroprì l’impossibilità, da dentro un penitenziario, di comprendere le dinamiche di una società in grande evoluzione.
Una nota originale è costituita dal tentativo di descrivere le condizioni dei penitenziari femminili; fino ad oggi il racconto dell’esperienza carceraria dei brigatisti o di rappresentanti di altre organizzazioni armate ha molto trascurato il particolare e Ricciardi, pur non avendo a disposizione una documentazione completa, tenta di colmare la lacuna.
Il 1967, come si è accennato, è l’anno mirabilis. Perché venne ucciso il Che, perché Israele vinse la guerra dei sei giorni, perché in Grecia un manipolo di colonnelli sovvertì la democrazia, instaurando un regime terroristico, sebbene non fascista e il 2 giugno a Berlino Ovest la polizia uccise lo studente Benno Ohnesorg durante le proteste per la visita del golpista persiano Reza Pahlavi (secondo due studiosi tedeschi a sparare fu un agente della Stasi, i servizi segreti della Germania est).
Il Pci non riesce a dare risposte esaustive e slogan prima portati come vessilli diventano logori.
Quando il giovane Ricciardi scoprì l’inganno del falso mito della Resistenza tradita, la sua delusione fu enorme. Lesse più volte con altri compagni che il Pci, durante la lotta di liberazione, non voleva condurre a termine una rivoluzione sociale ma collaborare con le altre forze antifasciste per nascita di una nuova Italia. Era tutto vero: nessuno aveva mai avuto intenzione di trasformare quella lotta in qualcosa di diverso, di fare come Tito in Jugoslavia, e il mito nato con lo scoppio della guerra fredda era dovuto esclusivamente alla scelta di mantenere un rapporto privilegiato con l’Unione Sovietica: una bella storia da raccontare ai giovani, nulla di più.
Le risposte, dunque, giunsero da fuori: in Viet-Nam gli Stati Uniti stavano incontrando una resistenza inattesa, mentre in Cina, Mao Tze Dong lanciò la rivoluzione culturale. Tutto ciò si tradusse in Italia nell’autonomia operaia, nella ricerca dell’indipendenza dal sistema del capitale e nella lontananza sempre più grande proprio dalla politica del Partito comunista, verso la quale si cominciò a cercare un’alternativa a sinistra.
Tutto si mise in movimento e nacquero decine di organizzazioni, armate e non, che cominciarono le prime azioni dimostrative. Ricciardi non ci dice come entrò nelle  Brigate rosse. Ci racconta, però, che molti, in quegli anni, lo vollero. E ci dice anche, con estrema sicurezza, che infiltrare qualcuno era estremamente difficile, perché nelle Br si entrava singolarmente, non c’erano infornate di nuovi seguaci e i compagni che vi aderirono provenivano dal movimento, si erano formati nelle lotte per la casa e contro il cottimo e, a Roma, nella raccolta di informazioni riguardanti i fascisti. E ci racconta anche che qualcuno, tra questi, non riuscì a entrare perché rimasto ucciso in altre circostanze.
Dalla crescita quasi esponenziale alla repentina caduta passarono pochi anni, ma sembrano decenni.
Lo Stato reagì con una legislazione speciale e, in alcuni casi circoscritti e giudicati dalla magistratura, con la tortura. Poi vennero le prime delazioni, il fenomeno del pentitismo e quello della dissociazione, una «diarrea di dissociazioni» [p. 259] le definisce Ricciardi. Furono le dissociazioni a dare il colpo di grazia all’organizzazione, portando via con i protagonisti anche le singole storie, che pezzo dopo pezzo hanno demolito la verità storica e la memoria di quella esperienza. Anche per dire no a tutto questo Salvatore Ricciardi ha sentito la necessità di comporre la propria biografia, ma collocandola con accuratezza dentro il risultato di una ricerca sul proprio
passato e su quello del suo paese.