Maschere globalizzate

 

di Romeo Orlandi

A Pechino, nell’aprile 2003, non si parlava d’altro. O almeno così facevano gli stranieri. Da due mesi le conversazioni si imperniavano su un malanno che girava, un immigrato sgradito. Arrivavano prima voci di una malattia a Hong Kong, poi notizie di un contagio nel Guangdong, nella Repubblica popolare. Allarmi lontani, preoccupazioni di chi viaggia, roba da Cina meridionale. Niente che possa turbare la rettitudine della capitale, fulcro millenario della storia, faro sapiente e indiscutibile. Sideralmente lontana da racconti di hotel infettati, ascensori contagiosi, spiriti indemoniati. Gli expat si interrogavano, le domande dei cocktail – Come stai? È un po’ che non ti vedo. Tutto bene? – perdevano innocenza e formalismo, acquistavano malizia e interesse. Un colpo di tosse condannava a bere il Martini lontano dagli altri.

Nessun cinese celebrava Pasqua. Il 20 aprile il sindaco di Pechino aveva convocato ambasciatori, operatori economici, giornalisti per un evento importante, una fiera della meccanica. La Cina richiedeva tecnologia dai paesi industrializzati, iniezioni di modernità sulla strada del progresso. Dopo i discorsi, il taglio dei nastri, i brindisi, l’atmosfera si era allentata. Signor sindaco, scusi se ci permettiamo; non vogliamo amplificare delle indiscrezioni. Tuttavia serpeggia allarmismo per una malattia strana, sconosciuta. Sembra ci siano stati dei morti. Gli interpreti prendevano appunti per tradurre. Signori, anch’io ho sentito delle voci. Desidero rassicurarvi che si tratta di calunnie diffuse dai nemici della Cina, di propaganda e non di fatti. La situazione è tranquilla. Voi e le vostre famiglie potete stare sereni. Poco dopo, eravamo a pranzo con altri italiani. Tra agnello e patate al forno, le sirene delle ambulanze non davano tregua. In quelle stesse ore venivano sostituiti il sindaco di Pechino e il ministro della sanità.

La mattina successiva la stampa cambiava linea, megafono del contrordine. Prevaleva un lessico inedito, tra l’arsenale terzinternazionalista e il realismo sanitario. Emergenza, nuovo nemico, rimozione, incarichi speciali per compagni valorosi, mobilitazione popolare, fiducia nel partito. Il nemico era diverso, aveva un nome strano, un acronimo impronunciabile, Sars. Una volta esposti i pericoli, sarebbe stato più facile sconfiggerlo. Non arrivarono direttive cogenti, ma tutti sapevano cosa fare. I palazzi con i malati vennero sigillati. I parenti dei reclusi lanciavano le buste della spesa dalla strada verso le finestre. I villaggi intorno alla città furono chiusi. L’ingresso era proibito da anziane signore con la fascia rossa al braccio, irremovibili, orgogliose del compito loro assegnato. Un’improvvisa disciplina si era impadronita della capitale, spettrale al colpo d’occhio, silenziosa nella tensione. Il conteggio delle vittime era terribile, lacerante, uno stillicidio interminabile. I cinesi più anziani avevano capito tutto. I morti erano già morti. Si tratta di ripartirli nei bollettini quotidiani, fino a quando il nuovo ospedale sarà pronto. Il governo deve infondere fiducia, può farlo solo con i risultati. Speriamo capisca che la natura deve essere assecondata, non violentata.

Ho lasciato la Cina alla fine del 2003, dopo 6 anni. Oggi sono assediato da un virus simile. La sua origine si perde nell’impalpabile nuvola delle congetture: pipistrelli, mercati, disinvoltura dei costumi cinesi, trasmissione globalizzata. Tutto vero. Il bizzarro matrimonio di interessi tra la Cina e le multinazionali ha prodotti risultati epocali, contraddizioni irrisolte, terremoti elettorali. Forse il Covid-19 è un effetto collaterale. Forse è una riflessione oziosa. Non se ne è curato un signore cinese, uno dei tanti che ho incontrato nel mio lavoro. Credo di avergli stretto la mano una volta, molti anni fa. Ha letto che l’epicentro della pandemia si era spostato in Italia, che avevamo bisogno di aiuto. Ha chiamato la mia ex assitente, si è fatto dare il mio indirizzo e mi ha spedito un pacchetto con 2 mascherine.