Quattromila caratteri. Tema libero

 

di Roberto Gramiccia

Quattromila caratteri, tema libero. Un’idea magnifica, liberatoria. Fa venire in mente quando da ragazzini delle dieci prescritte studiavamo solo due paginette, sperando che, interrogandoci, ci chiedessero un “argomento a piacere”. Io me lo preparavo sempre, così come delle poesie imparavo a memoria solo i primi dieci versi che recitavo a raffica, sperando di essere fermato dal professore prima che mi tanasse. Per l’argomento a piacere, voglio essere originale, parlerò di Covid-19. Ma state tranquilli non lo farò da medico, né mi soffermerò su aspetti per così dire di dettaglio. In questi giorni affoghiamo nei dettagli. Parlerò invece molto rapidamente delle principali teorie che tentano di dare della pandemia un’interpretazione di carattere generale.
La prima domina l’informazione mainstream ed è completamente immersa nella cronaca del quotidiano, segnata dall’altalena del numero dei morti e dei feriti e tutt’al più dalle esternazioni degli esperti e dei politici di turno.
La seconda è quella che, in modo strumentale, tende a validare le teorie che già si sostenevano prima della pandemia. Per esempio quella dei sovranisti rosso-bruni alla Fusaro che tendono a dimostrare, magari con sfoggio di termini più o meno archeologico-filosofici, l’esistenza di complotti made in Usa.
La terza è quella che fa capo a un pensatore di ben diversa caratura come Giorgio Agamben, secondo il quale il contagio sarebbe poco meno che un’invenzione di un bio-potere raffinatissimo, intenzionato a imporre uno stato di eccezione liberticida.
La quarta, per la verità meno popolare, ma non poi così tanto, che ritiene il contagio una terribile manifestazione del rancore di Dio, del tipo di quello che si abbatté su Sodoma e Gomorra; come ha sostenuto il Patriarca della chiesa ortodossa ucraina Filaret riferendosi ai matrimoni gay (lo ha detto veramente, non per scherzo). C’è, poi, una versione più colta e spinoziana (leggermente meno ridicola) di questa tesi, che identifica Dio con la Natura e racconta di una supposta ribellione di quest’ultima piuttosto incazzata con gli uomini che la devastano.
Non è mia intenzione falsificare nel dettaglio queste teorie. Per quanto riguarda le tesi complottiste mi pare che i guai che sta passando lo Stato di New York siano un argomento sufficiente per depotenziarne irrimediabilmente la verosimiglianza. Agamben sarà pure un gran filosofo ma non mi pare possa ritenersi più di tanto convincente quando accredita questo potere di un disegno ulteriormente liberticida. In realtà quella che si è scatenata è una catastrofe che si abbatte sui consumatori della  società del consumo, che il potere subisce (piuttosto che promuovere) essendone evidentemente ridimensionato e, anzi, gravemente minacciato per la perdita di credibilità e per la rimozione delle fonti stesse dell’accumulazione capitalistica, su cui fonda le sue ragioni ontologiche.
Quello che mi chiedo è come mai sia così balbettante un’altra e più seria narrazione, che sta acquistando un’evidenza oggettiva accecante. Si tratta di prendere atto del fatto che il modello capitalistico globale iperliberista sta cedendo sotto i colpi delle sue stesse deflagranti contraddizioni. Fra queste la principale è quella capitale/salute, capitale/natura. Della caduta tendenziale del saggio di profitto, delle crisi cicliche del capitalismo Marx ci aveva già detto tutto, soffermandosi anche sulle capacità del capitale di attenuarne gli effetti. Viviamo infatti il tempo in cui il capitale è riuscito a mettere il silenziatore alla contraddizione capitale/lavoro. Ma si tratta di una vittoria di Pirro che non risana la sua insuperabile vulnerabilità e finitudine. L’incapacità di prevedere e di affrontare la pandemia, che era stata ripetutamente annunciata da altri e terribili contagi, è strutturale e rivela la difficoltà del potere, così come oggi si esprime, di mantenere in vita le condizioni della sua autoperpetuazione. Allora per tutti noi si tratta di non essere tirati giù mentre il naufrago annaspa rischiando di affogare. Si tratta di stordirlo per riportarlo a riva e poi, finalmente, cambiarlo come un abito vecchio. Il capitalismo non serve più, nemmeno a se stesso.