Skinhead e coronavirus

 

di Marco Mazzeo

Appena arrivato nella nostra scuola, suscitò qualche clamore adolescenziale. Pur dotato di spalle vigorose, portava vestiti  sempre troppo larghi in sella a una invidiatissima Aprilia 50. Ampi maglioni filati a mano annunciavano pantaloni sgargianti da alpinista californiano.
La loro marca squillava beffarda sulle gambe, giacché faceva da contrappasso grafico a quel che passava per la mente del proprietario: «Think pink».
Luca non pensava in rosa. Giungeva nel nostro isolato liceo di periferia perché in fuga da un austero istituto di Roma centro. Si sparse subito la voce, per altro fondata, che avesse detto addio alla professoressa d’italiano durante il compito in classe di letteratura. L’aveva congedata vergando una raffinata e dettagliatissima ricetta dell’anatra all’arancia. Io che vivevo di piccoli rituali post-puberali mi accorsi con qualche fastidio della piccola novità. Pur non facendo parte della stessa classe, nell’angolo delle scope si era spostato un oggetto e questo non andava bene. In qualche anfratto percettivo, qualcosa non era come prima e ciò turbava la mia delicata pace con i coetanei dopo anni di completa marginalità.
A sorpresa, l’anno successivo ci trovammo entrambi nella Iª G. Con la testa sempre altrove, cioè alla classe nella quale il mio amore impossibile era stato trasferito, mi accorgevo di Luca solo quando entrava in ritardo.
E, dunque, ogni mattina. Con l’aria stralunata di notti insonni, sembrava provenire da una dimensione laterale. C’era del fascino indubbio in quella stanchezza di chi, a soli 16 anni, aveva tanto da fare. Ai miei occhi, che il tempo lo dilatavo troppo, quella contrazione notturna pareva ammirevole.
Poi un giorno mi chiese di far parte di un gruppo creativo. «Io faccio foto» disse, «tu scrivi poesie» sentenziò. Gli dissi «forse», ma in sostanza no.
Andò meglio il giorno di San Valentino. Mi chiamò per dirmi se volevo andare a mangiare una pizza a portar via da qualche parte, possibilmente seduti per strada. Mi sembrò un’idea perfetta. Andammo in una viuzza di Monte Mario misteriosamente interrotta da tre paletti scrostati e una rigogliosa palma tropicale. Con la moto appoggiata alla gruccia laterale, sedevamo con una Margherita tra le gambe e una pipa che non sapevo fumare. Ogni tanto passava qualche giovane sfortunata che, beata lei, andava a festeggiare. Noi la guardavamo con la coda dell’occhio, sferzati dalla fierezza di chi sa fare a meno del superfluo.
La vita di strada riservava i suoi dolori. A fine degli anni Ottanta, infatti, capitava di assistere a trasformazioni improvvise, velocissimi cambi d’abito degni di Superman o l’Uomo Ragno. Comitive di ragazzotti ben vestiti sapevano mutare, nel giro di una notte, in bande di pseudo-militari con bomber neri con tanto di stemma italico, anfibi gommati, pantaloni attillati verde scuro. Soprattutto quei ragazzi decidevano di farla finita con i capelli. Divenivano skinhead, teste rasate, insomma dei piccoli nazisti.
Luca non la prese molto bene. Cominciò a sfidarli, attaccando vignette satiriche sull’uscio di sale giochi prontamente adattate a sezioni del Fronte della Gioventù. Ne seguirono ridenti coltellate. La sua dimestichezza con il karate gli consentiva, purtroppo, di avere la meglio anche contro gruppetti mediamente numerosi. Questo comportò un’escalation davvero pericolosa. Due furono le conseguenze. La prima: agguati sotto casa da parte di teste di pigna che, all’alba, si mostravano armate di catene per motorino chiamate «kryptonite», cosa piuttosto ironica per chi poco prima aveva cambiato abito in una cabina del telefono. La seconda: il mio amico cominciò a studiare nel dettaglio l’anatomia umana. «Per capire meglio dove colpire», mi disse distrattamente alzando lo sguardo da un abominevole manuale universitario.
Luca sopravvisse, oggi è un medico. Cura senza capacità di risparmio pazienti di Roma sud. Oltre che con tossici con l’HIV e pervertiti infettivi che vanno a prostitute senza protezione, Luca lavora con chi soffre a causa del COVID-19. Mi professo francamente furioso. Venticinque anni dopo, mi tocca ammettere che quei crani rasati sono serviti a qualcosa di diverso che fare da percussore per finestrini d’auto e noci di cocco.