Sul capitalismo patriarcale

Alcune riflessioni a margine su Genere e Capitale

di Federico Chicchi, Maddalena Crotti, Mariagiulia Biagi

[pubblicato il 26 aprile 2020 su DinamoPRESS]

I lavori di Silvia Federici pare conoscano una nuova primavera. Molte sono le operazioni editoriali, in Italia e all’estero, che mettono a confronto, tracciandone continuità e discontinuità, i saggi pubblicati in anni ormai lontani e le riflessioni più recenti dell’intellettuale e attivista di Parma. Ciò che emerge da questi volumi è davvero prezioso, una cassetta degli attrezzi teorica e politica di straordinario valore, cui non possiamo non attingere, soprattutto in questo presente, che tende a mettere in discussione ogni cosa e a porre la cura come momento necessario di ogni processo sociale.

In particolare ci pare molto ben riuscita la raccolta di saggi edita da DeriveApprodi, curata in modo impeccabile da Anna Curcio, dal titolo Genere e Capitale. Per una lettura femminista di Marx. Il volume nasce ed è animato, in primo luogo e come il titolo evidenzia, dalla necessità di comprendere, più a fondo, il contrastato ma anche stringente rapporto tra femminismo e marxismo. Silvia Federici mette in evidenza come da una parte il primo non possa fare a meno del secondo e dall’altra, come il femminismo possa tentare di colmare i limiti di Marx nell’analisi dei processi di sfruttamento. Se possiamo certamente affermare che l’indagine di quest’ultimo ha denunciato a più riprese i rapporti patriarcali e il razzismo, dall’altro non ha, però, tematizzato analiticamente i differenziali di potere e quindi la gerarchizzazione sociale che si costituisce a partire dalle linee di genere e razza, necessarie e imprescindibili per l’estrazione del valore e la riproduzione sociale del Capitale. «È curioso che egli non sia stato capace di considerare il lavoro di riproduzione». Il libro che discutiamo si pone, dunque, l’obiettivo di riprendere la questione e quindi colmare tali lacune ‘proponendo approfondimenti’ e ‘complicando la riflessione’. In questo modo vengono offerte alcune tracce di discussione che è possibile cogliere e problematizzare. In proposito, due sono le criticità del marxismo individuate dall’autrice: l’interpretazione della riproduzione della forza-lavoro e la lettura dello sviluppo tecnologico. Vediamole di seguito.

Marx, essendosi concentrato principalmente sul lavoro di fabbrica, ha finito con il trascurare il «lavoro socialmente necessario» svolto dalle donne fra le mura domestiche. Citando la Federici: «Egli riconosce che il processo di riproduzione della forza lavoro è parte integrante della produzione di valore e dell’accumulazione capitalista (“la produzione del mezzo di produzione più indispensabile al capitalista, il lavoratore stesso”). Ma, paradossalmente da un punto di vista femminista, egli considera che questa riproduzione resta interamente pensabile a partire dal processo di produzione delle merci, per dirlo altrimenti: il lavoratore percepisce un salario e con questo salario soddisfa i suoi bisogni vitali… Marx non riconosce mai che occorre del lavoro, del lavoro di riproduzione, per cucinare, per pulire, per procreare». Mentre, per quanto riguarda la produzione di una nuova generazione di lavoratori, Marx afferma che «il capitalista può tranquillamente affidarsi all’istinto di conservazione e procreazione degli operai». In nessun passaggio del Capitale viene riconosciuta la centralità della famiglia patriarcale e del lavoro domestico e di cura, quali fondamenta e pilastri reali dell’organizzazione capitalistica. È importante specificare che per “lavoro domestico” si intende quel lavoro che va oltre la pulizia della casa, che comprende «servire il lavoratore salariato fisicamente, emotivamente e sessualmente, fare in modo che giorno dopo giorno sia pronto per il lavoro. È prendersi cura dei nostri bambini – i futuri lavoratori – assistendoli dalla nascita per tutti gli anni della scuola, assicurandoci che si comportino come ci si aspetta che si comportino nella società capitalistica». L’autrice evidenzia che la mancanza di un’analisi approfondita, da parte di Marx, dell’appropriazione capitalistica del suddetto lavoro possa essere imputabile anche al periodo storico in cui egli viveva, nel quale ogni membro della famiglia era impiegato in fabbrica per quasi quindici ore al giorno e l’organizzazione familiare era del tutto dissimile da quella odierna. Tuttavia, la concezione di Marx in proposito chiama in causa una visione che tende ad escludere dall’analisi quelle specifiche attività – considerate erroneamente femminili – che sono necessarie alla riproduzione sociale. Ma per quale motivo, si chiede giustamente Federici, il capitale avrebbe permesso un così profondo dispendio di energie, se il lavoro domestico non avesse prodotto quantità tanto rilevanti di valore pronte ad essere accumulate come base per la sua stessa riproduzione?

Con la stessa prospettiva, la Federici si interroga in merito al progetto di costruzione da parte del capitale di un nuovo modello di famiglia nucleare, le cui finalità erano volte principalmente a riorganizzare le abitudini domestiche del proletariato, così da ottenere un nuovo tipo di lavoratore – più prestante e produttivo – in grado di fronteggiare i ritmi sempre più serrati che l’avvento dell’industria pesante richiedeva alla classe operaia. Ed ecco che ancora una volta l’estrazione del plusvalore ottenuta mediante lo sfruttamento dei lavoratori salariati passava anche e strutturalmente da coloro che lavoratori salariati non erano, ovvero dalle attività riproduttive delle donne. Ciò avvenne tramite l’invenzione della figura della casalinga a tempo pieno, ottenuta sia con un allontanamento delle donne dalla fabbrica che con la regolamentazione della vita sessuale, non più concepita come fonte di guadagno o di piacere e sempre più al servizio della stabilità familiare. Se non teniamo conto di questo, sorge spontanea una domanda: che bisogno avrebbe avuto il capitale di “costruire” un vero e proprio modello di famiglia, quello proletario e nucleare? Che bisogno avrebbe avuto di svalutare progressivamente il lavoro femminile di fabbrica, creando una differenza salariale basata sul genere (che come sappiamo è ancora oggi cruda realtà) e che bisogno avrebbe avuto di delineare e imporre poi il modello di una femminilità mistificata e rispettabile, tenuta a distanza dalla libera espressione della propria sessualità?

Tali quesiti trovano, ci pare, una lucida risposta nelle analisi femministe che già all’inizio degli anni Settanta avevano individuato nel lavoro gratuito domestico un’inestimabile fonte di energia produttiva e ri-produttiva per il sostentamento del capitale. Nella campagna “Salario al lavoro domestico” si inizia a concepire l’attività domestica come un’attività di ri-produzione del capitale umano e si pongono le basi della fabbrica sociale «nella casa, nelle cucine, nelle camere da letto in quanto centri per la riproduzione della forza lavoro». Attenzione però, come ci invita con insistenza la Federici, a non confondere il piano delle rivendicazioni. La richiesta di un salario per queste attività non aveva affatto l’obiettivo di far entrare le donne nel mercato del lavoro, di emanciparle attraverso la fabbrica – esse già vi erano presenti tramite la riproduzione della forza lavoro appunto – quanto invece di promuovere un meccanismo di riconoscimento di questo stesso lavoro, definendolo in quanto tale, così da de-mistificarlo, ridimensionarlo e ottenere anche la possibilità di rifiutarlo, non essendo più percepito come un’attività femminile per “natura” ma come parte integrante della produzione del valore nella accumulazione capitalista. Quest’ultimo è anche uno dei nodi fondamentali di questo corpo a corpo tra marxismo e femminismo che la Federici fa emergere senza esitazione e che stiamo cercando di sintetizzare qui. Questa volta però il confronto prende la forma di un’alleanza importante: il marxismo, infatti, dimostrando come la natura umana non possa essere considerata eterna e immutabile ma al contrario come esito di pratiche sociali storicamente determinate sostiene il femminismo nel rifiuto di ogni forma di naturalizzazione della condizione femminile e tutto ciò che ne deriva: «in quanto femministe e in quanto donne» – afferma Federici – «noi abbiamo lottato contro la naturalizzazione della femminilità in nome della quale si assegnano dei compiti, dei modi di essere, dei comportamenti».

Rispetto alla questione “tecnologica”, la Federici si trova invece in forte contrasto con la posizione di Marx e mette in discussione la troppa fiducia riposta sullo sviluppo industriale, prendendo quindi una netta distanza dall’idea di Marx che, come è noto, descrive il capitalismo come un «male necessario», una potentissima forza progressista, in grado di creare quelle condizioni materiali «che sole possono costruire la base reale d’una forma superiore di società il cui principio fondamentale sia lo sviluppo pieno e libero di ogni individuo». Infatti, secondo il pensatore tedesco l’innovazione avrebbe progressivamente portato al superamento delle forme di lavoro arcaiche e scarsamente meccanizzate come il lavoro domestico o schiavistico, così da permettere una nuova organizzazione capitalistica in cui la tecnologia sarebbe stata in grado di liberare universalmente gli individui dai più biechi lavori manuali. A ogni modo, se Marx da un lato ammirava la capacità produttiva del sistema industriale – che oggi è diventato un enorme problema per il pianeta –, dall’altro aveva già notato che «ogni progresso nell’agricoltura capitalista costituisce un progresso non solo nell’arte di rapinare l’operaio, ma anche nell’arte di rapinare il suolo». Tuttavia, credeva che una volta che i lavoratori si fossero impossessati dei mezzi di produzione, la tecnologia avrebbe potuto essere posta al servizio di altri obiettivi. Federici, tenendo una posizione saldamente operaistica, si discosta invece da questa visione, sostenendo da un lato che «nessuno dei mezzi di produzione sviluppati dal capitalismo può essere recuperato per essere applicato ad un uso diverso»; dall’altro che il lavoro domestico, come lo conosciamo oggi, non possa essere considerato arcaico in quanto la sua creazione – in Inghilterra e negli Stati Uniti – risale al periodo compreso tra la seconda metà del XIX secolo e i primi decenni del XX, quando un “processo di ingegneria sociale” aveva allontanato le donne dalle fabbriche, aumentato i salari dei lavoratori maschi e istituito «forme di educazione popolare per insegnare alle “operaie della casa” le competenze necessarie per il lavoro domestico».

Riguardo a quest’ultimo punto, il libro ci permette di comprendere il ruolo fondamentale che il lavoro delle donne ha giocato nello sviluppo del capitalismo, offrendoci un’analisi storica capace di far emergere i rapporti intimi tra Stato, uomini e padroni, i cui interessi convergono da sempre sul comando del lavoro femminile. Nello specifico i due saggi, L’invenzione della casalinga a tempo pieno e Origini e sviluppo del lavoro sessuale, entrambi raccolti in Genere e Capitale, ci forniscono stimoli e strumenti per decostruire le relazioni di potere e le asimmetrie che il disciplinamento patriarcale e le performance di genere ci hanno indotto a interiorizzare. Questi due testi mettono anche in evidenza il forte interesse dello Stato per l’organizzazione della famiglia monogamica e della sessualità binaria, ai fini della produzione di un proletariato più efficiente e disciplinato. «Il capitale fu indotto a organizzare la famiglia nucleare come centro per la riproduzione di forza-lavoro più stabile e disciplinata. Lungi dall’essere una struttura precapitalistica, l’attuale famiglia occidentale, come abbiamo già argomentato in precedenza, è una creazione del capitale per il capitale; un’istituzione che deve garantire la qualità e la quantità della forza lavoro, e il suo controllo».

Negli ultimi anni della sua vita lo stesso Marx si avvicina molto a questa ipotesi. Studiando l’antropologia riconosce che la famiglia patriarcale non andava considerata come forma originaria della società, bensì come una forma di organizzazione sociale apparsa successivamente e più di recente di quanto generalmente si ritenesse, nei Quaderni antropologici scrisse che essa era «un’organizzazione troppo debole per affrontare da sola le difficoltà dell’esistenza». Perciò, reputò ragionevole seguire il pensiero di Lewis Morgan, il quale supponeva che la forma originaria della società fosse più simile a quella assunta dagli aborigeni d’America, la famiglia sindiasmica, «in cui veniva praticato il principio del comunismo del vivere»; mentre criticò aspramente Maine per aver collocato la famiglia “patriarcale” romana all’origine della storia, accusandolo di non sapersi togliere dalla testa la famiglia privata inglese.

Trovò, inoltre, molto stimolanti le osservazioni di Morgan in merito all’origine etimologica della parola “famiglia”, familia conteneva la stessa radice di famulus (servo); a questo proposito Marx annotò: «La famiglia moderna racchiude in germe non solamente la servitù (la schiavitù), ma anche la servitù della gleba; qui essa, fin dal principio, mise i suoi rapporti a servizio dell’agricoltura. Possiede in miniatura tutti gli antagonismi che più tardi, si svilupperanno, in massa nella società e nel suo Stato. […] L’esistenza della famiglia monogamica presuppone, per poter condurre un’esistenza separata [dagli altri], ovunque una classe domestica che, originariamente, dappertutto era costituita direttamente da schiavi». Scopriamo, dunque, che Marx negli ultimi anni della sua vita si interroga e inizia a compiere un’analisi in merito all’importanza della famiglia e del lavoro domestico per lo sviluppo del capitalismo. In un altro passaggio dei Quaderni antropologici scrive, infatti, che la proprietà privata di case, terre e greggi era legata all’esistenza della famiglia monogamica. Potremmo supporre che nell’intenzione di abolire la proprietà privata vi sia anche quella di abolire la famiglia capitalistica. Egli, inoltre, copiò alcune parti del libro di Morgan, nelle quali aveva osservato che, presso i Greci, «il passaggio della discendenza dalla linea femminile a quella maschile fu dannoso per la popolazione e per i diritti delle mogli e delle donne». Per questo motivo sostenne che i Greci rimasero «barbari», perché veniva loro inculcata l’inferiorità come principio, finché non fu accettata come una realtà delle donne stesse».

Osserviamo in questi passaggi un Marx diverso da quello descritto finora da Federici. Leggendo gli scritti dei suoi ultimi anni di vita, scopriamo che la piena maturazione intellettuale gli impose di dedicarsi maggiormente alle specificità storiche e allo sviluppo diseguale delle condizioni politiche ed economiche tra paesi e contesti sociali differenti. «Guidato dal dubbio e dell’ostilità verso gli schematismi del passato e i nuovi dogmatismi che stavano nascendo in suo nome, ritenne possibile lo scoppio della rivoluzione in condizioni e forme precedentemente mai considerate». Nell’osservazione dell’Obščina russa, egli assume una posizione dialettica che lo portò a non escludere che lo sviluppo di un nuovo sistema economico, basato sull’associazione dei produttori, potesse realizzarsi solo attraverso determinate e obbligate tappe. Al contempo negò la necessità storica dello sviluppo del modo di produzione capitalistico in ogni parte del mondo. Marx descrisse l’Obščina come «la forma più moderna del tipo arcaico» di proprietà comunista che, a sua volta, aveva «attraversato una serie di evoluzioni». Perciò ammise che la trasformazione moderna dell’Obščina poteva avverarsi anche senza passare necessariamente per il “suicidio” del capitalismo. «La proprietà comune della terra le offre la base naturale dell’appropriazione collettiva e il contesto storico, la contemporaneità con la produzione capitalistica, le offre già pronte le condizioni materiali del lavoro cooperativo, organizzativo su vasta scala. Essa si trova dunque in grado di integrare le acquisizioni positive elaborate dal sistema capitalistico […]. Essa può soppiantare gradualmente l’agricoltura parcellizzata con l’agricoltura combinata con l’impiego dello macchine […]; può diventare il punto di partenza diretto del sistema economico a cui tende la società moderna e cambiare pelle, senza incontrare il suicidio».

Osserviamo perciò che Marx da un lato guardava lo sviluppo del capitalismo come un «male necessario» solo per alcune parti del mondo, dall’altro come una forza progressista che ovunque avrebbe portato innovazione e nuove forme di lavoro cooperativo. Federici, come aveva già ampiamente sostenuto in altri scritti, come Calibano e la strega (2015) e Reincantare il mondo (2018), si oppone frontalmente a questa visione. L’autrice legge lo sviluppo del capitalismo come una contro-rivoluzione, mossa dalla volontà di reprimere le nuove forme di vita comune prodotte dalla lotta contro il potere feudale e quelle fondate sull’uso condiviso dei commons, già esistenti nei territori feudali. Facendo riferimento alle lotte e alle pratiche di disparate comunità indigene e delle correnti del “femminismo popolare” indica, come via alternativa alla tradizione marxista, quella della politica dei commons che prende forma nella difesa e nella costruzione di comunità popolari. Esse vivono e lottano con la necessità di recuperare i saperi e le tecnologie locali che possono fare da argine alle devastazioni che il capitalismo porta con sé e si pongono l’obiettivo di privilegiare la riproduzione («che deve comprendere anche il lavoro di cura dell’ambiente nonché la produzione agricola quando non indirizzata al mercato ma al consumo familiare»), quale terreno di lotta e base per la riorganizzazione cooperativa. L’autrice perciò sostiene che «la cooperazione sociale e lo sviluppo della conoscenza, che Marx attribuisce al lavoro industriale, possono essere realizzati solo attraverso attività in comune […] che sono auto-organizzate e richiedono ma anche producono comunità». Osserva quindi che sono state le comunità più coese e non le più industrializzate a mostrare la capacità di resistenza all’espansione capitalistica e perciò alla privatizzazione delle rimanenti risorse comuni. Per questo l’autrice sostiene che, per quanto il capitale e la grande industria possano incrementare la concentrazione dei mezzi di produzione e la cooperazione nel processo lavorativo, «la cooperazione necessaria a un processo rivoluzionario è qualitativamente diversa dal fattore tecnico che Marx descrive (insieme a scienza e tecnologia) come la ‘forma fondamentale del modo di produzione capitalistico’». I movimenti indigeni, campesini e del femminismo popolare in America del sud, rispondono: «Quello che alcuni chiamano sviluppo noi lo chiamiamo violenza».

In conclusione vorremmo sottolineare l’importanza dei saggi qui raccolti rispetto all’urgenza di una teoria dello sfruttamento adeguata al presente, una teoria che non sia schiacciata e appiattita su quella “logica sussuntoria” che Marx aveva posto a fondamento della sua analisi e che non riesce a tener conto di tutte le dimensioni del “fenomeno” capitalistico. Esistono, infatti, oggi sempre di più, modalità di estrazione del valore che non sono immediatamente ricomprese nell’analitica dei cosiddetti processi di sussunzione del lavoro al capitale. Nello stesso tempo anche l’importante concetto di “patriarcato del salario”, proposto da Silvia Federici nel suo Calibano e la strega (2015) non tiene ancora sufficientemente conto della crisi dell’istituzione-salario, travolto com’è, oggi, dalla precarizzazione generalizzata e dai processi di femminilizzazione del lavoro. In particolare, nel capitalismo contemporaneo, assumono sempre maggiore rilevanza le cosiddette pratiche estrattive e/o predatorie che insistono e traducono violentemente le cosiddette risorse comuni all’interno dei nuovi processi di accumulazione. Inoltre la pervasività dei dispositivi di finanziarizzazione della vita spingono, secondo differenziate modalità inclusive, le soggettività ad aderire, quasi senza attrito, alle nuove dinamiche di accumulazione. Il concetto di impressione della soggettività al capitale riesce a descrivere, in questo senso, una logica di sfruttamento che funziona a partire dalla messa a valore delle forme di operosità sociale che, come il lavoro domestico descritto da Federici, si organizzano al di fuori e non dentro la sfera del lavoro salariato. La nuova relazione di subordinazione si costruisce a partire da una forma di patriarcato, ancora più subdola della precedente – se possibile! – legata più che alla centralità del salario e delle sue convenzioni industriali agli attuali rigurgiti sovranisti del neoliberalismo e alla centralità della prestazione come principio egemone di valorizzazione della prassi soggettiva .

Una delle aree in cui tali meccanismi impressori (che complementano e non esauriscono quelli sussuntori) paiono più fertili è, non a caso, proprio quella della riproduzione sociale. Ciò che risulta allora fondamentale è descrivere i modi in cui il capitale ha messo, e oggi in modo ancor più invasivo mette, immediatamente a valore l’ambito della cura, della relazione sociale, della comunicazione affettiva, dell’ambiente naturale, della formazione, ecc.. Il lavoro di Silvia Federici permette di osservare in modo efficace il formarsi di tali processi ed evidenzia come la messa in discussione della subalternità del momento riproduttivo rispetto a quello produttivo, e oggi della confusione crescente tra i due momenti, sia una condizione urgente e imprescindibile per poter guardare agli scenari predatori che abbiamo di fronte. A questo riguardo, Susan Ferguson in suo recente e importante saggio ha messo in rilievo come la riflessione di Federici permetta di correggere gli errori della prospettiva marxiana, a partire dalla constatazione che «ogni momento della nostra vita funziona per sostenere l’accumulazione di capitale». Ci pare una considerazione fondamentale.

Il rifiuto del lavoro domestico e più ampiamente della ‘naturale’ assegnazione delle donne alla sfera della riproduzione sociale può allora ostacolare la creazione di valore e la riproduzione del vigente modello capitalistico. Contribuire a «rompere l’intera struttura del lavoro domestico» significa in tal senso mettere in evidenza una buona fetta di ciò che il “salario” ha oscurato: lo sfruttamento indiscriminato da parte dei capitalisti del lavoro femminile non retribuito e non libero. Diviene dunque oggi necessario aprire gli occhi sulle attività di valorizzazione di chi oggi non accede al lavoro salariato o ne rimane impigliato attraverso la rete sempre più estesa della precarietà. In tal senso la figura del prosumer, del precario intermittente, del rider, del migrante, o ancora della lavoratrice domestica, così ben descritta nel lavoro di Silvia Federici, permettono alle imprese di ottimizzare le logiche di dipendenza e subordinazione soggettiva che qualificano i processi estrattivi situati attorno e all’esterno del tradizionale “posto di lavoro”. Descrivere e quindi tentare di interrompere tali processi significa spingere a fondo il dito nelle piaghe formate dalle logiche dello sfruttamento capitalistico e al contempo significa contribuire a precisare le modalità adeguate per contrastarlo nella sua attuale e certamente più complessa articolazione.