Finché l’arca va… Sulla genesi del vino e altre storie

 

di Emanuela Conversano

A prestar fede alla Bibbia, il primo produttore di vino dell’umanità sarebbe stato Noè. Lo racconto a un amico con cui curo una vecchia vigna, mentre raccogliamo i tralci della potatura – che privilegio poter stare ore a respirare l’aria di campagna in questo tempo che costringe tanti all’isolamento domestico.
Sceso dall’arca alla fine del diluvio, si legge nel libro della Genesi, «Noè, coltivatore della terra, cominciò a piantare una vigna. Avendo bevuto il vino, si ubriacò e giacque scoperto all’interno della sua tenda». Per fortuna sono un’atea convinta, altrimenti ci metterei un attimo ad associare il diluvio universale all’odierna pandemia. Stufo del diabolico perseverare degli uomini nella malvagità, il Signore si sarebbe cimentato in variazioni sul tema della punizione: invece di aprire le cateratte del cielo, avrebbe scatenato un virus invisibile per sterminarci tutti o quasi. Il compito di ripopolare il pianeta stavolta affidato a turisti bloccati su navi da crociera di ritorno dai mari del sud. Senza nemmeno un David Foster Wallace a bordo, a garantire che la nuova stirpe umana non perda per sempre il senso dell’umorismo.
Troppo irriverente, troppo pessimista e troppo agghiacciante il mio parallelo. Meglio non dargli seguito. Resta il fatto, però, che il racconto biblico sulla scoperta della vinificazione sembra essere confermato dall’archeologia. Su quello stesso Monte Ararat, al confine tra Armenia e Turchia, dove Noè sperimentò per la prima volta gli effetti dell’alcol, più di seimila anni fa, c’era già una cantina con tanto di serbatoi per la fermentazione. Se non Noè, qualcuno doveva essersi accorto che l’uva dimenticata per errore in un’anfora si era nel frattempo trasformata in una bevanda inebriante.
Come tutte le più grandi scoperte, anche il vino sarà nato da uno sbaglio. Me lo ricorda una cara amica con cui chiacchiero al telefono passeggiando tra i filari; mi lamento perché i vari decreti mi hanno costretta ad abbandonare in una damigiana lontana dal mio comune di residenza il mio primo esperimento di vinificazione clandestina. Chissà cosa troverò quando lo potrò riassaggiare.
Sicuramente non mi ubriacherò come Noè, essendo già molto più avvezza a reggere i fumi del liquido fermentato, al quale – con moderazione, per carità – faccio ricorso in questi giorni per trovare un po’ di sollievo dall’angoscia. Ed è ciò che fece pure Noè, forse, stando a un’interpretazione della Torah: pare che prima del diluvio avesse osservato una capretta stordita e allegra per aver masticato dell’uva e cercasse di ritrovare quello stato di gioiosa confusione dopo aver assistito all’annientamento della civiltà dalla faccia della terra. La lettura chassidica del passo, invece, ritiene che dietro l’ebrezza di Noè ci fosse l’ambizioso progetto di ritornare ad uno stato di innocenza e pace edeniche. Il vino di Noè come la macchina ammazzaerrori di un racconto di Gianni Rodari che ascolto per caso all’autoradio, di ritorno dalla vigna. Ma l’illusione del vecchio patriarca è la stessa del professor Grammaticus. Lo sanno anche i bambini: indietro non si torna.
Inutile allora andare a cercare un paese senza errori, come il brav’uomo di un’altra poesia di Rodari che, poverino, trovava solo paesi senza acqua e senza vino.
E se invece si trattasse dell’errore produttivo, di cui parla ancora Rodari ai maestri di Reggio Emilia nel 1972, e a me che guido munita di autocertificazione per giustificare i validi motivi del mio spostamento? In questo caso, invece di correggerlo, l’errore bisognerebbe seguirlo, per risvegliare l’immaginazione e inventare nuove storie. Mi appare così anche più convincente una terza esegesi della sbornia di Noè: voleva rimettere in moto il suo cervello e allargare i suoi orizzonti. Secondo Rodari, basterebbe distorcere qualche parola, per dare inizio all’atto creativo.
Chissà che allora non sia la volta buona per imparare da qualche errore ed essere felici come una capretta, quando scenderemo tutti dalla stessa arca che – devo proprio ammetterlo – è molto più comoda di una piccola barca.