XI tesi sul virus mundi

«Se ci si chiede senza pregiudizi come la scienza abbia assunto il suo aspetto attuale – cosa importante di per
se stessa, perché la scienza regna su di noi e neppure un analfabeta si salva dal suo dominio
giacché impara a convivere con innumerevoli cose che son nate dotte – s’ottiene un’immagine
alquanto diversa. Secondo tradizioni attendibili s’è incominciato nel sedicesimo secolo, un
periodo di fortissimo movimento spirituale, a non più sforzarsi di penetrare i segreti della
natura, com’era successo fino allora in due millenni di speculazione religiosa e filosofica, bensì
ad accontentarsi di esplorarne la superficie, in un modo che non si può fare a meno di chiamare
superficiale. Il grande Galileo Galilei ad esempio, il primo nome che sempre si cita a questo
proposito, tolse di mezzo il problema: per quale causa intrinseca la natura abbia orrore degli
spazi vuoti, così da obbligare un corpo che cade ad attraversare spazi su spazi, finché esso
giunge su un terreno solido; e s’accontentò di una constatazione molto più volgare: stabilì
semplicemente la velocità di quel corpo che cade, la via che percorre, il tempo che impiega, e
l’accelerazione della caduta. La Chiesa cattolica ha commesso un grave errore minacciando di
morte un tal uomo e costringendolo alla ritrattazione invece di ammazzarlo senza tanti
complimenti; perché il suo modo, e quello dei suoi simili, di considerare le cose, ha poi dato
origine – in brevissimo tempo, se usiamo le misure della storia – agli orari ferroviari, alle
macchine utensili, alla psicologia fisiologica e alla corruzione morale del tempo presente, e
ormai non può più porvi rimedio. Probabilmente ha commesso quest’errore per troppa
prudenza, giacché Galileo non era soltanto lo scopritore del moto della terra e della legge della
caduta dei gravi, ma era anche un inventore al quale s’interessava, come si direbbe oggi, il gran
capitale; al contrario, la storia c’insegna come il freddo positivismo che lo animava si
diffondesse violento e disordinato come un’epidemia e per quanto possa essere urtante sentir
dire, quasi vanto, che uno era “animato da freddo positivismo”, mentre ci sembra di averne già
fin troppo, a quel tempo il risveglio della metafisica per darsi al severo esame delle cose secondo
differenti testimonianze dev’essere stato addirittura un fuoco, un’ebbrezza di positività!»
(R. Musil, L’uomo senza qualità)

 

0. Nulla sarà più come prima. Quante volte l’abbiamo sentito ripetere negli ultimi trent’anni. Da quando quelli là hanno proclamato la fine della Storia, c’è un bisogno folle di apocalisse. E poi di svolte epocali, quante ce ne sono state? Però, per avere una svolta, ci vorrebbe innanzitutto un’epoca. Invece, per ora, trionfa la cronaca. Insomma, l’epoca non ci è data dalla Storia: dobbiamo conquistarcela. E che tutto sia come prima, sarebbe questa la nostra vera catastrofe.

1. Tra le vittime non del ma col coronavirus, ci sono tanti dei nostri schemi di lettura, identità, coazioni a ripetere. Dopo la sinistra, è morto il cosiddetto «movimento»: non ce ne dispiace, perché le patologie pregresse erano incurabili e non siamo mai stati per l’accanimento terapeutico. Tra l’altro non se ne è accorto nessuno, perché nessuno sapeva che fosse ancora vivo. Così, la rapida elaborazione del lutto ci dà la possibilità di farla finita con la scusa della sopravvivenza e rinascere a nuova vita. L’unica che valga la pena di essere vissuta: quella di chi vuole marciare sulla testa dei re, con o senza corona.

2. Altre vittime col coronavirus: l’Europa e la globalizzazione. Precisiamo meglio. A morire è l’illusoria speranza di un’Europa politica, che ha attanagliato le menti di chi ha confuso l’internazionalismo proletario con l’europeismo finanziario. Ne emergerà uno spazio indebolito e ulteriormente frammentato al suo interno, tenuto insieme per ora solo dall’oligarchia finanzista e dalle differenti convenienze degli Stati. A essere defunta è l’idea di un’irreversibilità della globalizzazione, delle sue magnifiche e progressive sorti. Non si tornerà indietro a quello che conoscevamo prima, però non si andrà avanti a quello che immaginavamo dopo.

3. Nel crepuscolo della modernità, che potrebbe assumere caratteri permanenti, sembrano riproporsi e mischiarsi questioni antiche e contemporanee. L’apparente ritorno delle origini, con il giganteggiare del Leviatano cinese, si mescola senza soluzione di continuità con ciò che era stato chiamato il «postmoderno», simboleggiato dal ruolo performante dell’industria della comunicazione. E si ripropongo, in forma nuova, vecchie questioni, innanzitutto lo scambio e rapporto tra libertà e sicurezza. Chi aveva profetizzato la morte dello Stato, si è sbagliato di grosso. Il mostro marino non si estinguerà da solo. E altre fantasiose ipotesi geopolitiche, di imperi e guerre stellari, sono passate senza lasciare ricordi, come un’influenza stagionale. Dal disordine mondiale, sta emergendo un secolo asiatico? Rispondiamo come fece Zhou Enlai quando gli venne chiesto quali erano, a suo giudizio, gli esiti della rivoluzione francese: è troppo presto per dirlo. Una cosa pare tuttavia certa: quando il gioco si fa duro, la longue durée fa piazza pulita dell’immediatismo effimero.

4. L’industria mediatica non si è affatto inventata la pandemia, non scherziamo; la pandemia, però, almeno in queste forme non sarebbe esistita senza l’industria mediatica. Il nome stesso, covid-19, sembra pensato per una serie televisiva. E finché il virus mieteva morti e feriti a Wuhan, non c’è dubbio che la guerra virale sia stata la prosecuzione della guerra commerciale con altri mezzi. Il punto è che il sistema capitalistico complessivo, lungi dall’essere o dall’essere mai stato un blocco compatto e omogeneo, è la dinamica composizione di interessi contrastanti, differenti articolazioni e sotto-sistemi, ognuno con una propria relativa autonomia pur all’interno di una direzione unica, l’accumulazione di dominio e di capitale. A partire da gennaio l’industria mediatica ha dettato l’agenda politica e pubblica, selezionando le informazioni e le interpretazioni a cui dare rilievo, silenziando le altre. Ha prescritto i comportamenti e gli stili di vita corretti, ha biasimato e messo alla gogna quelli irresponsabili. In poche parole, ha formato soggettività: l’uomo e la donna del virus. La questione è: autonomizzandosi in parte, i sotto-sistemi possono assumere delle direzioni imprevedibili, sfuggire un poco di mano e aprire nuove, inedite contraddizioni? Mai come in questo periodo, comunque, possiamo fare esperienza di come informazione e conoscenza si divarichino, fino al punto di contrapporsi: più ci immergiamo nel bombardamento dell’infosfera, meno comprendiamo ciò che accade.

5. La modernità capitalistica ha allevato nel proprio grembo la fede nel progresso e la religione scientifica. Oggi, in forma intensificata e accelerata nella crisi virale, questa fede e questa religione sono sottoposte a una tensione contraddittoria. Da un lato, si afferma un ruolo immediatamente politico della scienza, delle sue istituzioni e manager, dall’Organizzazione mondiale della sanità fino a un Burioni qualunque; dall’altro, però, la religione scientifica è stata almeno momentaneamente arrestata nella sua pretesa onnipotenza. Di fronte al microscopico parassita, la scienza si scopre improvvisamente impotente. In queste settimane, basta dare un’occhiata alla babele delle opinioni scientifiche su giornali e tv per accorgersi che la distanza sociale tra fake news e giudizi esperti tende a confondersi. Nell’aria si spandono milioni di particelle contenenti previsioni, opinioni, probabilità, consigli, ognuna espressa dall’imperiosa cattedra del titolo, tutte accomunate da una sconcertante verità: non sappiamo. Non certo da oggi, del resto, registriamo uno scollamento storico tra realtà del capitalismo e promessa di progresso. Qui si apre, potenzialmente, uno straordinario campo di conflitto.

6. Confessiamo: non riusciamo proprio ad appassionarci allo scontro esistenziale tra chi in questa situazione vede solo la polizia e chi vede solo la salute, al dibattito accademico tra chi vaticina uno stato d’eccezione e chi un’eccezione senza stato, tra i fantasostenitori della potenza leviatanica e quelli della potenza moltitudinaria. È un’altra la cosa su cui ci preme ragionare, decisamente più importante: il capitalismo non è in quarantena. Come in ogni crisi si apre inizialmente una fase di confusione, in cui si scontrano interessi differenti e tra loro in competizione: c’è distruzione e c’è creazione, ci sono settori che muoiono e altri che spiccano il volo. Sarebbe un grave errore confondere la confusione con la destabilizzazione (o, peggio che mai, il crollo spontaneo): la prima diviene la seconda solo se ci sono delle forze antagoniste organizzate che agiscono in quella direzione. In assenza di tali forze, la confusione si tramuta in innovazione. Se vogliamo dirla nel linguaggio sanitario che oggi va per la maggiore, il corpo del capitale ha un bisogno vitale della malattia-crisi. Allo stesso modo, è piuttosto grottesco confondere la nostra quarantena con un’alternativa al modo di vivere capitalistico, ovvero un rifugio dal consumo. Significa non capire nulla di che cos’è la vita sotto il capitale e di che cos’è il consumo, e neppure la forma-merce. Perfino negli angusti spazi domestici, consumiamo eccome: ad esempio la merce-cura, la merce-sicurezza, la merce-informazione, la merce-virtuale, la merce intrattenimento, per non parlare della merce-alimentazione o della merce-benessere. E la merce-soggettività, innanzitutto: ogni giorno riproduciamo noi stessi, la nostra capacità e la nostra forza lavoro. Cose a cui, per ora e per un periodo indefinitamente lungo, il capitale non può affatto rinunciare.

7. La crisi mette a nudo anche le retoriche capitalistiche, che troppo spesso abbiamo dato per assolutamente vere e già realizzate. Pensiamo solo al profluvio di parole, convegni e libri abbagliati dal capitalismo delle piattaforme e dalla potenza del sistema logistico, e mettiamoli ora a confronto con qualche quotidiana osservazione empirica: il sito dell’Inps crolla miseramente, la scuola online è una tragicomica farsa, le catene di distribuzione vanno in tilt, ti obbligano a restare a casa ma la spesa online se tutto va bene te la consegnano dopo due mesi. E non vi è dubbio che, nei buchi e mancati funzionamenti di queste settimane, incida l’azione di comportamenti di rifiuto e resistenza espressi da lavoratori che non vogliono barattere la propria salute con una paga più o meno da fame. Talvolta riduciamo il nemico a semplice involucro parassitario di cui possiamo disfarci grazie alla supposta potenza della cooperazione sociale; talaltra lo dipingiamo come un moloch invincibile e totalizzante, senza scarti, contraddizioni e possibilità di fuoriuscita. Alcuni vedono soggettività senza un sistema, altri un sistema senza soggettività. Invece il capitale è una macchina complessa, che si nutre di crisi e bisogni: è una civiltà che si riproduce non solo con la coercizione, ma innanzitutto attraverso la realizzazione di desideri che induce e cattura. Il capitale produce in primo luogo soggettività. D’altro canto, questa macchina è tutt’altro che perfetta o priva di falle: più si sviluppa, più mostra i suoi punti di fragilità strutturale. Le crisi si moltiplicano, diventano contagiose, fanno traballare la salute. Ma senza una forza collettiva ad ammalarci saremo noi, mentre si rafforzerà il sistema immunitario del nostro nemico. Allora, la domanda che ci dobbiamo porre è: come diveniamo noi un virus letale?

8. Euforia e depressione, fiducia e panico, sono i sentimenti al lavoro nel mercato finanziario. Ce ne dobbiamo tenere alla larga. In tempi di crisi, all’immotivata fiducia nell’automatica esplosione di un ciclo rivoluzionario, fa da contraltare il pernicioso ordine del discorso catastrofista. Lo abbiamo già ampiamente visto all’opera nell’ecologismo, come se farsi profeti di sventure più o meno prossime conducesse a un miracoloso cambiamento del mondo e delle sue coscienze. Sull’altare di un futuro immateriale, dovremmo sacrificare un materialissimo presente. «Ma prima di tutto, chi vi dice che ci sta a cuore la civiltà dell’uomo?», domandava un nostro cattivo maestro. Ecco, appunto. L’ordine del discorso catastrofista porta, inevitabilmente, all’interesse generale: siamo tutti sulla stessa barca, ci ripetono e ci fanno ripetere. E dove c’è interesse generale, non c’è spazio per la parzialità rivoluzionaria. Oggi, nel terrore dell’invisibile virus, molti pensano che il dovere degli anticapitalisti sia soffiare sulla paura: moriremo tutti! Ma la paura paralizza, diventa panico: è ciò che proviamo di fronte a qualcosa che non siamo minimamente in grado di gestire, come una malattia per cui non ci sono cure, oppure numeri che sfuggono alla nostra possibilità di comprensione e di controllo, astratti e assoluti, mai concreti e relativi. Quelli, appunto, dei bollettini di guerra e dei mercati finanziari. Insomma, ovvio combattere il negazionismo criminale di Confindustria, Boris Johnson e Bolsonaro, necessario come il pane nell’immediato appoggiare gli scioperi spontanei dei lavoratori che non vogliono rischiare la pelle per pochi euro. Ma temiamo che non sia affatto sufficiente appena mettiamo il naso fuori dalla nostra quarantena: Hobbes ci ha spiegato una volta per tutte che la paura getta gli uomini e le donne tra le braccia dell’autorità costituita, senza se e senza ma. A far nascere le lotte non è mai il panico, bensì la concreta possibilità di rovesciare la paura sul nostro nemico.

9. Affermare che ai padroni non gliene frega della nostra salute è una banalità che possiamo dare per scontata. La questione è, però, che con un proletariato di morti e malati il loro maledetto sistema non glielo riproduce nessuno. La partita non è tra necropolitica e biopolitica, o il derby tra libertà e sicurezza. Sono termini che fanno parte di un’unica dialettica, quella dello sviluppo capitalistico. O si rompe la dialettica, e dunque entrambi i termini, oppure si resta prigionieri di quel campo di sviluppo. Quella che le autorità mediche e scientifiche chiamano la «fase due», è per i padroni la necessità della exit strategy: che capitalismo uscirà dall’emergenza? Prendiamo l’industria della sanità, ad esempio. A sinistra immaginano che finalmente i governi abbiano capito l’importanza del pubblico: ancora una volta, è la sinistra a non aver capito niente. Ci saranno certo investimenti massicci con un ruolo determinante dello Stato, è facile ipotizzare che l’industria della sanità e della cura – come ambito della macro industria della riproduzione – diventerà un settore centrale, ma in una forma che ben poco ha a che fare con la tradizionale dialettica tra pubblico e privato. L’industria della sanità, probabilmente, diventerà sempre più un’organizzazione integrata di scienza, tecnoscienza, modelli attuariali informatizzati, fatti di big data e profilazione della popolazione. Ne abbiamo intravisto qualcosa nella gestione coreana del virus, mentre l’«Economist» parla di coronopticon. Lo scambio tra libertà e sicurezza, forse, si rideterminerà in un meccanismo di premialità e colpevolizzazione per gli stili di vita e consumo individuali. La guerra virale può essere – con le dovute proporzioni – uno degli equivalenti delle guerre del Novecento, nuova forma-crisi di cui il capitale si alimenta. Ciò che adesso intravediamo in modo confuso, con risposte diversificate sul piano geopolitico e con l’arretratezza italiana (altroché exit strategy, il governo Conte con il disco rotto del «restate a casa» sembra uscito dai racconti manzoniani), diventerà con ogni probabilità un modello sperimentale di medio-lungo periodo. Lo diventerà, se non riusciamo a rispondere alla domanda: come trasformare la guerra virale in guerra civile rivoluzionaria?

10. Le parole d’ordine non sono universali e atemporali. Si sa che un giorno prima è troppo presto, un giorno dopo è troppo tardi. Ciò che un giorno può portare alla rottura della macchina, un altro olia la compatibilità degli ingranaggi. Reddito di quarantena, redistribuzione della ricchezza, «quantitative easing for the people»: cosa succede quando i governi capitalistici propongono nell’immediato delle ricette che sono state patrimonio del pensiero radicale? Certo, all’oggi è più retorica che realtà, rispondono all’emergenzialità e non a una prospettiva strutturale, e poi bisognerà agire sull’inflazione di queste proposte, tentare di condurle al punto di non sostenibilità per il sistema. Tuttavia, non scordiamoci che dopo la prima guerra mondiale il socialismo è diventato la scialuppa di salvataggio del capitalismo in crisi. Ora, nel passaggio senza soluzione di continuità dalla crisi sanitaria a una crisi economica di proporzioni non ancora decifrabili, probabilmente i numeri di morti e feriti per il coronavirus cominceranno, col tempo, a essere paragonati e ridimensionati con i numeri di morti e feriti per impoverimento, disoccupazione, crollo dei bilanci familiari. Alle lotte contro chi ci ha costretto a non stare a casa per andare a lavorare, seguiranno le lotte contro chi ci ha costretto a stare a casa per rimanere senza soldi. Prepararsi a questo passaggio, anticiparlo, significa ipotizzare delle scommesse: soggetti, luoghi, tempi. Stare pronti, l’avvertimento leniniano. Come interveniamo nei processi di ulteriore e rapidissima destrutturazione del ceto medio, con i milioni di precari che resteranno sul terreno, con i lavoratori che al rientro dal fronte si puliranno il culo con gli inni dai balconi e i ringraziamenti ai martiri, dentro lo «smart working» che altro non è se non un’estensione dei luoghi e dei tempi dello sfruttamento: queste sono le questioni,  non da aspettare ma da organizzare. Muovendoci nell’estrema ambiguità con un punto di vista estremamente unilaterale. Da questa angolazione, un’altra cosa dovrebbe essere per noi certa: è suicida arretrare sulla difesa di una democrazia sempre più vacillante. Musil scriveva: «Democrazia significa: “fai quello che accade”». La democrazia è amministrazione senza nomos, tutto è calcolato ma solo finché è nell’ordine della gestione. Insieme a varie altre cose, possiamo sostenere che nella crisi la democrazia – in quanto tecnica di neutralizzazione del conflitto, automatizzazione spersonalizzante – semplicemente cessa di funzionare. Per carità, i discorsi sul fascismo alle porte non ci interessavano prima con Salvini e Trump, figuratevi se ci interessano adesso con Giuseppi e Speranza. Innanzitutto perché abbiamo orrore della conseguenza politica che in molti storicamente ne traggono: il frontismo antifascista. Che è un altro modo di dire: saliamo tutti sulla stessa barca democratica. La crisi della democrazia, al contrario, è per noi un’altra possibilità. Una contraddizione da esasperare, non da risolvere.

11. Non siamo la Croce Rossa né la Caritas, non siamo missionari o boys scout. Più spirano venti di guerra civile, più i compagni chiedono impauriti rifugio alla fu società civile. Nella crisi, più che mai, l’unica possibilità di resistenza è l’attacco. Non bisogna fare la spesa ai proletari senza essere pagati, bisogna fare la spesa con i proletari senza pagare. Senza giri di parole né gusto della provocazione: il virus ha fatto quello che avremmo dovuto fare noi. Attacca con micidiale efficacia dove e quando non se lo aspettano, blocca il sistema respiratorio, si massifica e si moltiplica dove lui è più forte e più debole il corpo aggredito. Qui, nell’irruzione del virus mundi, abbiamo la  possibilità di reinventarci, di ridivenire autonomi. La partita non è chiusa, la storia si riapre continuamente. È ancora il nostro Musil a guidarci attraverso la misteriosa curva: «La traiettoria della storia non è quella di una palla da biliardo. Essa assomiglia piuttosto alla traiettoria delle nuvole che patisce l’influsso di così tante circostanze che in ogni momento una nuvola può modificarla».