Dall’operaio sociale all’operaio sociale: ripassare all’attacco

di Francesco Bedani

Porsi la domanda di come portare gli anni Settanta nel Duemilaventi è semplicemente da stupidi; non meno di portare i Venti nei Settanta. Partendo da questa consapevolezza bisogna però saper attingere dai soggetti politici più avanzati in quel lungo ciclo di lotte, consci che quando e dove la controparte collettiva ha tremato maggiormente dobbiamo necessariamente prestare la nostra attenzione di militanti.

Capita – è una possibilità che si determina nella costruzione di una teoria e di un progetto organizzato autonomo – di guardarsi intorno insoddisfatti da aridi automatismi ideologici che ci circondano e domandarsi come organizzare la nostra parte negli anni della crisi permanente e della fine degli schemi che a lungo hanno sorretto l’analisi politica del Novecento, in parte anche di quella che possiamo chiamare, per approssimazione, radicale. Guardarsi indietro allora significa separare la forma, involucro vuoto e incubatore di identità inutili, falsi miti o ancor peggio estetismi di seconda mano, dalla sostanza, quella capacità di cogliere i nodi strutturali, di catturare i comportamenti della composizione sociale e di costruire strategia. Ricercare la rottura allora si coniuga con una postura che ha bisogno di piedi ben piantati e sguardo attento. Bisogna però immediatamente chiarirci: piedi ben piantati non significa piantati nel passato. Il passato lo studiamo metodicamente, a questo ci serve, né più né meno. Nessun canto di gesta eroiche o favole a lieto fine: questo sì sarebbe mistificare una storia politica importante. Significa invece ben piantati nel presente, nei comportamenti caotici e talvolta contraddittori delle figure sociali della contemporaneità, con uno sguardo lucido su quello che possiamo tutt’oggi – e però in modo molto differente da allora – definire operaio sociale, colui che nella seconda metà degli anni Settanta iniziava ad affermare la propria centralità e che oggi è sistemicamente (e non più, o non ancora, politicamente) soggetto centrale. Partendo da due domande, allora, ci sentiamo di condividere con chi ci ha preceduto un pezzo importante di ragionamento: come si organizza l’operaio sociale nell’incedere della crisi? Come si catturano e si politicizzano i comportamenti sociali, giovanili o meno, di questa fase?

Per prima cosa con operaio sociale intendiamo, tagliando con l’accetta, quella figura che con la ristrutturazione capitalistica, la fine della centralità della fabbrica, e l’implosione dell’operaio massa in forme di lavoro frammentate e parcellizzate, ricopre oggi un ruolo centrale nel processo di valorizzazione e accumulazione capitalistica. Significa allora fare i conti una volta per tutte con quelle forme di intervento resistenziali e di retroguardia che hanno guardato a questo magmatico mondo sociale come soggetti da proteggere o da compatire. O ancora con quell’accademismo pseudo-radicale che si è attardato a declamarne una descrizione sociologica avulsa da una pratica politica. Il precariato tanto sbandierato negli ultimi decenni è diventato più un’etichetta che ha determinato un piano di ineluttabile debolezza che non uno spazio di impegno politico radicato e strategico. Questo smottamento sociale è stato duramente approfondito dalla crisi economica che, oltre ad aver impoverito materialmente, si è fatta spirito del tempo contemporaneo, plasmando una nuova soggettività, analfabeta rispetto al vocabolario che ostinatamente alcuni gruppi politici continuano a parlare. La crisi della rappresentanza e della mediazione sindacale ha fatto il resto. Da una parte la fine del lavoro organizzato all’interno di spazi e luoghi determinati ha completamente (definitivamente?) mutato il volto, o meglio reso inconsistenti, le forme del conflitto tradizionali; dall’altra la decomposizione del sindacato, delle istituzioni e del diritto del lavoro si sono legate a una indisponibilità impolitica da parte dei lavoratori molecolarizzati verso le classiche forme di mediazione. Tradurre questa indisponibilità passiva in indisponibilità attiva e politica è uno dei passaggi con cui ci troviamo a fare i conti. Costruire una lotta sul e contro il lavoro oltre il sindacalismo, in particolare contro la finalizzazione vertenziale che ha fagocitato le lotte e il loro possibile sviluppo autonomo, è il compito che ci sembra fondamentale in questa fase. Segnare una discontinuità con una retorica e una prassi politica che non ci appartiene più o non ci è mai appartenuta, sia essa sinistra storica o un concentrato di movimento più idealizzato che reale, è il nostro ossigeno nuovo per osare fare la rivoluzione.

Partendo da questi termini, con la consapevolezza della distanza incolmabile, qui e ora, con la storia dei Collettivi politici veneti e con quel contesto storico, politico e sociale, ci sentiamo di prendere in mano l’importante libro di Giacomo e Piero Despali, avendo la certa convinzione di ritrovare in quelle pagine, in quell’analisi e in quella pratica rivoluzionaria, elementi di interesse che sappiano dialogare con i problemi attuali con cui ci troviamo a fare i conti. Ricapitolando: organizzare l’operaio sociale, superare e combattere le forme istituzionali di concertazione e di mediazione, uscire dalla palude e dalla marginalità.

Cosa significa allora passare da un atteggiamento resistenziale a un attacco contro le forme dello sfruttamento oggi? Attaccare, in questo campo, significa innanzitutto sottrarre al nemico l’interlocutore della mediazione (sindacato o altro gruppo che sia) e riconquistare decisionalità autonoma; ricollegare tempi e spazi nella dimensione rivendicativa e dunque politica laddove vengono negati e scomposti nella dimensione lavorativa. Innanzitutto, studiare e costruire una nuova grammatica che sappia dialogare con questi lavoratori, porsi su un terreno di discontinuità rispetto all’automatismo dell’intervento resistenziale.

Due, tra gli altri, sono gli elementi che ci sembrano paradigmatici nel racconto dei fratelli Despali: la costruzione dei Gruppi sociali (ex centri di aggregazione giovanile legati alle parrocchie) come metodo politico e capacità di territorializzare socialmente un agire politico; e in particolar modo le ronde proletarie come prassi organizzativa, terreno di identificazione per i lavoratori da una parte e di scontro contro i padroni dall’altra, conquistando e imponendo la propria temporalità.

Non ci interessa analizzare questi elementi in questo testo, non siamo commentatori e quindi invitiamo a leggere il libro. Ci interessa piuttosto porre l’accento sulla capacità di sapersi svestire delle proprie categorie e capire linguaggi, usanze e comportamenti della composizione sociale da una parte, e al contempo concentrarci su forme di lotta e organizzazione che sappiano tradursi in prassi passando proprio attraverso quella composizione sociale in quel determinato contesto. Troviamo allora produttivo costruire un ragionamento su come riposizionare non la fotocopia delle pratiche, ma l’intuizione, il metodo e quella forza politica nel nostro tempo. Rompere con quella parte della nostra tradizione politica che piange la povertà degli ultimi per conquistare la rottura soggettiva nella forza sociale organizzata.

Immaginiamo dunque l’esperienza del Padrone di Merda, per mettere a verifica quello che si fa nel presente e non idolatrare la mitologia del passato, come un tentativo che vada in questa direzione. Ci riferiamo alla piattaforma di lotta che riunisce e organizza lavoratori e precari contro lavoro mal pagato, lavoro nero, soprusi e molestie sul posto di lavoro. Elemento di potenziale identificazione e moltiplicazione è la maschera bianca, dietro la quale può esserci chiunque, volto comune dell’operaio sociale. Significa progettare e costruire forme di organizzazione e di lotta in grado di coordinare l’identificazione di un soggetto politico (dunque dotato di forza sociale, direzione e potere decisionale) che si trova disgregato nella frammentazione del lavoro, con l’elemento della specificità territoriale dell’organizzazione del lavoro stesso, unita all’imprevedibilità dell’attacco come espressione di forza e accumulo di potere contrattuale. Il superamento del sindacalismo, confederale o conflittuale che sia, si determina nella capacità di identificare l’obiettivo e di dettare luoghi e tempi dello scontro. Non è teoria, per quanto astratta possa sembrare, ma i caratteri e i punti di forza che nella città di Bologna questa esperienza in formazione sta esprimendo, pur con vari problemi da risolvere e nodi ancora da sciogliere. Nella prassi quotidiana, come abbiamo potuto vedere, l’elemento di spinta che porta a un’attivazione dei lavoratori è la questione della vendetta, la rabbia e la voglia di farla pagare al padroncino di merda di turno, non certo manifesti politici di bella retorica o programmi idealistici. La sfida oggi è dunque costruire le condizioni per lo sviluppo di una lotta politica potenzialmente espansiva laddove la controparte tenta di difendersi riducendola a illegalità comune, reato economico, come le accuse di estorsione rendono esplicito.

La ronda proletaria quindi ci sembra un esperimento di grande anticipazione che era riuscito a tracciare elementi di spiazzante novità, sia nella discontinuità rispetto alle pratiche classiche, sia nella capacità di attacco contro la parte padronale. Oggi l’azione di disturbo davanti o dentro il luogo di lavoro prende i contorni di una lotta e un controllo attivo rispetto alle forme di sfruttamento e come strumento di organizzazione di lavoratori e precari. Senza altisonanti paragoni o farsesche medagliette formali da esibire, questa ci sembra una strada da battere, innaffiando semi di contropotere, costruendo organizzazione, per combattere il presente.