Frammenti inediti di una fantastica vita: Potere operaio e Giangiacomo Feltrinelli

 

di Nanni Balestrini

Dopo «Quindici» io e altri abbiamo accentuato i rapporti con il movimento. È nato Potere operaio, la cui riunione di fondazione è stata fatta a casa mia a Roma in via dei Banchi Vecchi nel settembre del ’69, anche se formalmente l’annuncio della costituzione del gruppo era stato dato alla fine del luglio dello stesso anno. Intorno a Potere operaio si è coagulato un gruppo vivace di persone. Si discuteva animatamente  con Giangiacomo Feltrinelli sulle strategie rivoluzionarie.
Utilizzando in parte anche una serie di articoli che non erano usciti su «Quindici», ho fatto un’altra testata finanziata da Feltrinelli che si chiamava «Compagni,» di cui ne sono usciti solo due numeri e la cui grafica era sempre di Trevisani. Il mio progetto era ancora quello di una rivista fatta da intellettuali che avessero rapporti con i politici del movimento. L’idea era quella di ricomporre la frattura che si era creata in «Quindici». La nuova rivista non ha continuato non solo perché c’è stata la morte di Feltrinelli, come alcuni hanno poi sostenuto, ma piuttosto perché da lì a poco sono nati e si sono moltiplicati i giornali dei gruppi extraparlamentari: settimanali, mensili, periodici vari eccetera e quindi a quel punto non aveva più senso e io sono passato a fare i giornali del movimento.

Ho quindi collaborato ai primi numeri della rivista di Potere operaio che veniva confezionata a Milano a casa di Giairo Daghini nella famosa comune di via Sirtori. La grafica era anche quella di Trevisani. Ricordo che avevo una vecchia Ds Citroen con la quale andavo all’aeroporto a prendere Giairo Daghini e Oreste Scalzone che arrivavano da Milano con gli articoli del giornale. Andavamo direttamente in tipografia a comporlo, si usava ancora il piombo. Ci mettevamo due giorni.
Nel ’71 è stato pubblicato dalla Feltrinelli Vogliamo tutto, un libro che ha venduto subito molto bene e che ha segnato esplicitamente il mio posizionamento politico.

Nel marzo del ’72 muore Feltrinelli. Potere operaio organizza a Milano una conferenza stampa dove Giairo Daghini legge alla stampa il famoso comunicato: «un rivoluzionario è caduto». Hanno scattato una foto finita sui giornali dove io comparivo sullo sfondo. Questo mi è stato molto rimproverato dalla casa editrice Feltrinelli per voce di Brega che era un vecchio comunista del Pci. In modo gentile ma fermo mi ha rimproverato la sconvenienza della cosa. La direzione della Feltrinelli a caldo ha cercato di difendersi sostenendo che gli impicci politici di Giangiacomo non riguardava la casa editrice. Loro nulla sapevano delle sue scelte anche perché era andato in clandestinità ecc.

Giangiacomo era andato clandestino nell’estate del 69. Lui aveva delle informazioni molto precise che gli arrivavano dal Pci, in specifico da Secchia e dal suo giro. Inoltre aveva subìto delle perquisizioni, dei pedinamenti, era fortemente criminalizzato dai giornali di destra che lo indicavano come finanziatore dei gruppi extraparlamentari in Italia e di quelli terroristi sparsi per il mondo. Era vero che si dava molto da fare, e non solo in Italia. Mi ricordo un natale passato nella sua tenuta in Carinzia, con la neve. Feltrinelli era l’uomo più ricco di Milano. Quando è passato in clandestinità voleva che la casa editrice finisse in mani fidate. Non si fidava di Riva perché era un po’ socialista. Non si fidava di Filippini perché era un po’ anarchico. Per cui li ha brutalmente licenziati tutti e due facendogli trovare le lettere sulle scrivanie. Per loro è stato un trauma, dato che per tutti gli anni Sessanta il lavoro della casa editrice era stato meraviglioso in energia e creatività.

Giangiacomo mi ha chiesto di trasferirmi da Roma a Milano per dirigere il settore della letteratura. Ma io volevo restare a Roma, e poi mi spiaceva per Riva che era mio amico.
Per cui ho rifiutato ma gli ho procurato una persona: Aldo Tagliaferri.

Mi ricordo il funerale di Giangiacomo al cimitero di Milano con una folla enorme circondata da un esercito di polizia. Poi Scalzone si è arrampicato sul un albero e ha fatto un comizio.
Poco dopo dalla Feltrinelli me ne sono andato.

Sempre per Potere operaio ho curato le pubblicazioni «Linea di massa», erano opuscoli su temi specifici come per esempio il lavoro tecnico-scientifico che aveva scritto Franco Piperno mentre un altro lo aveva scritto Sergio Bologna…