Il capitalismo non è in quarantena – Innovazione e conflitti nella crisi da Covid-19

Conversazione con Salvatore Cominu – a cura di Giuseppe Molinari e Loris Narda

 

A partire dagli spunti contenuti nel libro Frammenti sulle macchine, pubblicato per la collana Input di DeriveApprodi, discutiamo con Salvatore Cominu gli effetti che gli sconvolgimenti dell’emergenza sanitaria ed economica avranno sui processi di innovazione capitalistica, sulle prospettive di rilancio dell’accumulazione, sulle possibilità di un contro-uso della crisi.

 È innegabile che la crisi da Covid rappresenti un acceleratore dei processi di ristrutturazione capitalistica – pensiamo ad esempio alla spinta alla digitalizzazione del lavoro o della formazione – e una ghiotta opportunità per i Big Tech e per le altre imprese che vengono solitamente raggruppate sotto la definizione di «capitalismo delle piattaforme». È altrettanto vero che la crisi ha mostrato le fragilità strutturali dell’organizzazione capitalistica odierna: siti web che non reggono il numero degli accessi, catene di distribuzione incapaci di gestire il quantitativo d’ordini, l’improvvisazione su didattica a distanza e smart working. Si può dire che negli ultimi anni si è aderito pedissequamente alle retoriche capitalistiche sottovalutando lo scarto che c’è tra di esse e quello che effettivamente vediamo?

 L’innovazione tecnologica è anche hype, l’innovatore e il suo venture capitalist sono attori che dialogano con i mercati corporate e finanziari, sono produttori di retoriche che spingono le aspettative, enfatizzando le utilità per i compratori (le imprese, gli individui, le organizzazioni) e il valore atteso che alimenta, in ultimo, le convenzioni finanziarie. La crisi Covid ha palesato la vulnerabilità dell’apparato tecno-scientifico, lo iato tra la promessa di oggettività e di efficacia immanente al discorso sull’innovazione digitale e la sua effettiva presa sul mondo, quello che effettivamente vediamo, però non credo che questo scarto possa essere sopravvalutato se non in modo contingente. L’innovazione tecnologica è anche una tigre di carta, ma resta pur sempre una tigre. Credo però che in molti si stiano interrogando sul disallineamento tra la potenza di questi mezzi e la loro utilità effettiva, dal momento che non sono in grado di renderci la vita migliore: dopo diluvi di parole e paper su Industry 4.0 si scopre che non siamo in grado di produrre le mascherine quando servono, abbiamo Big Data e profilazione di tutto, ma non si riesce ad avere una misura attendibile dei contagi e perfino dei morti. E sentiamo echeggiare una domanda: come mai gli ammonimenti e le segnalazioni della comunità scientifica, gli studi premonitori sulle precedenti insorgenze virali, non sono stati presi in considerazione da chi «poteva» intervenire e attrezzare per tempo il campo? E come mai nonostante tanta potenza di mezzi e conoscenza cumulata, la crisi pandemica è stata affrontata, per tutta la fase uno e in quasi tutti i paesi, con metodi non troppo dissimili da quelli che i veneziani avevano predisposto dopo la Morte Nera di metà Trecento?

In fin dei conti, la questione rimane sempre la stessa: a chi e a cosa servono le nuove tecnologie? In un libro di qualche anno fa, Cyber-proletariat, Nick Dyer-Witheford richiama quello che lo storico David Noble considerava uno dei più rimarchevoli documenti negli annali della scienza del XX secolo, la lettera che nel ’49 Norbert Wiener, uno dei pionieri della cibernetica, scrisse a Walter Reuther, allora presidente dello Uaw (il potente sindacato dei lavoratori dell’automobile con sede a Detroit), allertandolo sui possibili effetti della macchina computazionale commissionatagli da una corporation, che avrebbe generato effetti devastanti per i lavoratori dell’auto, ad esempio desertificando le linee di montaggio. Fin dai suoi atti fondativi, l’informatica è stata usata per scopi specifici e di parte, piuttosto che per finalità umane generali o generiche. Non è un discorso particolarmente radicale. Shoshana Zuboff, nelle pagine introduttive del suo best seller Il capitalismo della sorveglianza, ricorda che anche per Weber era l’orientamento economico a stabilire gli obiettivi del cambiamento tecnologico. È la ricerca del profitto che seleziona le tecnologie su cui indirizzare la ricerca, da cui l’invito della stessa Zuboff a guardare al burattinaio e non al burattino, agli scopi del primo più che alla forma del secondo. Queste annotazioni fanno da tempo parte della critica dello sviluppo tecnologico; è però da rimarcare che il movimento operaio, soprattutto nelle sue componenti ufficiali, è stato quasi sempre «scientista», ha di fatto aderito nella sostanza al progressismo positivistico, basato appunto sulla presunzione di neutralità della tecno-scienza (senza con ciò trascurare autori o esperienze collettive che questa neutralità hanno saputo mettere in discussione, o non restarne perlomeno imprigionati).

Le nuove tecnologie di rete, diffusesi negli anni Novanta del secolo scorso, vennero viste come portatrici in sé di modelli di funzionamento policentrici, basati sulla distribuzione di intelligenza e conoscenza, che poi significa distribuzione di potere, e infine di irriducibilità alla logica proprietaria. Dopodiché, ne è passata di acqua sotto i ponti. Se è tuttora necessario prendere le distanze da posizione tecnofile (secondo me lo è), proviamo a spendere però qualche parola anche su quelle tecnofobe, perché la rappresentazione democratica della rete, che trovava ampio spazio anche nelle arene contro-culturali, sembra negli ultimi anni avere ceduto spazio a una distopia neo-apocalittica. Per usare l’immagine della Zuboff, ci si è finalmente resi conto dell’esistenza del burattinaio, ma come spesso accade si finisce per attribuirgli superpoteri che probabilmente non possiede. Certamente, a monte di questo ribaltamento di prospettiva c’è la fenomenale concentrazione industriale, economica e di potere nel nucleo di Big Tech che formano il nucleo di vertice della nuova economia, tra le più intense conosciute nella storia del capitalismo. Oggi parliamo di «sorveglianza» e l’immagine della rete è stata soppiantata da quella meno destrutturata di piattaforma.

Però, se questo era il senso della provocazione che ponete, penso anch’io che la cattura del sociale, della soggettività, delle pratiche umane, nell’astrazione dell’infrastruttura digitale sia tuttora un problema (per loro), sebbene oggi, per citare un autore francese (Cardon), non siano più tanti i gesti – acquisti, decisioni professionali – non orientati da un’infrastruttura di calcoli. Questo governo digitale, di fronte alla sfida della pandemia, ha mostrato tutti i suoi limiti, una grande fragilità. Lo abbiamo visto, per limitarci al piano della produzione di merci, con i primi provvedimenti di limitazione della circolazione (prima del lockdown): è andato in tilt tutto, anche per via dei comportamenti sociali, l’assenteismo e gli scioperi spontanei dei lavoratori, a cui la parte di martiri del Pil evidentemente non piaceva. Gli impianti hanno iniziato a funzionare a mezzo regime, i camion non arrivavano, materie prime, componenti, ricambi viaggiavano con tabelle orarie diverse dai tabulati della logistica integrata. In breve, queste catene del valore lunghe sono fragilissime, e possono funzionare in modo efficiente solo a patto di non trovare attriti sociali o vincoli ambientali, urbanistici, procedurali o, come in questo caso, legati alla salute collettiva. Sebbene non creda che questa consapevolezza sia passata nella testa dei più, forse in diversi iniziano a porsi il problema della contraddizione effettiva tra gli scopi sistemici che questa organizzazione serve, e la riproduzione sociale. Una grande potenza al servizio di fini che si contrappongono alle esigenze delle vite; cose che hanno un certo peso anche in termini di consenso, e questa ragione deve avere pesato non poco sulle scelte effettuate dal governo nella prima fase. E tuttavia la curva del sentire sociale, il mood collettivo, è sensibile all’andamento della curva del contagio, ma anche a quella delle aspettative di reddito. È evidente che siamo entrati in una fase molto diversa rispetto a marzo.

Ciò detto, mi sembra scontato che questa crisi sia una grandissima opportunità per i colossi tecnologici. L’elemento retorico è tra le condizioni della valorizzazione: l’hype della new economy alimentò la bolla esplosa nel 2001, ma questo non impedì alle tecnologie digitali di abilitare effetti più che reali nell’economia e nell’organizzazione sociale. Il fatto che non funzioni quando più servirebbe alla vita collettiva dimostra soprattutto come questa infrastruttura (intesa come logica intima, meccanismo socio-tecnico sottostante) non sia progettata e implementata per servire questo scopo. La potenza dei mezzi e della connettività, che è reale, serve altri padroni, riflettono la logica profonda, la sintassi stessa dell’accumulazione.

Riprendendo il discorso sul segno di parte che lo sviluppo tecnologico ha in sé impresso, ti chiediamo di ricostruire una breve genealogia dell’uso capitalistico delle macchine. A quali obiettivi rispondevano, di volta in volta, le innovazioni tecnologiche a cui abbiamo assistito? Cosa sono e a chi servono le macchine digitali?

Oggi quando parliamo di macchine, perlopiù, facciamo implicito riferimento a macchine digitali (anche se poi esistono tutte le altre, da quelle elettromeccaniche tradizionali alle macchine biologiche o quasi immateriali); ci riferiamo a una combinazione di dispositivi e tecnologie, già disponibili singolarmente anche da decenni, che convergendo concorrono a formare l’ambiente sociale e produttivo dei giorni nostri. Lo sviluppo del macchinario si presenta storicamente come modo di esistenza del capitale, richiamo ad esempio Panzieri nella sua rilettura di Marx, come base tecnica, da quella ristretta della manifattura semplice a quella via via più razionale e allargata della fabbrica moderna, di consolidamento del suo potere sulla cooperazione produttiva. Macchine, metodi, tecniche che si contrappongono agli operai come capitale, come sua espressione e sua razionalità. Fin dalla preistoria del capitalismo industriale. Per restare più vicini all’oggi, le tecnologie basate su semiconduttori e informatica hanno avuto il loro take off con la spinta, già negli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso, verso l’automazione elettronica applicata alle macchine nella produzione industriale, il cui fine sistemico era la rottura della rigidità fordista. La rigidità non era però solo un limite tecnico delle macchine universali del taylor-fordismo, era anzitutto rigidità operaia, una volta resasi capace di contro-utilizzare come leva di ricomposizione l’organizzazione scientifica del management taylorista. Lo sviluppo dell’informatica, negli anni Settanta e Ottanta, è servito a rendere più produttiva e modulare l’organizzazione del lavoro di impiegati e tecnici. È lo sviluppo dell’informatica, inoltre, ad aver reso possibile l’organizzazione snella, il just-in-time e il toyotismo – anche se quest’ultimo non si può considerare una semplice rivoluzione tecnica, ma una diversa concezione del rapporto tra produzione e consumo – così come negli anni Novanta internet rese più efficiente il decentramento produttivo e le catene del lavoro globali. L’esigenza di destrutturare e delocalizzare la produzione era un obiettivo politico, non un effetto deterministico dello sviluppo tecnologico, ma le Ict consentirono di ridislocare le coordinate spaziali e temporali della produzione e del consumo. Qualcosa di analogo si può dire sia avvenuto con l’avvento del web 2.0 e dei device mobili, ormai più di dieci anni fa, che hanno reso possibile l’incorporamento delle relazioni e della socialità dentro il medesimo dispositivo tecnologico, ponendo le basi per una nuova industrializzazione dell’attività umana ben oltre lo spazio specializzato delle fabbriche e degli uffici. Più recentemente si è parlato di Industry 4.0, concetto un po’ vago e pigliatutto, ma il cui nucleo sostanziale risiede nell’estensione della medesima logica agli oggetti, alle macchine di produzione, ai beni e alle merci, con la creazione di un unico ambiente in cui dialogano fisico e cyber, macchina e umano, un ecosistema di relazioni che rende in teoria possibili molteplici soluzioni di business, basate ad esempio sull’uso sistematico dei big data e sull’abbattimento delle barriere tra produzione e consumo. L’iperindustriale, per usare un concetto di Romano Alquati, rende conto dell’estensione della logica organizzativa dell’industrialità all’intera sfera delle attività umane: a ciò sono servite queste tecnologie. Il salto definitivo sarà l’intelligenza artificiale, tema che nel libro è affrontato principalmente da Bifo.

Se a oggi alcune imprese sembrano molto penalizzate, altre, come Facebook o Google, si stanno sfregando le mani: stare a casa su internet significa produrre più dati per l’intelligenza artificiale o per chi vive di questa produzione immateriale; oppure pensiamo all’intensificazione della virtualizzazione delle relazioni di questo periodo. Quali sono secondo te le opportunità maggiori per il rilancio dell’accumulazione capitalistica?

 Ho l’impressione che, nonostante tutto, le opportunità siano cambiate rispetto agli anni Novanta. A quei tempi si tendeva ad analizzare i colossi del web come luoghi di potere transnazionale che esautoravano le prerogative del potere politico degli Stati. Questo aspetto era in discussione già prima della crisi pandemica perché i Big Tech stavano attraversando un calo di reputazione e perfino il potere politico si proponeva di mettergli il bastone tra le ruote: l’Unione europea iniziava a trattare sulle tasse e diverse municipalità sull’uso dei dati; uno storico torinese mi faceva notare che alle primarie del Partito democratico statunitense il programma di Elizabeth Warren era limitare il potere dei Big Tech («it’s time to break up Amazon, Google, Facebook», break up nel senso antitrust, quindi scomporre, disaggregare). Ovviamente le opportunità non riguardano solo le Big Tech, ci sono molte altre imprese tecnologiche che si sfregano le mani. Credo però che ci siano alcune novità: queste imprese oggi entrano nel settore della riproduzione in senso stretto, nella sanità pubblica ad esempio. In Cina Alibaba e WeChat hanno fornito soluzioni per quella che si sta configurando come modello di gestione delle crisi pandemiche a venire (a quanto pare Covid-19 potrebbe essere solo la prima): mai più lockdown ma convivenza grazie all’impiego panottico di soluzioni digitali alla popolazione sottoposta a tracking sistematico. Le nuove tecnologie erano già entrate massicciamente nella sanità, ma come macchine in senso classico: di analisi, diagnostica, chirurgia. Oggi abbiamo un salto di qualità: i colossi tecnologici (o le start-up sostenute da investitori molto liquidi) si propongono come soggetti che hanno i mezzi per gestire operazioni di sanità pubblica. C’è ormai convergenza, anche all’interno del litigioso mondo scientifico, sui disastri prodotti dal trattamento dell’emergenza Covid come problema ospedaliero, errore concettuale aggravato dalla gestione scellerata della sanità negli ultimi quindici anni, avallata dai governi di tutti i colori e da parte dello stesso mondo accademico. Le grandi imprese promettono di fornire i mezzi per la sanità territoriale del futuro. Addirittura i due nemici giurati, Apple e Google, hanno iniziato a collaborare per rendere accessibili i loro codici e le loro Api (interfaccia di programmazione) agli sviluppatori di soluzioni per i sistemi sanitari nazionali. Se si tratterà di mere operazioni transitorie e di immagine, piuttosto che una convergenza di lungo periodo tra grandi corporation e potere politico, o addirittura di un nuovo patto neo-mercantilista tra stati e compagnie privilegiate, ce lo dirà il tempo.

Un altro grande campo è la scuola. Anche qui l’accelerazione è evidente. L’articolo di Anna Curcio, «La scuola italiana alla prova della Dad», descrive bene ciò che sta succedendo nella scuola della didattica a distanza emergenziale: molta improvvisazione, supporto ricevuto dalle compagnie che hanno messo a disposizione le piattaforme adattandole in tempo reale. La tele-formazione è impoverente, però in questo momento funziona poco soprattutto perché la didattica a distanza richiede modelli diversi dalle lezioni in presenza. Siamo, per dirla con una battuta, alla sussunzione formale della didattica, aspettiamoci quella sostanziale, con moduli e piattaforme strutturati e modelli organizzativi e contenuti ad hoc. In ogni caso, anche qui si aprono praterie.

Terzo campo d’interesse pubblico, la mobilità. Non la faccio lunga: al capitalismo del digitale mancava un pezzo fondamentale per affermare il suo progetto socio-politico: farsi partner dell’apparato statale come fornitore privilegiato di conoscenza e detentore (monopolistico?) dei dati, dunque come tassello centrale della riproduzione stessa. Ovviamente, l’opzione di convivere con il virus richiede queste capacità, ma capiamo bene quali scenari ciò possa aprire.

Infine, la diffusione dello smart working. Qui occorrerebbe aprire una parentesi che non apriamo, se non per specificare che, sulla spinta dell’emergenza, più che di smart working dovremmo parlare di lavoro a domicilio, non proprio una primizia nella storia del lavoro, dal vecchio putting out system dei canuts di Lione a quello più recente dei terzisti Benetton, passando dal lavoro intellettuale esternalizzato, la cui vita agra descritta nel romanzo di Bianciardi non differiva, già nella Milano degli anni Sessanta, da quella dei freelance di nuova generazione. C’erano imprese già attrezzate per lo smart working: i team a distanza esistevano da prima del virus, però era un processo che riguardava l’alta progettazione globale, i tecnici, i ricercatori. Ora si sta diffondendo a tutti i livelli, anche qui c’è molta improvvisazione. Dopodiché, poiché sono certo che questo sarà uno dei lasciti duraturi di Covid-19, in futuro saranno diffusi moduli e l’organizzazione sarà resa più efficiente, su questo piano le aziende non perdono tempo, non so con quali vantaggi per i lavoratori remotizzati. Poi, #iorestoacasa ha ridislocato lo spazio del consumo: non penso affatto che Covid-19 abbia imposto, neanche temporaneamente, una sottrazione delle persone al circuito della merce, anzi credo che il tempo passato a casa sia bulimicamente iperconsumistico: di contenuti in rete, di merce-informazione, di merci on demand ecc. Le abitazioni sono divenute spazi promiscui di produzione, consumo, prestazioni riproduttive a distanza e in presenza, tutte mediate dall’infrastruttura digitale. E quanti dati circolano che è un piacere. È come se ci stessero mostrando il trailer di un futuro possibile, per quanto mi riguarda ben poco desiderabile. Non so fino a che punto si tornerà indietro, queste erano tendenze già attive prima della crisi sanitaria.

Questo salto tecnologico non sarà indolore, ci sarà una sostanziale modifica del paesaggio produttivo e delle economie dei diversi territori. All’intensificazione dei ritmi di lavoro e alla mercificazione di nuovi ambiti s’affiancheranno la chiusura di molte piccole-medie imprese e la crescita della disoccupazione. Quale sarà l’impatto sul tessuto sociale nell’intreccio tra questi due fattori?

 Secondo le principali stime (Fmi, Ue, Governo italiano) il calo del Pil sarà molto maggiore rispetto a quello della crisi del 2007/2008, e siamo solo a maggio (di norma in questi casi il passare dei mesi corregge in peggio le stime già formulate). Per molti aspetti l’economia italiana non aveva ancora recuperato i livelli di occupazione e di produzione pre-2008. Ma non facciamone una questione soltanto di numeri, non possiamo pensare questa crisi come qualcosa di separato dalle precedenti, vediamone piuttosto la concatenazione. Dopo il 2008, mi limito a osservare, il contesto era diverso: la Cina ad esempio assorbì parte dell’offerta mondiale di beni intermedi, macchinari e merci finali, rappresentò un polmone non indifferente, cosa che oggi per svariate ragioni non può più fare. E le manifestazioni empiriche della globalizzazione (commercio mondiale, circolazione fluida di beni intermedi) mi sembra fossero già in ritirata. Molti governi dovranno indebitarsi per finanziare le loro politiche di emergenza, difficilmente si concederà più di tanto ai paesi indebitati, per quanto l’Italia possa ancora per un po’ di tempo usare il suo status di «too big to fail». In breve, credo che l’impatto sarà più forte che nel 2008 e non è poco, se pensiamo a cosa è accaduto nel decennio successivo (lo rammentava, con tono un po’ allarmato, Dario Di Vico sul «Corriere della Sera», paventando rischi di rivolta sociale nel prossimo autunno).

Questa crisi ha già messo in evidenza le fratture della composizione produttiva e del lavoro. Avremo la diffusione dello smart working, che aumenta i carichi di lavoro e sarà usato – se non ci saranno contro-movimenti – per superare il legame tra orario di lavoro e remunerazione, che ancora oggi rappresenta un minimo di argine allo strapotere. Lo smart working, però, funziona solo per alcune attività e d’altra parte la de-socializzazione rischia di creare problemi anche a loro: senza informalità, senza infrastruttura comunicativa e cooperante, le imprese non funzionano. Non è una fantasia dei sociologi, tutto il pensiero manageriale più intelligente si adopera da decenni per ri-funzionalizzare questa informalità e trasformarla in motore dell’azienda: capacità umana ridotta a capitale umano, ma effettiva, mi stupisce che se ne parli così poco o per niente. Come se bastasse garantire la continuità formale del produrre. L’impoverimento relazionale è un rischio quasi comune a lavoro e capitale: impoverisce la nostra parte perché quando cooperiamo per creare valore per il sistema rafforziamo anche la nostra capacità potenziale di usarla per altri scopi – se si uccide la cooperazione si uccide questa possibilità, dove è più ricca le possibilità aumentano – ma impoverisce anche le imprese – non tutte accumulano estraendo valore dalle vite quotidiane, come Airbnb, impresa che peraltro non mi sembra messa benissimo – e qui l’impoverimento rischia di trasformarsi in potenza di mezzi senza capacità umana che li faccia funzionare.

Lo smart working è possibile per la formazione, per il lavoro di impiegati, tecnici in remoto, professionisti, venditori di contenuti intangibili, consulenti, non per altre categorie, ad esempio chi lavora nella filiera logistico-distributiva o è in prima linea sul fronte sanità-assistenza. Inoltre, questa crisi avrà un forte impatto sulle economie non legate ai mercati internazionali – dunque sui circuiti della circolazione locale, le microeconomie urbane, della riproduzione, i lavori sommersi e spesso mal pagati – che rappresentano una parte importante dell’economia italiana e la fonte di reddito per intere fasce di nuovo proletariato. La fase due rischia di dare il colpo di grazia a molte di queste attività. Anche in questo caso si aprono possibilità per chi detiene i mezzi tecnologi di colonizzare in parte questo spazio: immagino una stagione di fibrillazioni non banali nel tessuto sociale, dal segno non preventivabile. Non dimentichiamo una cosa che ha caratterizzato la prima fase dell’emergenza: gli scioperi spontanei che hanno eretto un argine a riparo del bene primario della salute. È ovvio che in queste settimane il partito del Pil e della riapertura, che non è fatto solo da Confindustria e dalle regioni del nord uscite a pezzi dalla gestione dell’emergenza sanitaria (a parte Zaia), si è rimesso in moto, con toni violenti che lasciano chiaramente presagire quale sarà l’eventuale livello dello scontro. È facile immaginare che questo partito si porterà dietro pezzi importanti del mondo del lavoro, nella piccolissima impresa e nelle micro-attività destinate a implodere o fallire, ma anche parte di quelli che a marzo avevano scioperato. C’è il rischio di veder crescere le già forti distanze tra le diverse componenti di proletariato, quello in smart working e quello in presenza, quello più incline a riconoscersi nelle élite tecno-scientifiche a cui si sente più vicino per titoli educativi e mentalità, e quello dell’eterna Italia dei distretti e delle filiere produttive tradizionali, che continua a vedere nel lavoro a oltranza (la «riapertura» come evento simbolico che sembra restituirti la fittizia possibilità di essere padrone del tuo destino) la sola via di integrazione, disposta a morire incatenata al capannone o al negozio, che ne sia il titolare, che l’abbia in leasing o in cui lavora, costi quel che costi. È anche questo il conflitto latente che si cela dietro le maschere confindustriali e del comitato tecnico-scientifico, dei governatori e dei virologi assurti a guru del piccolo schermo. È uno scontro di potere verso l’alto, tra diverse frazioni di capitale, ma rischia di essere uno scontro fratricida verso il basso, in cui l’unica opzione, per quanto problematica, mi sembra quella di agire per scomporre verticalmente questi blocchi e ricomporli in orizzontale. Non so se quanto dico abbia un fondamento, a me sembra di vedere soprattutto questo. Se è così, sarebbe suicida consegnare a Confindustria, leghisti, Renzi, la connessione con questa composizione sociale, a maggior ragione quando sarà chiaro che la riapertura non li salverà dall’impoverimento e dalla disoccupazione. E non passerà molto tempo, se non risaliranno i contagi (cosa che francamente non ci auguriamo), che il partito del Pil addebiterà il probabile disastro al lockdown e a chi lo ha imposto.

Continuiamo a ragionare sullo scenario che si sta delineando e sui livelli di profondità raggiunti dalla crisi. Cosa pensi si possa dire delle ipotesi di de-globalizzazione? Potremmo assistere a un reshoring generalizzato, alla rottura delle catene globali di valore? Come si ridisegna col virus l’infrastruttura globale della produzione?

 Si iniziò a parlare di reshoring ben prima di Trump, è un’ideologia che matura con la presidenza Obama. Il primo documento che lessi in riferimento era del Boston Consulting Group, che portava alcune motivazioni a favore della rilocalizzazione: gli accresciuti costi logistici, la scarsa affidabilità dei partner industriali del Far East, le lotte operaie cinesi e il conseguente aumento del livello dei salari. Finora, va detto, abbiamo avuto molto più reshoring negli articoli di giornale e nei documenti dei think tank globali che nell’economia reale, e poi non c’è solo la Cina, altri paesi sono meta di outsourcing (Vietnam, Bangladesh, ecc.). Il reshoring, più che movimento autonomo dell’economia, è una politica, dipende da quanto avanzerà il processo della cosiddetta de-globalizzazione; la situazione attuale potrebbe preludere a passi più decisi in quella direzione. Però facciamo attenzione: una delle condizioni del reshoring è il contenimento salariale in questa parte del globo (non basta la spinta tecnologica). Questo può essere un lascito di questa crisi. La globalizzazione è stata un minuetto per lunghi periodi, dipendeva da una divisione del lavoro ormai saltata, simbolicamente rappresentata dagli stabilimenti di Shenzhen dove si produceva la parte hard dei device, mentre la componente ad alto contenuto di conoscenza viveva e cooperava intorno alla Bay Area o negli altri cluster tecnologici occidentali. È chiaro che oggi la competizione tra le maggiori potenze, Usa e Cina in primis, avvenga anche sulle componenti più pregiate del valore, inoltre non credo sia corretto affermare che la produzione manifatturiera sia tutta in Oriente. Ci si domanda se è in corso una successione egemonica nell’economia-mondo, ma sono processi in divenire, che nella storia del capitalismo non si sono mai dati senza guerra guerreggiata; nella crisi da Covid entrano in gioco anche questi temi. È possibile che le catene del valore si accorcino, risolvendosi in sfere macro-regionali che consentono tuttora alle imprese dominanti di sfruttare i differenziali presenti al loro interno: anche le imprese cinesi producono in Malesia, Singapore, Taiwan, Cambogia. E per le imprese europee dei paesi forti molti paesi dell’Est Europa o la Turchia restano partner affidabili. Di certo, così mi sembra ma non sono la persona più indicata per questo livello di analisi, la crisi rafforza la domanda di controllo politico statale sulle economie nazionali, sebbene il rischio pandemico, per quanto reale, non mi sembra legittimi al momento una corsa verso quasi economie di guerra, in cui lo Stato pianifica obiettivi e riconversione della produzione o assume il controllo delle risorse alimentari.

In questi anni il dibattito su disoccupazione e innovazione si è mantenuto su livelli astratti e ideologici, in cui si immaginava che la spinta all’automazione e alla digitalizzazione avrebbe causato una perdita netta notevole di posti di lavoro. Oggi, invece, vediamo che la disoccupazione di massa non sarà legata alla tecnologia di per sé ma alla distruzione di pezzi consistenti di economia. Cosa si può dire del rapporto che intercorre tra innovazione tecnologica e mercato del lavoro?

Rispondo banalmente. La crisi è sia di offerta sia di domanda, i due versanti si alimentano reciprocamente e ci saranno grossi effetti sui livelli di occupazione. Questi sono assai più legati al ciclo economico che alla dinamica tecnologica. Consideriamo sempre l’effetto netto delle nuove tecnologie: a ogni salto corrisponde un impatto sulla composizione del lavoro e un incremento della sua intensità. Non darei particolare credito alla letteratura sul rischio automazione: certo che le nuove tecnologie spiazzano molti lavori e probabilmente erodono, in prospettiva, lo stock dei formalmente occupati, ma girano stime francamente improbabili e non capisco neanche l’ansia di accreditarle, da parte della gente di sinistra. A me sembra che paradossalmente si lavori di più, anche perché ormai lavoriamo sempre, anche quando non ci pare di farlo, e spesso lavoriamo a gratis. L’iperindustriale è lavorizzazione di tante attività anche esterne al rapporto salariale, entrato in crisi non solo per una questione tecnologica ma per i rapporti di forza; le nuove tecnologie c’entrano, ma come mezzi che hanno rafforzato il macro-padrone collettivo. Secondo me si scambia una debolezza, l’incapacità di pretendere e imporre reddito, per un effetto della tecnologia. Si trascura la plasticità del capitalismo, la sua capacità di sussumere nuove attività da cui può estrarre valore. Cento anni fa più di metà della popolazione italiana era impiegata in agricoltura , oggi questo lavoro non è affatto scomparso (neanche nella sua componente più manuale e faticosa) però occupa molti meno lavoratori – anche se negli ultimi anni sono in piccola crescita anche da noi – e molti meno ne occupa anche la produzione manifatturiera, che in alcune regioni sessanta anni fa occupava a sua volta metà degli occupati. Si è rotto questo ciclo per l’incapacità dei capitali di creare valore? È una grande domanda. A me sembra che siamo tuttora in una fase in cui il capitale continua ad accumulare tramite il lavoro che svolgiamo. In ogni caso, mi sembrano eccessivi alcuni scenari di sostituzione dell’occupazione per effetto delle tecnologie, le stesse innovazioni creano nuove funzioni e lavori. Ovviamente non penso che questi siano per forza migliori, questo mito progressista lo lascerei ai corifei dell’innovazione. Oggi abbiamo uno stop sostanziale dell’accumulazione dovuto al blocco sia della domanda sia dell’offerta, non è casuale che abbiano tirato fuori il bazooka, vedremo se sparerà a salve o meno. È difficile dire cosa accadrà, nel breve di certo vedremo un forte aumento di disoccupati e l’ingrossamento delle fila di quanti saranno costretti a cumulare lavoretti per mettere insieme un reddito.