Il Veneto e la “rivoluzione mondiale”

 

di Maurizio Lazzarato

Partire da quest’altro «luogo» della politica permette di interrogarsi sull’eclisse dei soggetti, teorie, organizzazioni che abbiano come progetto politico la rivoluzione.
Le ragioni vanno sicuramente cercate negli anni di cui tratta il libro di Giacomo e Piero. Nella tradizione dei movimenti rivoluzionari, la sconfitta è sempre stata un mezzo utile per ridefinire la tattica e la strategia. La Comune di Parigi è stata anche una risposta ai limiti della rivoluzione francese e la forma del partito bolscevico nasce da una riflessione sul perché del massacro dei “communards”. La guerra e il potere erano gli scogli sui quali si infrangeva il sogno rivoluzionario, Lenin propone di trasformare la guerra in guerra civile rivoluzionaria per la presa del potere.
Nessun vero bilancio è stato fatto della nostra sconfitta che la dice già lunga sulla sua profondità.
A metà degli anni Sessanta, Hannah Arendt considerava ancora che le guerre e le rivoluzioni, dopo aver determinato la fisionomia del XX secolo, costituivano i “due problemi politici centrali”. La guerra è l’altra realtà che non sembra più far parte delle priorità teoriche e politiche, mentre tutti i rivoluzionari sono stati degli ottimi strateghi militari (gli asiatici su tutti!).
La filosofa tedesca si lancia anche in una previsione che si verificherà fallace: “sembra più probabile che la rivoluzione separata dalla guerra, sussista in un avvenire prevedibile”. La storia degli ultimi cinquant’anni ha decretato che se le guerre continuano allegramente, la rivoluzione sembra scomparsa.
Anche per una “liberale” come la Arendt la rivoluzione aveva costituito, per due secoli, la forma stessa della politica. L’iniziativa politica era tra le mani di quelli che organizzavano la rottura. Il secolo Ventesimo ci suggerirebbe di modificare lo slogan dell’operaismo “prima la classe e poi il capitale” con uno più adeguato “prima la rivoluzione e poi il capitale”, perché gli operai non sono stati il cuore delle rivoluzioni vittoriose del XX secolo.
Cosa è successo negli anni Sessanta e Settanta che ci ha portato a questa situazione ?
Nel marxismo europeo, che è sempre stato molto centrato sul Nord del mondo, come se il capitalismo vi fosse rinchiuso, Hans Junger Krahl costituisce un’eccezione. Il giovane e talentuoso filosofo tedesco conosciuto in Italia come un anticipatore delle teorie del lavoro cognitivo, ha in realtà elaborato una teoria della rivoluzione che mi sembra un buon punto di partenza.
Alla fine degli anni Sessanta, Krahl dice che non esiste nessun esempio di rivoluzione vittoriosa nei paesi sviluppati, ma che invece le rivoluzioni continuano a scoppiare nei paesi del Terzo mondo. Ma ciò che sviluppa non è una teoria terzomondista. Cerca di capire cosa possa significare questo semplice dato di fatto che ha comunque  determinato il corso del Ventesimo secolo (con l’Unione sovietica) e determinerà quello del Ventunesimo (con la Cina).
Le rivoluzioni nelle colonie e semicolonie (come la Cina) hanno creato un fatto nuovo. Per la prima volta nella storia del capitalismo, la rivoluzione mondiale è una possibilità globalmente presente e visibile. Essa indica contemporaneamente «l’unità internazionale della protesta anticapitalista” e una nuova costellazione della storia mondiale che pone dei problemi inediti alla rivoluzione.
Lo slogan del Manifesto, “proletari di tutti i paesi unitevi”, in realtà non implicava che qualche paese europeo. È la rivoluzione bolscevica che, verificata la sconfitta in Europa, apre, dal 1920, alla lotta dei “popoli oppressi” dal colonialismo e dall’imperialismo . La rivoluzione che sembrava segnare il passo, si espande e conosce una seconda giovinezza in Oriente producendo il fenomeno politico forse più importante del Ventesimo secolo, l’attacco, organizzato, teorizzato, cosciente, dopo quattro secoli di sfruttamento e oppressione, alla divisione centro/colonie che costituisce il segreto dell’accumulazione capitalista.
Se Krahl registra l’attualità della rivoluzione mondiale, è sufficientemente lucido per affermare che la doppia territorialità economica e politica (centro/colonie) costituisce une difficoltà maggiore per l’imporsi della rivoluzione. La prassi rivoluzionaria in atto nel Sud del mondo non può costituire un paradigma per le lotte nel Nord e il Sud non potrà mai superare il capitalismo da solo.
Il punto di forza del capitalismo è sempre stata la mondializzazione, ma attraversata da questa divisione che non ha solo motivazioni economiche, ma anche politiche.
L’organizzazione degli Stati europei (lo jus publicum europaeum), la limitazione delle loro sete di conquista, della loro rivalità sul suolo europeo è resa possibile soltanto dal fatto che l’appropriazione senza limiti è autorizzata e incitata nelle colonie.
Guerre regolate in Europa e guerre selvagge nel resto del mondo. Il colonialismo fa parte della costituzione materiale degli Stati europei, anche se questa verità è negata da tutta la filosofia e la filosofia politica.
Mentre la possibilità di rivoluzioni sociali territorialmente limitate è cresciuta nei paesi coloniali, la possibilità di una prassi che sopprima il capitalismo in Occidente s’è ridotta. Se la rivoluzione ha delle chances differenti al di là e al di qua della linea di colore coloniale, si pone allora il problema del rapporto tra lotte che si sviluppano tra territori eterogenei.
“Quale può essere la mediazione tra l’attualità della rivoluzione nella storia mondiale e le azioni quotidiane dei movimenti di protesta nelle metropoli del nord?”.
Sono stato sorpreso dalla quantità di riferimenti alle rivoluzioni asiatiche che ci sono nel libro. Anche se, come diceva Krahl, quelle prassi contenevano paradigmi difficilmente applicabili in Occidente, portavano invece con sé molte verità valide anche per noi.
Questa affermazione di Ho Chi Minh è ancora programmaticamente attuale: “Il capitalismo è una sanguisuga che ha una ventosa applicata sul proletariato della metropoli e un’altra sul proletariato delle colonie. Se si vuole uccidere la bestia bisogna tagliare le due ventose contemporaneamente. Altrimenti, tagliandone una soltanto, l’altra continuerà a succhiare il sangue del proletariato: la bestia continuerà a vivere e la ventosa tagliata rinascerà”.
La capacità del capitalismo di superare la rottura rappresentata dalle rivoluzioni anti-imperialiste costruendo un modello di sfruttamento neocoloniale rende il punto di vista del compagno vietnamita ancora particolarmente lucido.
Di questa storia del capitalismo come mercato (o meglio accumulazione) mondiale non c’è nessuna traccia nelle Bibbia dell’operaismo, Operai e capitale. Tronti racconta di un capitalismo che in realtà non è mai esistito, perché dalla sua nascita funziona articolando “isole di lavoro astratto”, analizzate perspicacemente, circondate da “oceani di lavoro gratuito o a buon mercato” erogato da schiavi, donne, servi, colonizzati indigeni e dalla Natura, la cui assenza testimonia di una visione mutilata del Capitale. L’accumulazione opera separando e facendo funzionare insieme un lavoro valorizzato (il lavoro “produttivo” del lavoratore “libero”) e un lavoro svalorizzato (il lavoro “improduttivo” del lavoratore/lavoratrice “non liberi” e la disponibilità gratuita delle risorse naturali). Valorizzate e svalorizzate sono anche le soggettività perché gli schiavi, le donne, i colonizzati sono inferiori all’uomo bianco e più prossimi alla natura . Il colore della pelle e il sesso sono i segni biologici della “differenza”.
Valorizzazione e svalorizzazione sono solo delle armi politiche che non hanno nessun fondamento economico (produttivo e improduttivo sono un’ideologia che il marxismo ha purtroppo condiviso con l’economia politica !)
Quello che Tronti non vedeva e non vede tuttora era chiaramente nella testa dei rivoluzionari del Terzo mondo . Durante il congresso costitutivo del Partito comunista francese Ho Chi Minh si disperava di come i comunisti europei non capissero la forma mondiale della produzione e l’esistenza dei due proletariati e di come venivano usati l’uno contro l’altro.
Non ci si oppone alla caduta tendenziale del saggio del profitto soltanto con la mobilizzazione della scienza, della tecnica, della cooperazione del lavoro astratto.
Più l’investimento in General Intellect è importante, più ampio e approfondito deve essere l’impiego del lavoro gratuito, di lavoro sottopagato, del lavoro, ancora oggi, servile, schiavistico.
È stato dimostrato che anche l’intelligenza artificiale contemporanea si sviluppa a partire da questo modello, esasperandolo. Una piccolissima “isola” di lavoratori intellettuali (cognitivi?) e un oceano di milioni di lavoratori pagati qualche centesimo di dollaro per ogni clic prodotto dai loro computer, precari che vivono proprio nelle ex colonie.
Mi sembra che questo modello coloniale, o meglio neocoloniale, invece di scomparire sotto l’avanzare della modernizzazione capitalista, si sia affermato anche nei paesi del centro: numero progressivamente ridotto di lavoratori “liberi”, assunti con contratto, difesi da diritti e leggi e una massa crescente di lavoro precario, al nero, non protetto da leggi e diritti.
Le divisioni “coloniali” attraversano oggi i paesi del centro riproducendo una divisione etnica tra bianchi e non bianchi, nazionali e immigrati . Il razzismo ha una portata politica strategica nella gestione della forza lavoro e dell’ordine politico non solo a livello mondiale, ma anche locale. Razzismo e sessismo sono armi assolutamente moderne e non delle relazioni sociali pre capitaliste destinate a scomparire con lo sviluppo delle forze produttive (Engels pensava che il capitalismo avrebbe determinato la scomparsa del patriarcato e Lenin che il lavoro salariato soppresso il lavoro domestico).
La socializzazione del capitale implicita in Operai e capitale è una socializzazione della classe operaia e della relazione salariale, mentre invece il capitale ha preferito una socializzazione contemporanea del lavoro astratto e del suo modello neocoloniale e del lavoro domestico .
L’irruzione del movimento delle donne nelle lotte mondiali, dopo quello dei colonizzati, ha contribuito ad aggravare la crisi del marxismo perché, come per gli schiavi, servi, colonizzati, contadini ecc. si tratta di “lavoro improduttivo” che ha una grande capacità di mobilizzazione e organizzazione politica.
La parte più interessante (per me) del movimento femminista, il femminismo materialista, critica contemporaneamente il concetto di lotta di classe e lo estende.
Una volta dissolta l’esistenza politica della classe operaia (non la sua esistenza economica o sociologica che è anzi aumentata), il concetto di lotta di classe sembra aver perso ogni significato. La sola possibilità di farlo funzionare mi sembra contenuta in questa teoria dell’inizio degli anni Settanta: la relazione uomini/donne è una relazione di classe, perché uomini e donne sono istituiti, nella loro differenza gerarchica, dall’appropriazione violenta di una classe da parte di un’altra.
Appropriazione che consiste nella costrizione al lavoro o meglio ai lavori (dal lavoro domestico al lavoro affettivo, sessuale, di cura ecc.) e costituisce un “modo di produzione” che non è riducibile al modo di produzione capitalista.
Uno slogan potrebbe riassumere questo femminismo materialista: né differenza, né alterità, ma lotta di classe, che è una critica sia alle filosofie degli anni Settanta che a una parte dei movimenti femministi. Trasformare le “differenze” in opposizioni di classe e lavorare non per affermare la differenza delle “donne”, ma abolirle in quanto classe, è il compito politico e ambizioso che si danno (più difficile sarà trovare una politica che corrisponda a queste posizioni teoriche). L’obbligo alla eterosessualità è “una” della oppressioni. La gerarchia tra uomini e donne deve riprodursi in tutti gli ambiti della società e non solo nella sfera sessuale. L’invito implicito contenuto in questo femminismo è di passare dalla lotta di classe alle lotte di classe al plurale.
La forza lavoro mondiale è allora costituita non soltanto da relazioni di classe nel senso marxiano (o trontiano), ma anche di relazioni di classe razziali e sessuali.
Ora, se cinquant’anni fa era difficile (impossibile credo! L’“operaio sociale” coglieva solo alcuni aspetti di questa trasformazione, il femminismo altri, le rivoluzioni anti- imperialiste altri ancora ecc.) anticipare questa composizione tecnica e politica di forza lavoro mondiale e le sue modalità di organizzazione e di rottura rivoluzionaria, la cosa stupefacente è che cinquant’anni dopo si siano fatti pochissimi passi in avanti in questo senso. E tuttavia i problemi irrisolti all’epoca anticipavano molti degli attuali.
Nei due cicli di lotte del 2011 e 2019, malgrado e forse anche a causa di un ulteriore sviluppo della mondializzazione imposta alle rivoluzioni del Ventesimo secolo, il problema della “rivoluzione mondiale” e le differenze tra lotte nel Sud e nel Nord si ripropongono. Nelle insurrezioni del 2019 i movimenti delle donne giocano un ruolo centrale (soprattutto in America Latina).
Se le indicazioni politiche più innovatrici e radicali provengono dal Sud che rapporto esse possono avere con le lotte possibili e eventuali del Nord? La difficoltà, all’epoca, di costruire modalità di organizzazione generalizzabili, difficoltà che il libro di Giacomo e Piero esprime con l’“agire da partito senza il supporto del partito”, ci inviterebbe a pensarne delle nuove, trasversali alle divisioni di classe contemporanee. Quali? Non lo so, ma se non si avanza su questo terreno lo scenario più probabile potrebbe essere tratteggiato dall’ultima cosa che vorrei dire.
La nostra tradizione teorica ha trascurato il ruolo delle guerre nel Ventesimo secolo.
Noi datiamo la nascita della “sociétà fabbrica” nel dopoguerra. In realtà la prima grande socializzazione del lavoro è stata organizzata dalla Prima guerra mondiale e dalla sua “economia di guerra”. Tutta la società, tutte le attività, senza distinzione tra produttivo e improduttivo, sono state finalizzate alla produzione di distruzione. La Seconda guerra mondiale ha ancora accentuato la funzione distruttiva del lavoro, della tecnica e della scienza. Le forze produttive che dovevano realizzare il socialismo o il progresso, hanno invece prodotto la più grande distruzione, di uomini, di beni e di natura che l’umanità abbia mai conosciuto. Non sono sicuro che i concetti di “lavoro” e di “forze produttive” ne siano usciti indenni, che siano ancora gli stessi di cui parlava Marx. Visto lo stato del pianeta e delle specie che lo abitano, sembrerebbe che, da allora, ogni atto di produzione sia contemporaneamente un atto di distruzione. La cosiddetta “crisi ecologica” è il frutto di questo nuova caratteristica della produzione. Il capitalismo non è più solo un susseguirsi di “crisi” economico-politiche le cui caratteristiche conosciamo da secoli, ma anche “catastrofi” come quella “sanitaria” che stiamo vivendo e quella ecologica che è già in corso, che non conosciamo affatto.
Se mai il capitalismo è stato progressivo (nelle colonie questa storia non è mai passata!) oggi è la sua funzione distruttiva che sale alla ribalta. Quello che si è capito dopo le guerre totali è che il capitalismo ha una tendenza generale non al progresso, ma all’autodistruzione, al suicidio. Se nelle crisi ha forse potuto funzionare la “distruzione creativa” di Schumpeter (dico forse perché senza guerre, guerre di conquista, fascismi, repressione non sarebbe uscito da nessuna crisi), nelle catastrofi si tratta solo di distruzione distruttiva.
Se non si sviluppano delle forze rivoluzionarie, la previsione del Manifesto potrebbe avverarsi: la guerra di classe si conclude o con la trasformazione rivoluzionaria della società o con il tramonto delle classi (al plurale) in conflitto. Magari è questa la natura delle catastrofi in corso !
La rivoluzione è più necessaria che cinquant’anni fa, l’uscita da questa macchina mortifera ancora più urgente!