La pandemia annunciata

Conversazione con Gianfranco Pancino

a cura di Alice Leonardi e Sofia Sagarriga Visconti*

La pandemia del Covid-19 si è abbattuta su tutti noi, con una portata globale ancorché difforme nei diversi paesi e luoghi, e in tempi estremamente rapidi e accelerati. In Italia siamo alle porte della cosiddetta «fase 2», ovvero di un’immaginata e all’oggi piuttosto nebulosa transizione verso il ritorno alla «normalità». Per affrontare la questione, vorremmo innanzitutto fare il punto sulla pandemia del Covid-19, comparandola con altre pandemie o epidemie che ci sono state nella storia più o meno recente.

Questa domanda apre un terreno estremamente vasto. Il paragone con altre pandemie o epidemie è difficoltoso, perché non si conoscono ancora quali sono i reali dati di questa pandemia. Non solo perché non è finita e non si sa quando terminerà, ma anche perché il numero dei contagi è estremamente approssimativo, perfino quello dei morti. Non si può dunque fare un paragone diretto. La più grande pandemia degli ultimi due secoli è stata sicuramente l’Aids, con 35 milioni di morti a partire dal 1981. L’Aids è però completamente diverso dal Covid-19: dalla malattia non si guarisce, senza antiretrovirali il tasso di mortalità è praticamente 100, perciò non è comparabile. Ci sono state altre pandemie da virus acuti di cui si parla molto poco, come quella della rosolia negli anni Sessanta, che ha provocato una grande quantità di morti in utero o neonatali e di malformazioni congenite. È importante ricordare che la pandemia di rosolia è stata risolta dall’avvento del vaccino.
Però i modelli attuali del Covid-19 sono basati sulle pandemie influenzali, da quella del 1918-19 che ha provocato tra 40 e 50 milioni di morti con due grandi ondate, passando per quella del 1957-58, detta «asiatica», che ha causato un milione di morti, per arrivare a quella del 2009-2010, detta influenza suina, che si temeva peggiore e che comunque ha portato a centinaia di migliaia di morti. Tuttavia, anche se si tratta di virus respiratori, i virus dell’influenza e il SARS-CoV-2 hanno un andamento diverso e infettano popolazioni differenti: in particolare, il virus dell’influenza infetta soprattutto i bambini , mentre il coronavirus attuale infetta soprattutto la popolazione più anziana. L’unica cosa che forse si può dire è che il tasso di letalità del Covid-19, anche se varia notevolmente da paese a paese e non è ancora accertato, sembra comunque essere dieci volte più alto dell’ultima pandemia influenzale.

Avendo presenti altre epidemie pur di minor portata, come il Sars nel 2002-2003 e il Mers successivamente, era secondo lei possibile prevedere l’arrivo di un ceppo più pericoloso di questo virus e dunque agire con adeguato anticipo?

Sars e Mers sono state le epidemie da Coronavirus precedenti, per fortuna non divenute pandemie. Il Sars si è diffuso tra uomo e uomo dopo il passaggio dall’animale (individuato nel furetto), però si è estinto dopo circa un anno. Il Mers, apparso nel 2012, è passato dal dromedario all’uomo, però con passaggi interumani piuttosto rari: per fortuna, perché provoca il 37% di morti tra le persone infettate. Sulla base di queste due epidemie, rispondo alla vostra domanda dicendo che la pandemia attuale non era prevedibile: era prevista! Fin dal 2004 il centro di controllo delle malattie americano aveva avvertito del pericolo di una nuova epidemia o pandemia a Coronavirus e aveva richiesto a tutti i paesi di prendere le misure necessarie per poterla affrontare. Negli anni successivi vari scienziati e riviste scientifiche avevano continuamente reiterato questo allarme. Si temeva anche una pandemia dal virus dell’influenza aviaria, H5N1, che fortunatamente non è arrivata e speriamo non arrivi: alcuni anni fa aveva provocato delle infezioni, con passaggi solo dall’animale all’uomo, che però avevano più del 50% di letalità. Si temeva in particolare che questo virus acquisisse la capacità di passare da uomo a uomo, creando un disastro terribile, come la peste bubbonica nel medioevo, cosa che non è avvenuta, ancora. È invece avvenuto che il nuovo coronavirus, il Sars-CoV-2 acquisisse – a differenza del primo – una grande capacità di passare da uomo a uomo, con una serie di mutazioni soprattutto nella proteina che permette di riconoscere il ricettore umano, diventando molto più contagioso del precedente. Quindi, ripeto, questa pandemia era prevista.

Prendendo in esame i comportamenti e i provvedimenti adottati dai diversi paesi sul piano internazionale, possiamo individuare dei modelli differenti di gestione della pandemia?

Nonostante questa pandemia fosse prevista, non tutti i paesi si sono preparati allo stesso modo. I paesi asiatici erano più sensibili, anche perché l’ultima epidemia di MERS nel 2015 aveva colpito la Corea del Sud. Erano stati fatti esercizi di preparazione in diverse nazioni, come la Corea del sud, quindi questi paesi erano già pronti non solo con maschere e disinfettanti, ma con strutture sanitarie capaci di far fronte a una possibile pandemia. Sappiamo quasi con certezza che i primi casi in Cina sono stati nell’autunno del 2019. Probabilmente, dopo uno o più passaggi dall’animale all’uomo, il virus è circolato a basso rumore nella popolazione, acquisendo ancora mutazioni che hanno reso più efficace la sua capacità di infettare le cellule umane, e che gli hanno poi permesso di scoppiare con il famoso outbreak nel mercato di Wuhan. La Cina non ha reagito immediatamente, ha inizialmente sottovalutato il problema, facendo addirittura arrestare i medici che avevano dato l’allarme; si è però rapidamente ravveduta e ha lanciato tutto il suo potenziale tecnologico per bloccare l’epidemia. Sappiamo cosa ha fatto: un lockdown generale dell’intera regione, un tracciamento di tutte le persone infettate, test a tappeto (i tamponi, come si dice in Italia), la costruzione di un ospedale dedicato ai malati del Covid.
Con queste misure è riuscita a soffocare l’infezione in un tempo relativamente breve (ci sono ancora alcuni casi, che però vengono generalmente dall’esterno). Altre nazioni già preparate – Corea del sud, Singapore, Taiwan, Hong Kong – hanno potuto agire diversamente perché avvertite da quello che era successo in Cina. Già da gennaio avevano preparato il materiale e le misure di intervento necessarie, hanno riconosciuto e isolato i primi casi: così, senza necessità di un confinamento totale della popolazione, hanno istituito misure di separazione sociale, annullato eventi di massa, chiuso le scuole e sono riuscite a interrompere i la catena dei contagi e a bloccare la diffusione del virus, contenendo i casi d’infezione e i decessi.
Passiamo ora in Occidente: i nostri paesi non solo non si sono preparati, forse con l’eccezione della Germania, ma hanno fatto di tutto per trovarsi in una situazione che non permetteva di affrontare una pandemia. Hanno ridotto per anni tutte le capacità degli ospedali e delle strutture sanitarie, non hanno preparato le necessarie attrezzature (ad esempio le maschere), finendo per essere non solo impreparati ma addirittura indeboliti  rispetto alla pandemia. Soprattutto Italia, Francia, Spagna e Inghilterra stanno pagando gravi conseguenze. Questi paesi hanno preso un colpevole ritardo nella valutazione della pericolosità del Covid-19. L’Italia ha reagito con un ritardo di quasi due mesi, quando il virus era già disseminato in varie regioni. Le strutture sanitarie erano totalmente insufficienti, e ci sono stati gravi errori nel permettere all’infezione di entrare negli ospedali e nelle case di riposo e nel lasciare il personale medico e sanitario senza o con poche protezioni. Il lockdown è stato necessario per frenare la corsa del virus. In alcune regioni l’intervento è stato più efficace, come per esempio l’isolamento e il test di massa a Vo`. Il lockdown ha permesso di salvare finora il centro-sud dell’Italia da una epidemia massicca e mortale. In Francia si calcola che il lockdown ha ridotto del 84 % il numero di contagi e ridotto il numero di riproduzione da 3.3 a 0.5.
La Germania è stata il miglior allievo. Innanzitutto, come si è saputo dopo, già da gennaio hanno preparato un test proprio per poter fare la diagnosi; avevano 28.000 letti di terapia intensiva (cinque volte quelli italiani) e li hanno portati a 40.000; aspetto fondamentale, hanno fatto i test in appositi centri non solo alle persone con sintomi, ma a tutti coloro che erano a rischio. Tali test potevano essere fatti anche dal medico curante, facendo uso di una cosa molto importante che noi abbiamo dimenticato con la regionalizzazione e frammentazione della sanità: la medicina territoriale. Hanno cioè usato i medici di base e gli ospedali di vicinanza, nello stesso tempo hanno isolato i pazienti in strutture apposite, evitando così il contagio di altri pazienti e del personale sanitario, come purtroppo è avvenuto in Italia. Perciò la Germania, pur con gravi danni, ne esce meglio di Francia, Italia e Spagna e Inghilterra.

Infatti, guardando i dati, salta immediatamente all’occhio la grande disparità tra la letalità in Italia, superiore al 13%, e quella tedesca, inferiore al 4%. Sulla base di quello che lei diceva, è corretto parlare della letalità come risultante del rapporto tra la virulenza del Covid-19 e la risposta ed efficacia dei sistemi sanitari dei diversi paesi?

Questo è un dato che non si può ancora valutare con precisione. Un motivo è che nei vari paesi il conto dei decessi è spesso diverso: alcuni contano solo quelli che sono morti di Covid, altri contano quelli che sono morti a causa del Covid ma non necessariamente per la malattia virale, e così via. Soprattutto, c’è un dato che manca: il numero effettivo dei contagiati, che non si conosce in nessuno di questi paesi. In teoria si sa in Cina: se fosse come dicono loro, il tasso di letalità sarebbe comunque molto elevato, superiore al 3%. In altri paesi, ad esempio in Corea del Sud (dove sono stati fatti test a livello generale), si calcola inferiore all’1%. In Italia i test non sono stati fatti con quell’estensione, quindi è davvero difficile valutare il tasso di letalità. Un’equipe di epidemiologi di Oxford stima che in Italia ci sarebbero stati circa sei milioni di persone infettate, il che ridurrebbe notevolmente il tasso di letalità. In Italia, inoltre, il numero di contagi è molto differente da regione a regione. Ad esempio, alcune valutazioni di un istituto romano fanno pensare che nella zona di Bergamo ci sia stato un numero di contagiati che permetterebbe di arrivare a quella che si chiama immunità collettiva, cioè alla protezione di coloro che non stati infettati, grazie al fatto che i contagiati guariti sono immunizzati, spezzando la catena di diffusione del virus. Si tratta per ora solo di valutazioni e ipotesi. L’unica certezza è che il numero di contagiati è estremamente maggiore di quello attualmente conteggiato.
Un’altra difficoltà nell’analisi è che questo virus ha un gradiente sia di infettabilità sia di letalità. I bambini fino ai dieci anni sono raramente infettati, e quando lo sono in genere non subiscono infezioni gravi. Faccio un piccolo inciso: di recente un’equipe inglese ha pubblicato il caso di un bambino che, positivo al Covid-19, presentava segni della malattia di Kawasaki, che provoca un’infiammazione dei vasi sanguigni e può causare delle complicazioni cardiache gravi. Al momento sono stati repertoriati una dozzina di casi di questo tipo in Inghilterra e una decina in Francia, quindi non sono casi isolati. Se per ora non si può però affermare con sicurezza che sia stato il Covid-19 a provocare questo tipo di malattia, la cosa da tenere presente è che può non essere vero che i bambini sono del tutto protetti. Fino a trent’anni la mortalità è praticamente nulla, fino a cinquanta e sessant’anni la mortalità è relativamente bassa (le valutazioni danno a sessant’anni un tasso di mortalità di circa il 3,5-4 %), raddoppia però a 70 anni e aumenta fino al 18% nelle persone al di sopra degli ottant’anni. Si sa ormai che il Covid-19 determina nelle persone più fragili un’infezione generalizzata gravissima che colpisce non solo i polmoni ma anche l’intestino e soprattutto i vasi, provocando danni all’endotelio e micro-trombosi massicce. Il sistema immunitario invecchia, diventa meno capace di rispondere con cellule specifiche e anticorpi alle infezioni ed è dunque più facile che le sviluppi. Tra l’altro è stato dimostrato che il sistema immunitario invecchia più rapidamente negli uomini che nelle donne, cosa che forse contribuisce al fatto che l’infezione è più frequente e più grave negli uomini. Per tutte queste ragioni è perciò impossibile dare una risposta chiara sulla differenza dei tassi di mortalità. Sicuramente però le differenze, di cui ho parlato, nella disponibilità di mezzi di test e di controllo dell’infezione e di qualità delle strutture sanitarie tra i diversi paesi hanno avuto un peso sul numero di decessi.

Parallelamente all’azione sanitaria e all’organizzazione ospedaliera, ci sembra esistano almeno due filoni principali di intervento su cui ragionare: la prospettiva del vaccino come possibilità di debellare il Covid-19 e le necessità di sperimentare farmaci e cure che consentano una convivenza con il virus. Cosa ne pensa di queste strategie?

Dobbiamo ancora capire la risposta immunitaria al Covid-19, che al momento non è per nulla chiara. Virus nuovo, risposta immunitaria nuova. Quello che si sa è ciò che è successo con il Sars-CoV, l’infezione che assomiglia di più. L’immunità protettiva nei guariti di quell’infezione nel 2002-2003 non era di lunga durata: durava due anni in media, ma gli anticorpi neutralizzanti protettori cominciavano a declinare già dopo i primi quattro mesi. Non era quindi, come per altre infezioni, un’immunità che può durare anche a vita.
Già questo è un problema: secondo me sbaglia chi dice che le cose passeranno e non ci sarà più pericolo. Non si sa, infatti, se le persone che sono guarite potranno infettarsi nuovamente tra uno o due anni; bisogna perciò essere cauti, non si possono fare previsioni guardando nella sfera di cristallo, oppure sulla base di quello che già si conosce.
La risposta immunitaria che si vede nel Sars-CoV-2 è anomala, nel susseguirsi di IgM-IgG non si comporta come noi conosciamo in altre malattie virali. Soltanto l’analisi sierologica a tappeto, soprattutto nelle regioni a più alta frequenza di contagi, ci potrà permettere di sapere come si sviluppa l’immunità. I sistemi per l’analisi sierologica già ci sono, bisogna scegliere i test di cui ci si può maggiormente fidare.
Per quanto riguarda le cure, ci sono molte sperimentazioni in atto; un paio sembrano dare buoni risultati, che riguardano le forme più severe. Grazie anche a cardiologi italiani, è stato riconosciuto che la polmonite da Covid-19 si può complicare con una trombosi diffusa, con una coagulazione nei vasi del polmone. È stato perciò introdotto l’uso dell’eparina a basso peso molecolare per prevenire questo tipo di complicazione, pare che abbia degli effetti importanti. Sempre per contrastare l’aggravamento delle forme polmonari, l’uso di anticorpi monoclonali contro il recettore di interleuchina-6 pare dia dei buoni risultati , diminuendo fortemente l’infiammazione generale ed evitando la fase acuta più grave. Anche questo intervento è cominciato in Italia, a Napoli, se non mi sbaglio.
Infine l’uso del plasma di pazienti guariti aveva dimostrato in Cina, ed ora anche qui, un chiaro effetto terapeutico.
Per quanto riguarda invece terapie generali, per ora si naviga nel vuoto. Si parla parecchio di idrossiclorochina, e della sua associazione con un antibiotico, terapia usata dal professor Raoult a Marsiglia, però si tratta di una terapia contestata da molti; ci sono vari saggi clinici in corso, bisogna dunque aspettare una risposta chiara. Ci possono essere degli effetti collaterali: se si dà l’idrossiclorochina a delle persone malate di Covid-19 di una certa età, spesso con altre malattie, non è una cosa banale; a parere della comunità medica bisogna usare questa terapia sotto sorveglianza medica, possibilmente in ambito ospedaliero. Inoltre si testano una serie di antiretrovirali, ma non sembra diano grandi risultati. Tra gli altre molecole antivirali allo studio, ci sono degli inibitori di fusione e delle molecole che inibiscono varie fasi della replicazione del virus, come il Remsedevir. Per il momento, quindi, non c’è cura sicura. Ci sono semplicemente delle cure attenuanti, che evitano l’aggravarsi di alcuni casi. Dobbiamo attendere i risultati delle decine di studi clinici in corso.
Per quanto riguarda il vaccino, penso che la situazione non sia così complicata come è stata per altre malattie, come l’AIDS. Non solo perché ci sono più di quaranta compagnie che stanno cercando di svilupparlo: è evidente che si tratta di un grosso affare per le industrie farmaceutiche. Il punto è che non si parte da zero: al tempo delle epidemie di Sars e Mers varie compagnie e università hanno cercato di elaborare un vaccino, in particolare nel caso del Mers c’erano già state delle prove su animali (come dicevo, il virus del MERS passa dal dromedario all’uomo). Sembra che quel vaccino sia stato provato, oltre che su dei topi, sui dromedari con dei risultati incoraggianti. Dunque, molte di queste equipe hanno ripreso i vaccini che stavano elaborando e che avevano messo nel cassetto per l’esaurimento delle epidemie, in un contesto cioè in cui non c’era più niente da guadagnare. Hanno cambiato l’antigene, cioè la molecola del virus che serve a stimolare la risposta immunitaria e a creare una risposta cellulare specifica e degli anticorpi. Hanno perciò messo le proteine del CoV-2 – in particolare la proteina Spike di superficie, che permette di entrare nelle cellule – al posto di quelle precedenti del MERS o del SARS, usando gli stessi vettori e strumenti già costruiti: per questo motivo ci sono già degli studi sugli animali e in fase uno anche sull’uomo, per vedere se non sono tossici. Si va dunque molto più in fretta, il che non significa che si avrà un vaccino in tempi brevi: ci sono infatti molti pericoli. Un vaccino deve essere prima ben controllato per non avere degli effetti deleteri; deve perciò esserci innanzitutto un periodo di prova della sua non nocività e della sua efficienza prima di poterlo produrre in massa.
Comunque, non credo che si potrà raggiungere un’immunità collettiva senza un vaccino. Se, come dicevo, nella provincia di Bergamo forse c’è stato un tasso di infezioni sufficiente, esso è stato pagato con una mortalità enorme. Non si può costruire l’immunità collettiva facendo morire centinaia di migliaia di persone. Non credo e non voglio che questa sia una via praticabile. Tramite le cure e soprattutto tramite la nostra preparazione dobbiamo poter affrontare delle possibili nuove ondate, in attesa di un vaccino.

Analizzando le strategie messe in atto e guardando alla cosiddetta «fase 2», quali sono le lezioni di cui dovremmo far tesoro?

È una questione molto importante, perché adesso si sta progettando di allentare il lockdown e diminuire le restrizioni un po’ dappertutto, perfino negli Stati uniti, dove l’epidemia è ancora rampante e stanno morendo a migliaia. Per poter allentare le restrizioni bisogna prepararsi. Ci sono degli specialisti che sostengono che la pandemia finirà a breve: non so che elementi possano avere in mano, tutto quello che abbiamo finora detto porta a capire che non conosciamo ancora né le caratteristiche della pandemia attuale né le caratteristiche di virulenza e immunogenicità del virus. Dobbiamo perciò prepararci al fatto che la pandemia persista e che, se si conclude una prima ondata, possano essercene delle altre. Ci sono previsioni che fanno pensare a una nuova ondata nell’autunno-inverno, altre prevedono la necessità di misure restrittive a ripetizione a causa di brevi ondate successive. Tutti questi modelli si basano sulle pandemie da influenza, quindi non sono sicuri. Credo che dovremo prepararci, in particolare in Italia, ad affrontare la peggiore delle situazioni: solo così ne possiamo uscire.
Allora, bisogna innanzitutto rimediare agli errori fatti. Prima di liberare le persone dalle case bisognerebbe liberare i reparti di terapia intensiva, permettendo alle strutture di essere disponibili e al personale sanitario di riposare. In secondo luogo bisogna accumulare il materiale necessario per comprendere l’attuale stadio della pandemia e affrontare nuovi pericoli. Dunque, bisogna avere uno stock sufficiente di tamponi, cioè di test Rt-Pcr: non solo per testare i casi sintomatici o addirittura gravi, come si sta ancora facendo per mancanza di tamponi, ma anche le persone che sono state a contatto con loro. Inoltre bisogna fare i test a tutto il personale sanitario e alle persone che sono a contatto con il pubblico. Ci sono infatti molti asintomatici, secondo alcuni studi sono il 50% o di più: non sanno di avere il virus ma possono propagarlo attraverso il respiro o parlando a distanza ravvicinata con altri. Il test di tutte queste persone è una campagna da fare assolutamente. Per le stesse ragioni, bisogna che ci siano le maschere. Ci vogliono le Ffp2 per chi lavora negli ospedali, e altro materiale di protezione adeguato. Sappiamo bene il disastro spaventoso, con circa duecento medici e infermieri morti in Italia perché non erano stati forniti di materiale necessario. In terzo luogo, bisogna mettere a punto e realizzare i test sierologici: solo questi permetteranno di sapere quante persone sono state infettate, come si sviluppa e si evolve l’immunità, combinando i test sierologici con i test RT-PCR. Tutto questo deve essere pronto per tempo; non si può dire alla gente di andare a ballare insieme senza che ci siano le misure necessarie per potersi difendere dal contagio e per non contagiare.
Oltre a ciò, c’è la questione fondamentale dell’adeguatezza delle strutture sanitarie.
Queste sono state indebolite in Italia, in Francia, in Spagna, in Inghilterra per piani dissennati che hanno portato a considerare l’ospedale come una fabbrica, un sito che deve produrre plusvalore. Ma l’ospedale è un bene comune, al servizio della salute pubblica, e non deve essere sottoposto alle cosiddette leggi di mercato. È perciò necessario ripensare completamente la struttura sanitaria italiana. Nell’emergenza, bisogna perlomeno costruire – come Ernesto Burgio dice da tempo – delle strutture sanitarie ad hoc, o adibire una parte delle strutture sanitarie esistenti esclusivamente per il Covid, equipaggiandole bene. Abbiamo purtroppo visto gli errori terribili che hanno portato a decimare i nostri nonni e anziani nelle Rsa, e come è stata portata l’epidemia negli ospedali. Parallelamente, come è stato fatto in Germania, bisogna ridare un ruolo ai medici di base e alle piccole strutture sanitarie territoriali. Sono queste, infatti, che permettono la sorveglianza, aspetto fondamentale: bisogna sapere quando c’è un nuovo caso, immediatamente intervenire e isolarlo – se possibile a casa oppure negli ospedali appropriati –, reperire i contatti che ha avuto, avvertirli e fare i tamponi, verificando quindi tutto il percorso del virus per evitare la diffusione massiccia. Questa cosa non può essere fatta dall’ospedale centrale, ma da presidi diagnostici, da squadre mobili, da medici di base in grado di intervenire immediatamente e informare per tempo le strutture apposite. È quindi fondamentale una territorializzazione della sorveglianza, da abbinare a piattaforme informatiche di buon livello. Insieme a tutto ciò, serve un’adeguata informazione a tutta la popolazione e una formazione di tutto il personale sanitario, cosa ancora insufficiente e da fare con urgenza.
Tutti questi progetti e interventi devono essere centralizzati e appartenere a un’iniziativa nazionale, la risoluzione dei problemi non può essere lasciata ai singoli governatori. In Francia (non è un gran modello, ma meglio dell’Italia) è stato costituito un comitato scientifico di alto valore, con il compito di dare delle indicazioni; il potere politico prende quello che reputa utile e lo applica. C’è comunque un’importante capacità di indicazione strategica del comitato scientifico: ciò permette al potere politico di trovare delle direzioni e mediazioni più razionali ed efficaci rispetto al dover agire alla cieca, come almeno per un certo periodo è avvenuto in Italia.
Insomma, io sono convinto che bisogna allentare il lockdown, però bisogna molto rapidamente seguire le indicazioni che ho citato, che sono anche riportate in un documento molto preciso del comitato scientifico francese (https://solidarites-sante.gouv.fr/IMG/pdf/avis_conseil_scientifique_20_avril_2020.pdf).

Anziché pensare a un’ondata in autunno, è ipotizzabile una ripresa o un peggioramento della situazione dopo il lockdown?

Non ho una risposta chiara, proprio per i motivi che ho precedentemente elencato: non si conosce qual è la risposta immunitaria e quanti casi di contagio effettivamente ci sono stati. Anche se i casi sono molto bassi, nell’ordine del 3-4%, e si è sviluppata pochissima immunità, si può pensare che la curva del contagio si abbassi comunque perché purtroppo  la popolazione più fragile è già stata colpita ed eliminata. Le infezioni funzionano così: quando non ci sono più persone che possono albergare il virus, questo non continua il suo contagio, quindi l’infezione declina. E in alcune regioni del Nord Italia la popolazione più fragile è già stata attaccata. Ci possono poi essere – cosa che non sappiamo – delle ragioni stagionali che portano a una diminuzione della virulenza del virus. Una delle previsioni è che la prima ondata di contagi si concluda, come in buona parte delle infezioni, poi – visto che non si è creata un’immunità collettiva– se il virus si ripresenterà ripartirà correndo, perché troverà una  popolazione non adeguatamente immunizzata.

Quali sono, a suo avviso, le cause dell’enorme disparità di contagi tra il Nord e il Sud dell’Italia, tenendo conto che secondo molti esperti il virus stava già circolando prima di febbraio?

Si spiega in buona parte con il lockdown. Il virus è arrivato al Nord tramite i viaggi, le connessioni commerciali e industriali, e là si è diffuso molto rapidamente. Sembra che, in effetti, il virus sia in Italia almeno fin da gennaio, se non da dicembre, e poi si è diffuso forse aiutato anche dal fatto che l’inquinamento della pianura padana era molto elevata e il virus potrebbe aver trovato una situazione di infiammazione delle vie respiratorie che gli ha facilitato l’infezione e la virulenza. Non ha circolato allo stesso modo ovunque, ad esempio in Veneto si è diffuso meno perché ci sono stati degli interventi più intelligenti, come quello alla «cinese» fatto a Vo’ Euganeo, con l’isolamento del paese e test a tappeto a tutta la popolazione. Tale intervento su un piccolo villaggio ha permesso di ridurre la diffusione del virus nella regione, per quanto i casi siano stati elevati anche lì.
Fortunatamente, dopo molte insistenze, in marzo in Italia è stato decretato il lockdown: ciò ha impedito che dal Nord l’epidemia si trasferisse molto rapidamente al Sud attraverso le normali vie di viaggio e comunicazione. In Sicilia, ad esempio, il virus è arrivato attraverso una comitiva di turisti bergamaschi che sono andati in visita a Palermo. Dunque, come abbiamo visto, dove si era preparati non è stato necessario un lockdown completo, come a Singapore e in Corea del Sud, per quanto anche lì abbiano chiuso le scuole e obbligato a un distanziamento sociale. Dove non si era preparati, come in Italia, questo confinamento fatto in ritardo è perlomeno servito a  evitare la circolazione del virus al Sud.
Inoltre, è molto probabile che le condizioni ambientali delle regioni meridionali abbiano attenuato la diffusione.

Prima ha accennato agli studi sulla popolazione pediatrica. In relazione a ciò, c’è una giustificazione sulla riapertura o meno delle scuole e sugli effetti che può avere?

Innanzitutto, bisogna capire perché i bambini sembra che non si infettino o si infettino poco. Nello studio fatto a Vo’, ad esempio, non è stato trovato nessun bambino al di sotto dei 10 anni contagiato sui 234 presi in esame. Se si fa una meta-analisi degli studi apparsi finora, si arriva a circa il 2%, quindi una percentuale molto bassa. Se si sapesse davvero il perché sarebbe una gran cosa, credo sia una delle questioni fondamentali. Io ho lavorato molto sulle persone che sembravano resistenti all’HIV e le cose che abbiamo imparato sono state importanti per tutti. Anche in questo caso, se si capissero i meccanismi immunologici che proteggono la popolazione infantile dall’infezione, avremmo un grande contributo rispetto alle cure. Ci sono comunque delle piste. È di recente uscito un articolo in cui si suggerisce che la vaccinazione in uso contro morbillo, rosolia e orecchioni potrebbe avere un potere di protezione parziale, perché ci sono delle omologie tra alcune proteine di questi virus, in particolare della rosolia, e delle proteine del Covid-19. Quindi, è possibile che tale vaccino faccia sviluppare degli anticorpi in grado di frenare il virus.
Queste vaccinazioni sono arrivate molto tardi, in Italia il vaccino trivalente è stato introdotto negli anni ’90, quindi sono vaccinati i giovani e non i vecchi. Un’altra spiegazione possibile (solitamente in biologia sono sempre molte) è che siano le infezioni da altri Coronavirus benigni a lasciare delle tracce di immunità in grado di frenare il contagio del Covid-19. Ci sono infatti quattro Coronavirus che girano nella popolazione umana, provocando dei raffreddori o delle infezioni asintomatiche. Esistono sicuramente altre possibili ragioni, la spiegazione non può essere solo ricondotta al fatto che gli endoteli dei bambini sono più forti, perché se non si infettano vuol dire che sono protetti dall’ingresso del virus, è perciò possibile che abbiano un’immunità innata, di prima linea, più efficace rispetto alle persone adulte.
La riapertura delle scuole si fa principalmente per alleggerire il carico di lavoro dei genitori, è dunque un grosso problema da risolvere. Se i bambini non si infettano non dovrebbero essere portatori, però a scuola non ci sono solo loro: ci sono gli insegnanti, i bidelli, il personale amministrativo. Anche in questo caso riaprire le scuole sì, ma mantenendo tutti le condizioni di sicurezza. È chiaro che non si possono imbavagliare i bambini, però è importante che tutti gli altri mantengano le distanze, portino le mascherine e adottino le misure necessarie.

*Alice Leonardi è infermiera, Sofia Sagarriga Visconti laureanda in medicina.