La Primavera di Mirafiori: intervista a Toni Negri

 

a cura di Alberto Pantaloni

 

Secondo quanto scritto nei resoconti di Mario Dalmaviva, in una riunione tenutasi a Milano il 15 maggio del 1969, i gruppi studenteschi e operaisti organizzati intorno al giornale «La Classe», individuarono in Mirafiori il punto in cui concentrare le forze per «creare un comitato di base con lotta su tutti i temi della condizione operaia». Cosa ricordi di quel frangente?

Dopo la chiusura di «Classe operaia» e prima della creazione de «La Classe», le riunioni degli operaisti rimasti in contatto e con un minimo di intervento al loro attivo venivano fatte normalmente a Milano per il centro-nord, e a Firenze per il centro. Erano riunioni informali, nel senso che non c’era nessuno stretto legame di tipo organizzativo. C’erano semplicemente una vecchia amicizia e il lavoro che ciascuno faceva nella sua sede. Per quanto mi riguarda, dopo la rottura di «Classe operaia» nel 1966, non vedo più Alquati, che è il mio referente a Torino, e sposto la mia attività quasi completamente nel Veneto, lavorando su Porto Marghera, su Padova, su Pordenone (sulla Zanussi in particolare), ecc., dove si forma il blocco duro del Potere operaio veneto. Tengo i contatti con Sergio Bologna: è lui che fa la navetta da Milano a Torino e che «scopre» – diciamo così – Marione Dalmaviva. Per il resto, gli altri compagni che si organizzeranno in Potere operaio dopo l’esperienza torinese di «La Classe», in particolare Magnaghi, Franconi e molti altri, si incontrano allora – direi, si conoscono solo allora – a Torino. È dunque a Torino il punto nel quale, a partire da quei mesi del nostro intervento, si forma il tessuto torinese di Potere operaio. È probabile comunque che il 15 maggio ’69 si decidesse di muoverci verso Torino senza grande conoscenza, se non teorica, di cosa fare laggiù. In più c’è Marione.

In un certo senso Torino in quei mesi fu per voi un punto di approdo di un’esperienza iniziata prima.

Sapevamo che Torino sarebbe stato un punto d’incontro delle lotte che avevamo condotto, fra cui quella formidabile, incredibile, dell’anno prima a Marghera – nell’estate del ’68: era stata la lotta dei 35.000, nella quale avevamo introdotto il tema dell’egualitarismo, «5.000 lire uguali per tutti» di aumento salariale. Una lotta veramente straordinaria, sia per le sue dimensioni che per la sua intensità. Una lotta condotta in una grandissima fabbrica, il Petrolchimico di Porto Marghera, con oltre 35.000 persone impegnate nella lotta (fra interno e fabbriche collegate). Quella lotta ci aveva lasciato non solo una grande nostalgia, ma anche la coscienza che il momento era maturo, che si poteva battere il ferro, e soprattutto che quel tipo di rivendicazioni egalitarie potevano passare e che l’organizzazione della lotta attraverso l’assemblea poteva funzionare. Nel frattempo avevamo preso contatto con i compagni di Milano: Sergio Bologna e tutto il giro dei suoi compagni, Forni, Gobbini, ed altri – in particolare quelli impegnati nella conricerca assieme ai tecnici della Snam progetti e poi naturalmente alla Pirelli. Noi arriviamo dal Veneto a Torino attraverso questo giro, avendo già un ’68 operaio sulle spalle. La nostra non è stata una salita dal Sud, ma dall’Est. Non era la prima volta che si arrivava a Torino dall’Est: quando noi infatti siamo arrivati, abbiamo trovato molti capetti che parlavano veneto, che erano arrivati dieci anni prima. Ma noi portavamo un’esperienza di lotte autonome già consolidata e una rottura radicale con questi contadini che erano passati a fare i capetti in fabbrica. Dentro la nostra esperienza c’era un rapporto ribelle con Torino, come quello dei giovani che arrivavano dal Sud, e la nostra pratica rompeva con quanto tessuto dai capetti veneti – obbedienza e rispetto dei padroni. È stata per noi un’esperienza cruciale. Ricordo che quando mi è arrivata una telefonata (non so se da Marione a Torino o da Sergio a Milano) che mi dava notizia dell’occupazione di un reparto (era uno sciopero interno che si presumeva potesse tirare lo sviluppo delle lotte successive), mi son precipitato alla Facoltà di Lettere a Padova, che in quel momento era occupata, e ho detto semplicemente ai compagni: «Da questo momento a Torino comincia la bagarre». Boom, l’informazione era evidentemente attesa. Credo che quel giorno siano partite 2 o 3 macchine con circa 20 persone. Questo è stato il tipo di comunicazione per un intervento totalmente spontaneo. L’informazione organizzativa era: «Quando arrivate lì, andate da Marione, mettetevi d’accordo con lui, vi mostrerà dove sono le porte e ci andate».

È chiaro, una dinamica molto più viva di una presunta decisione presa a tavolino…

Una decisione presa da chi? E su chi? Gli unici gruppi minimamente organizzati che noi avevamo, erano quelli che andavano su e giù fra Padova, Venezia e Marghera. Quelli che sono partiti per Torino sono stati fondamentalmente studenti padovani. Era un periodo in cui gli studenti intervenivano in maniera massiccia su Marghera, però da Venezia è partita pochissima gente per Torino. Forse solo uno, a mio ricordo, perché a Venezia era già in corso una rottura con alcuni compagni che volevano mantenere un rapporto con il Pci. A questo proposito, a Venezia, nella tarda primavera, si era svolto un incontro con gli studenti comunisti di altre università italiane, messo in piedi da Cacciari, appunto su Torino. La tattica di questi compagni consisteva in un semi-entrismo, permesso dalla forte presenza di PotOp a Marghera, che imponeva al Partito comunista non dico una benevola accettazione del nostro intervento, ma comunque una specie di apertura, un atteggiamento meno settario che nei periodi precedenti. Tanto più che a Venezia c’era una sinistra ingraiana maggioritaria cui aderiva il segretario della Federazione. Quella relativa apertura nei nostri confronti era ora giocata dai compagni legati a Tronti e alla diaspora burocratica dell’operaismo, in termini di possibilità di recupero al Pci del movimento studentesco e persino dell’improbabile ipotesi di recupero al Pci del quadro politico del Potere operaio veneto-emiliano. Su questa base, anche con l’aiuto della Rossanda, si era appunto svolto una specie di convegno studenti-operai a Venezia, nella primavera ’68, al quale aveva per esempio partecipato Magnaghi, ancora segretario della Fgci torinese. Credo, fra l’altro, che quella sia stata paradossalmente una delle cause della crisi politica che lo hanno portato all’adesione di Potere operaio.

Quindi mi sembra di capire che ci fosse una situazione magmatica.

Una situazione davvero magmatica, la stessa d’altra parte che c’era in altre situazioni. Non credere che a Pisa, a Bologna, o a Firenze fosse molto diverso e tantomeno a Roma o Milano.

«La Classe» nacque più o meno in quel periodo come giornale d’intervento, il primo numero fu del 1° maggio, e riusciste a dare, forse unici, una copertura tendenzialmente nazionale rispetto ai fatti che succedevano a Torino, che nessun altro gruppo era in grado di dare. Questo ruolo mi è sembrato sottovalutato nelle ricostruzioni storiche. Da un lato a causa dei vari settarismi esistenti fra i gruppi, per i quali uno non vuole riconoscere all’altro gli apporti a un processo come quello dell’Assemblea operai studenti, dall’altro perché secondo me proprio in generale si è molto schiacciata quella esperienza sulla «Lotta continua» di dopo, un po’ emarginando le altre componenti che in quei mesi erano state attive nell’Assemblea. Penso, invece, che questo ruolo avuto da «La Classe» come catalizzatore dell’interesse e della solidarietà a livello nazionale in quei mesi vada valorizzato.

Nel settembre del 1968 si tiene a Venezia un secondo convegno del movimento studentesco. Qui ci siamo trovati con i compagni che uscivano da esperienze operaiste diverse e soprattutto con i compagni romani, con Scalzone e Piperno, e abbiamo cominciato a pensare di rimettere in piedi un’iniziativa comune – possibilmente un giornale. Giocavamo anche sulla crisi di «Quindici», la rivista letteraria animata da Nanni Balestrini, gestita dal «Gruppo 63» e finanziata da Gian Giacomo Feltrinelli. Nanni era un compagno che circolava nella nostra area e che ci ha subito aperto le porte. Le prime riunioni le abbiamo fatte a casa sua a Roma, in via dei Banchi Vecchi, dove continuavano a editarsi anche i numeri di «Quindici». In questo periodico si ebbe una pesante rottura interna fra il gruppo dei «letterati» (a tutti i costi!) e quello dei «politici». Dentro questa rottura, Nanni, che era un grande navigatore di ogni burrasca, teneva senz’altro all’unità del gruppo, riconosceva però che era un’unità, quella interna fra «letterati» e «politici», che si stava sfibrando. Comincia allora a sostenere l’idea che noi di Potere operaio e del movimento studentesco operaista potessimo intervenire direttamente su «Quindici». Non se n’è fatto nulla perché il giornale è finito in fretta. Ma così si era consolidata l’idea di fare il giornale e di farlo con e per la piccola area che noi costituivamo. A nostro favore avevamo l’esperienza, che andava avanti ormai da un decennio, del Potere operaio veneto-emiliano. Anche quella era una struttura estremamente fragile, ma il grosso vantaggio era che avevamo davvero con noi le fabbriche. Con dieci anni di lavoro, ma soprattutto fra la fine del 1967 e l’inizio del 1969, ci eravamo inseriti in ogni fabbrica che avevamo toccato e avevamo con noi dei comitati e delle assemblee estremamente importanti. A Porto Marghera, ad esempio, c’era poco da fare: le lotte non le facevi senza il Comitato, era l’assemblea che decideva. Questo si può dire, anticipando, se vuoi, tutto quello che è poi avvenuto, anche dal punto di vista dei temi politici.

Sì, mi veniva da pensare agli aumenti uguali per tutti, parola d’ordine che nacque a Marghera…

La parola d’ordine degli «aumenti uguali per tutti» nasce e si sviluppa lì. Tieni presente che, fra l’altro, eravamo molto bene informati della situazione milanese, che da quasi dieci anni, dagli scioperi degli elettromeccanici del ’59-60, aveva tirato le lotte dentro e fuori le gabbie sindacali. Sergio Bologna, che faceva parte del nostro gruppo fin dall’inizio, Monica Brunatto, Mauro Gobbini, e un altro compagno allora estremamente importante nel nostro lavoro, Alberto Forni, ed altri, a Milano avevano tenuto in piedi piccolissimi gruppi, ma con una grande continuità e qualità d’informazione e di misurazione, diciamo così, del «polso» della classe operaia. Gruppi di gente estremamente intelligente. Si trattava in maggioranza di persone uscite dal vecchio giro di «Quaderni rossi» e «Classe operaia», tendenza Alquati, e che, in alcuni casi, avevano una vecchia militanza politica: uscivano dalla sinistra del Psi, come me d’altronde. Ne ero uscito già da dieci anni. Inizialmente, la militanza nel Psi mi aveva permesso a Marghera di costruire una rete importante attraverso le filiere dei sindacalisti socialisti. Noi avevamo portato avanti in maniera continua un discorso di ricomposizione delle correnti operaiste, in termini di organizzazione operaia autonoma, non opportunista né entrista nei confronti delle organizzazioni esistenti, in particolare del Pci. Sostenevamo che c’era la possibilità di mettere in piedi in Italia un grosso blocco politico su questo terreno. Tale era l’ipotesi che facevamo. Se si prende la collezione di «Potere operaio» veneto, si può verificare come noi avessimo portate avanti queste tematiche in maniera instancabile. Essendoci poi trovati in mezzo al movimento studentesco ed avendo considerato che le tematiche specifiche espresse da questo, quella dell’antiautoritarismo in primis, ci erano comuni, avevamo concluso che dovevano comunque essere assorbite sotto la direzione operaia. Quello dell’autonomia studentesca in salsa operaista è stato un discorso estremamente importante, che abbiamo reso vincente dove eravamo presenti, in particolare a Roma e a Bologna, che sono state due grandi sedi nelle quali abbiamo avuto l’egemonia, per non parlare di Padova o Venezia. A Milano e a Torino, in una prima fase, invece, perdemmo la battaglia per l’egemonia del discorso operaista: in particolare alla Cattolica di Milano. Perché alla Statale fin dal principio non c’è stata mai battaglia, bensì la feroce dittatura di un gruppuscolo para-maoista, con l’esaltazione di principî e pratiche settarie sia da parte loro, sia – cosa allora normale – da parte nostra nella risposta a quella violenza. C’è da tener presente che poi in mezzo – e credo che questo possa spiegare parecchie cose — c’è stata la variabile Trento, che interviene nel dibattito operaista e sulle sue vecchie e nuove divisioni in modo totalmente nuovo, «alla tedesca». A Trento era stata fondata da circa un decennio una facoltà di sociologia, che è estremamente frequentata e diviene importante nel dibattito generale. Si tratta di una posizione, quella trentina, che fondamentalmente accetta l’autonomia operaia, sviluppa l’antiautoritarismo studentesco, ma che svolge tutto questo su un terreno da noi valutato come populista e verso una pratica di avanguardie militanti (per certi versi assai moralista). La posizione trentina acquisisce importanza soprattutto a Milano, dove s’insediano compagni preparati, capaci, che fanno reclutamento nell’ambiente operaista e anche fra gli operai delle grandi fabbriche (Pirelli e Siemens soprattutto). Sono convinto che anche a Torino l’influenza trentina sia stata molto importante, soprattutto su Sofri e il gruppo a lui più legato. Molto meno su Viale. Per riassumere: un discorso che era stato inizialmente maoista e che poi è diventato leninista si è ben prestato alla costruzione di avanguardie combattenti. Inizialmente questo discorso viene fatto soprattutto da Rostagno a Torino e da Curcio a Milano. Poi Rostagno avrà una conversione radicale, mentre Curcio svilupperà il suo discorso verso la lotta armata. Ma questi sviluppi sono ben più tardi – per ora sono del tutto impliciti ma efficaci nel confondere convergenze già complicate.

Questi elementi sparigliarono le carte del dibattito.

Lo fanno in maniera decisiva. La mia convinzione è che senza queste nuove determinazioni il vecchio populismo del Potere operaio pisano sarebbe stato superato all’interno dell’Assemblea operai studenti e saremmo riusciti ad andare avanti in maniera unitaria. Questo è un parere del tutto personale e – credo – nasce dal fatto che prima del ’68 avevo tentato di mantenere un rapporto coi pisani in maniera continua. Ogni volta che andavo a Roma, tornavo per Pisa. La cosa, per un certo verso, mi sfibrava. In realtà, la rottura del ’62-63 in «Quaderni Rossi» era stata necessaria, perché non c’era modo di rilanciare quello che avevamo costruito se continuavamo a stare con Panzieri. Quella rottura ci costò però delle perdite fondamentali dal punto di vista dell’organizzazione di classe, tra cui la componente pisano-fiorentina. A Firenze, sì, avevamo recuperato, attraverso Greppi e Berti, ma a Pisa era rimasto un vuoto in una situazione estremamente importante dal punto di vista dell’intervento di classe e dell’esperienza organizzativa.

In realtà, dalla consultazione degli appunti stesi da Giovanni Maggia, sembra che fossero più loro a non voler rapporti non solo con voi, ma neanche con Gobbi, con Soave, con Rieser, ecc. Vedevano tutti i gruppi operaisti come qualcosa di «vecchio». Loro intendevano partecipare alle riunioni, quelle al «Bar sport» e poi alle Molinette e a Palazzo Nuovo, ma come se quello fosse un terreno di battaglia, nel quale cercare di affermare una linea piuttosto che un’altra, e non quello di fare di quell’esperienza il possibile compattamento di un polo, simile a quello di cui tu prima parlavi, una massa critica significativa. A me sembra che a questo loro non fossero proprio interessati, ma dall’inizio. Vi accusavano tutti di voler usare gli studenti come manovalanza davanti alle fabbriche.

Devo dire che questo è in parte vero, non avevano tutti i torti. Il fatto era che, se non si faceva questo, gli studenti dove li mettevi? Io difendo quella scelta, che resta fondamentale, e credo che dietro la critica dei compagni che citi ci fosse in realtà una piccola dose di arroganza e di settarismo. Un’arroganza che derivava dal loro sentirsi i primi della classe – ed era certo che lo fossero – e poi da quello spirito di avanguardismo, un po’ moralista, un po’ maoista, di cui parlavo prima. Agli studenti torinesi manca l’umiltà e un lavoro di classe di lungo periodo. Il fatto che si siano alla fine disgregati nella maniera che conosciamo, il fatto che non esista una continuità del loro pensiero né della loro azione, mi sembra già indicativo. Noi – di contro – eravamo completamente aperti alla conquista di un terreno unitario d’intervento. Gli studenti torinesi che volevano una rottura con gli operaisti, per loro pregiudiziale, non avevano d’altra parte una grande esperienza politica. Prendiamo, ad esempio, uno come Vittorio Rieser, che era una gran brava persona, che con me non sarebbe mai andato d’accordo, anche se avevamo lavorato insieme a suo tempo [lo avevo ospitato a casa mia a Padova nel periodo della rottura di «Classe operaia» e avevamo lavorato alle «Cronache dei quaderni rossi». Gli volevo bene, era una persona colta e gentile, fra l’altro suonava il pianoforte in maniera splendida. In quel periodo mi era passato di casa un vecchio Steinway e lui vi si era affezionato… e scatenato. Pur avendo una grande simpatia per lui, mi era impossibile mettere d’accordo il suo rigorismo intellettuale e morale con quello stile d’intervento, avventuroso talvolta, quanto fondato sul sapere operaio, che era il nostro]. Ebbene, di lui potevamo farne a meno, dovevamo muoverci in un terreno aperto e non si poteva farlo attraverso categorie preconcette, fossero pur stati i classici del marxismo o semplicemente le indicazioni che aveva dato Raniero. Peccato che le cose non siano andate nel senso dell’unità. In ogni caso, noi avevamo sulle spalle un’enorme esperienza da portare a termine. Per chi aveva già la misura di queste lotte fra Porto Marghera e Milano come capitava a noi, o ci si avventurava avendo una massa di studenti alle spalle come i compagni di Bologna o di Roma, si presentava subito il problema di costruire organizzazione, a un tempo, «dura», ma anche «avventurosa», capace cioè di adeguarsi alla forza operaia, alla sua materialità e dinamica. A questa forza operaia non si potevano mettere i piedi sulla testa, dovevi farla parlare: ed era l’assemblea il cuore del processo. Gli operai avevano la pretesa di prendere la parola, ma non in maniera poetica, alla sessantottina. Per loro, prendere la parola significava parlare di salario, chiedere come appropriarsi delle macchine, e diventarne padroni… e insieme rifiutare il lavoro, abbassare i tempi di sfruttamento, inizialmente… e poi forse anche come costruire l’automazione e lavorare sempre di meno, accettare anche l’idea di sviluppo per fracassare il potere capitalista su questo terreno. Per chi avesse letto qualche pagina di Marx, si trattava più o meno di vedere come gli operai intrepretassero la caduta del saggio di profitto… e lo facevano.

Corso Traiano: voi faceste in tempo, in modo rocambolesco, a far uscire il numero de «La classe», che stava già andando in stampa con tutt’altro layout, dedicandolo quasi totalmente ai fatti di Corso Traiano. A me sembra di capire, leggendo quel numero, che per voi quell’episodio fu uno snodo fondamentale rispetto non solo a quel tipo di lotta, ma anche alla capacità di costruire e stabilizzare organizzazione e contropotere in fabbrica e nel territorio, di riuscire a costruire una progettualità politica che in effetti si affermasse nei territori dei grandi centri industriali e in generale nel Paese. Questa lettura portò al Convegno del Palazzetto. Secondo me le due cose sono collegate, ma non nel senso di una consequenzialità oggettiva. La decisione di fare il corteo ha la sua storia: peraltro sembrerebbe che alla fine siano stati proprio gli operai che svolsero un ruolo determinante nel prendere la decisione di fare il corteo, perché all’inizio, stando almeno ad alcune ricostruzioni, i militanti esterni non erano molto convinti di questa scelta. Conosciamo poi l’esito della manifestazione, con questa battaglia che iniziò alle 3 del pomeriggio, si estese su tutto il quartiere di Mirafiori, poi arrivò addirittura fino a Nichelino e Moncalieri e durò fino alle 3-4 di notte, come ricostruito dal bellissimo romanzo di Nanni Balestrini Vogliamo tutto. Si può dire che quella fu la dimostrazione di questa volontà di potere che si era espressa all’interno della fabbrica, ne travalicò gli steccati e provò ad affermarsi all’interno del territorio?

Intanto bisogna distinguere parecchie cose. Io credo che la continuità in tutto questo non fu data dal nostro intervento, ma dall’andamento stesso dell’Assemblea. Fu l’Assemblea che condusse all’incontro delle Molinette, dove si determinò la decisione di lotta del 3 luglio. Tu dici che sono gli operai che la vogliono: senz’altro. Ricordo perfettamente di essere stato messo al corrente del fatto che correva l’idea di farla finita con la Fiat prima della chiusura estiva, e son venuto giù con parecchi compagni dal Veneto. «La classe» aveva stretto, già in quel momento, i propri legami interni. Quindi sull’invito de «La classe» c’era parecchia gente che era arrivata da fuori, da Bologna e da Roma oltreché dal Veneto. Tutto si era però sviluppato già prima all’interno dell’Assemblea, dove si era ormai costruita un’alternativa abbastanza chiara fra, da un lato, Sofri e Viale, e dall’altra parte Marione, che ovviamente era centrale, ma anche Giairo Daghini, che a Marione – e ancor più a Sergio Bologna – era molto vicino, e infine un compagno estremamente importante, venuto da Padova, Emilio Vesce. Emilio Vesce era uno strano compagno: studente già «anziano», venuto a Padova a fare il venditore rateale di Einaudi, si era iscritto alla Facoltà di Magistero, del cui movimento diventò il «capo». È un avellinese molto simpatico, terribilmente aperto e capace di fare propaganda e organizzazione. Arriva a Torino e, accanto a Mario Dalmaviva, che era senz’altro il punto di riferimento centrale per tutti, diventa il suo collaboratore principale. Emilio era il responsabile dell’intervento dell’Assemblea a Rivalta. Gli agenti della Fiat e i fascisti lo massacrarono di botte a Rivalta. Nel dibattito dell’Assemblea, Vesce è un personaggio essenziale ed è attorno a lui, Giairo, Sergio Bologna, Marione, che si consolida, diciamo così, l’opposizione al gruppo di Sofri, Viale e ai compagni torinesi e pisani attorno a loro. Tenendo presente che la maggioranza degli operai stava dalla parte di Sofri, mentre con noi avevamo un paio di «Pasquali». Ce n’era uno, dei Pasquali, che ricordo perfettamente, un operaio meridionale molto intelligente, politicamente già maturo, che aveva fatto emigrazione, lotte ed era rientrato alla Fiat. Con lui ricordo di aver parlato a lungo, era grande amico di Alfonso Natella. Ma torniamo all’Assemblea. Vorrei aggiungere che Vesce era il mio «fratellino»: era l’uomo di Padova, ed era furioso con gli studenti di Torino. Ogni volta che andavo a Torino, dovevo litigare con lui perché voleva spaccare tutto, mentre io consideravo che volere queste rotture mostrasse debolezza. Bisogna invece tenere fino in fondo. Anche in quel caso, come purtroppo mi è capitato altre volte, non mi è riuscito di vincere battaglie per una strategia di lungo periodo, in questo caso di permanenza nell’Assemblea, mantenendo (come gruppo) un’autonomia relativa. Per quanto riguarda, invece, la questione della manifestazione del 3 luglio, il problema era davvero che Sofri e gli altri non la volevano. Non la volevano politicamente, perché sapevano dove si sarebbe arrivati. Loro puntavano sulla continuità della lotta interna e noi puntavamo al contrario sullo scontro sociale, sapendo che era solo tale scontro che avrebbe fatto maturare politicamente la classe. Noi pensavamo che la situazione era arrivata a un punto tale che potevi proporre la tua forza contro la Fiat in maniera esplicita e cominciavi a organizzarti sul territorio, perché non esisteva più la possibilità di continuare la lotta in fabbrica.

Il gruppo del Movimento studentesco torinese e del Potere operaio pisano puntavano molto su questo discorso della socializzazione e della generalizzazione delle lotte, per fare in modo di portare fuori da Miriafiori gli elementi generalizzabili della lotta operaia e socializzarli. Non era una contraddizione l’essere tiepidi sulla manifestazione?

Sì, ma questo dipendeva da un effettivo errore di analisi: i compagni torinesi e quelli legati ad Adriano (e forse anche una parte di noi) non erano riusciti a capire che in quel momento la classe operaia, l’operaio-massa Fiat, faceva centro su se stesso. Se si considera poi come sono andate le cose, anche quando c’è stata l’occupazione del ’73, l’operaio Fiat non è mai uscito di fabbrica. L’operaio massificato è un operaio che sta in fabbrica, perché la considera il proprio fortino. La tematica di «Prendiamoci la città» non lo interessava e infatti nacque dopo, perché prima non avrebbe avuto senso. Il fatto è che tutti noi, gli uni e gli altri, dovevamo comprendere e metterci in testa che l’operaio-massa stava per essere sconfitto. Pretendere di passare in quel momento dalla fabbrica alla società nel nome dell’egemonia operaia era una follia, per quel momento. Bisognava vincere in fabbrica e solo in questo caso ci sarebbero state (e ci sono state, eccome!) ridondanze sul sociale. Queste ridondanze passavano attraverso il salario, attraverso la lotta di fabbrica. Questo era l’elemento salariale, ed era quello attraverso cui bisognava passare. Ora, noi avevamo capito perfettamente questa cosa, ma pensavamo fosse automatico il passaggio al sociale. Sbagliavamo. Solo più tardi, davanti alla sconfitta operaia, all’incapacità degli operai di uscire dalla fabbrica, saremmo arrivati a teorizzare e a sviluppare la tematica dell’«operaio sociale». Per ora, invece, eravamo chiusi nella fabbrica e lottavamo all’interno della fabbrica per vincere nella società, ma si trattava di cose diverse. Per concludere: chi si opponeva alla manifestazione del 3 luglio lo faceva sulla base di una strategia immatura, se non sbagliata, in nome di una socializzazione della lotta che l’operaio-massa non avrebbe più prodotto. Chi assume il 3 luglio come un momento di lotta lo fa seguendo il sentire operaio che è quello di dire: basta, è finita con questo periodo di lotta – adesso, dopo l’estate, tocca agli altri, poi vedremo. Comunque la lotta ci fu, e fu feroce, com’è noto. Oltre agli operai, si mobilitò il proletariato torinese. Lo avevamo già visto nel ’62, negli scontri di Piazza Statuto. A Piazza Statuto gli operai avevano sì assaltato la sede della Uil, ma il contesto era un contesto urbano, erano le banlieues torinesi che erano scese in piazza. Qui era la stessa cosa. Ricordo che litigai direttamente e duramente col vicequestore Vorìa, davanti alla palazzina Fiat. Mentre stava trattando con altri, mi avvicinai dicendogli che se faceva arrivare la polizia c’erano dei compagni disposti ad attaccare. Mi disse: «Se ne vada lei professore!». Lo mandai a quel Paese.

Un’ultima domanda sul Convegno del Palazzetto: quanto il suo fallimento stava nelle premesse o nel suo epilogo? Col senno di poi, perché solo così oggi è possibile fare una valutazione, l’esito era inevitabile? O sarebbe potuta andare in un altro modo?

Purtroppo non poteva che andare così. Io ho insistito fino alla fine, fino a sbracciarmi con i miei compagni, dicendo: «Smettetela, mettetevi d’accordo in ogni modo». «Di questo passo – loro dicevano – c’è poco da fare, quell’altro (Sofri) è arrivato col suo giornale già pronto, già fatto [Marione e Giairo erano d’altra parte furibondi perché erano loro che avevano inventato «lotta continua» come sigla dei volantini dell’Assemblea e ora vedevano il loro copyright (!) preso da Sofri], ci rompe le scatole, non vuole assolutamente mettersi d’accordo, è arrivato con la decisione di trasformare il convegno del Palazzetto nel punto di partenza della sua organizzazione». Questo mi hanno detto i compagni, io ho risposto che non era vero. In realtà, era vero. Qui mi son sentito sconfitto ma allo stesso tempo sapevo che le cose sarebbero andate così. Realisticamente non potevo dire altro. Le cose sono andate così, perché la divisione era avvenuta prima.

Quindi in realtà le motivazioni che hanno causato questo epilogo non erano «programmatiche»…

Erano motivazioni di personale politico e anche di metodo. Ad esse vanno aggiunte le cose che si dicevano prima: metodo di intervento significava, ad esempio, continuità organizzativa, con una capacità di concentrazione sufficiente, come quella che abbiamo costruito in Potere operaio. Poi significava, appunto, un rapporto con la classe operaia che fosse un rapporto stretto e di comando operaio: ed era quello che loro non volevano, meglio, non capivano come potesse darsi.

Leggendo le carte ho avuto forte l’impressione che le cose sarebbero potute andare in un altro modo se ci fosse stata quella plasticità, disponibilità al venirsi incontro che invece poi sostanzialmente non c’è stata.

Non c’è stata per nulla all’interno dell’Assemblea.

Ed è quello che mi fa pensare che sia stata un’occasione persa.

La storia è piena di occasioni perdute. Anche nella nostra piccola storia, quella dell’autonomia. Pensa semplicemente all’altra occasione persa che è stata quella che io ho sempre comparato a questa dell’assemblea torinese: l’assemblea di Bologna del settembre 1977. Se fosse riuscita nel senso proposto dagli autonomi, avremmo probabilmente potuto evitare l’omicidio Moro. Sono piccole cose che contano molto.