L’autonomia con la lettera minuscola

di Federico Battistutta

 

Ho letto con interesse i diversi interventi fin qui pubblicati, quanto mai ricchi e articolati, ma leggendo ho avvertito che qualcosa mancava. Che cosa? Ecco, vorrei parlare di quest’assenza, in breve: dell’autonomia operaia con la lettera minuscola. Sì, perché c’è stata un’area dell’autonomia assai più grande e frastagliata dei coordinamenti o delle organizzazioni che hanno provato a orientare e, in certi casi, dirigere la rabbia e la gioia di tanti giovani in quegli anni. È stata un’area ricca di contraddizioni, senz’altro, ma non era certo una “palude”, bensì una mobile utopia concreta, caotica finché si vuole, ma che sapeva all’occorrenza esprimere, nella teoria e nella pratica, un’intelligenza molecolare, diffusa, praticando l’orizzontalità e sabotando le gerarchie. Forse è bene indagare e parlare anche seguendo quelle tracce restate per lo più silenziose. Per questo prendo la parola e quanto segue vuole essere solo – all’interno di un più ampio quadro polifonico – un soggettivo e parziale contributo in quella direzione.

Iniziai a leggere «Rosso» con vivo interesse all’indomani dello scioglimento del Gruppo Gramsci, di cui era fino a quel momento l’organo. «Giornale dentro il movimento», recitava il sottotitolo. I contenuti degli articoli (come la veste grafica che occhieggiava un po’ alla stampa underground dell’epoca) aprivano largamente ai temi della controcultura: non solo la fabbrica, la condizione operaia e le scadenze contrattuali, ma anche il tempo libero, la liberazione sessuale, la musica rock come elemento aggregante e via di questo passo (vale a dire tutti temi inerenti all’importanza dei processi di riproduzione, tanto riscoperti in questi ultimi anni). Proposi subito la costituzione di un collettivo autonomo nel liceo che frequentavo a Milano e aderimmo al Coordinamento dei collettivi autonomi studenteschi che s’incontrava periodicamente in via Disciplini, dove c’era anche la redazione di “Rosso”. Fu un’esperienza radicalmente differente da quella che si respirava nei gruppi della nuova sinistra (che, a vederla ora, di nuovo aveva davvero poco), nei contenuti, come nelle pratiche e nelle dinamiche interne. L’esperienza della politica fu davvero una politica dell’esperienza. Quando, poco prima del ’77, si passò dall’intervento settoriale a quello territoriale finii, più per legami amicali che strettamente politici, in uno dei collettivi in seguito divenuti più discussi: il Romana-Vittoria, da cui uscii alcuni mesi prima dei fatti di via De Amicis. Non era decisamente la mia storia, quella, e lo capii in tempo.

Mi ritrovavo in molte posizioni di «Rosso» (pur mal digerendo il leninismo – o neo-leninismo, che dir si voglia – che emergeva sempre più) senza mai far parte dell’organizzazione, verso cui mi sentivo a un tempo vicino e lontano; per semplificare, ero – e in fondo lo sono sempre stato – un movimentista, un «militante politico di base», per usare una limpida espressione di Danilo Montaldi. Le tematiche di ascendenza operaista (il rifiuto del lavoro, in primis, declinato da noi nei termini di rifiuto della scuola) le mescolavo con quegli aspetti riguardanti la «rivoluzione della vita quotidiana», che ritrovavo in Raoul Vaneigem e nella corrente situazionista. E – come si può immaginare – tenere insieme operaismo e situazionismo non fu un lavoro facile.

Il ’77 lo passai per le strade, come cane sciolto (ma Milano aveva anticipato di almeno un paio d’anni quello che poi è deflagrato nelle altre città proprio in quel fatidico anno). Non c’era corteo che non desse vita a una qualche forma di autovalorizzazione di massa (così si diceva all’epoca), in molti casi sorta spontaneamente e in forma gioiosa, per la quale nessuno poi finì sotto processo, a riprova di come quelle forme di lotta pagassero. Come cantava Janis Joplin: Freedom’s just another word for nothing left to lose.
All’università finii per avvicinarmi per un po’ agli indiani metropolitani, un fenomeno decisamente minoritario nel movimento milanese, anche se bisognerà prima o poi far riemergere anche quelle esperienze (l’ha fatto di recente Gianfranco Sanguinetti, sodale di Debord, con il tono sentenzioso e antipatico che purtroppo caratterizza spesso la vulgata situazionista). La spinta alla centralizzazione organizzativa imposta da «Rosso» in quegli anni per contrastare l’emorragia militarista, come si sa, non ottenne i risultati attesi. Se si vuole, le tendenze centrifughe si amplificarono: nel frattempo il movimento delle donne e quello degli omosessuali decisero di proseguire per conto proprio, molti scelsero altre strade, chi optando per il lavoro su di sé, chi lasciando la città per la campagna e dare vita al movimento delle comuni e chi ancora più lontano, in India e oltre. Insomma di lì a poco quell’entità che ci ostinavamo a chiamare “movimento” – un termine di comprensione immediata, epidermica e intuitiva per chi era interno a esso, ma il cui significato risultava ostico e incomprensibile a chi stava fuori – sarebbe svaporato.

Se il 7 aprile ’79 segnò l’inizio della fine per me significò ricominciare a fare l’attivista. Nessuno me l’aveva chiesto, ma sentivo un debito morale e politico nei confronti dei compagni e delle compagne costretti/e alla latitanza o alla detenzione. Rimettere insieme i cocci di quello che rimaneva di un tessuto antagonista nei primi anni ’80 a Milano non fu facile. A tanti, scampati alle denunce dei pentiti, non sembrava vero di averla sfangata e preferirono defilarsi. Furono anni velati di tristezza. Si trattava, è bene dirlo, per lo più di garantire una prospettiva difensiva, nell’imminenza delle scadenze processuali (a Milano era il cosiddetto processo Rosso-Tobagi, come lo denominavano i media). In seguito, quando uscì da Rebibbia il documento sulla dissociazione politica, alla tristezza strisciante si affiancò la categoria del risentimento. Quando apparve su «Controinformazione» la nostra posizione (firmata come Radio Black-out), in cui era evidente la nostra critica nei confronti di quelle posizioni pur mantenendo una posizione dialogica con quei compagni, fummo accusati di fiancheggiare la dissociazione, da considerare quindi «traditori del movimento comunista» (come recitava allora il titolo sulla prima pagina di una testata autonoma). Ricordo ciò solo per provare a trasmettere le trame emotive e i vissuti che aleggiavano in quegli anni, non per sollevare vacue polemiche a tempi largamente scaduti.

La farò facile, ma quello che penso, dopo tanti anni e tante parole, è che dentro l’area dell’autonomia, da una parte o dall’altra, abbiamo sbagliato un po’ tutti, ma mi consola pensare che, alla fine, tutti avevamo anche un po’ ragione. Fu un’esperienza con un piede dentro la grande tradizione rivoluzionaria del Novecento e l’altro già proiettato oltre. Questa fu in fondo la sua ricchezza e il suo limite. È come se quel grande movimento fosse andato troppo avanti nella realizzazione del “sogno di una cosa”, verso una diversa qualità delle relazioni e della vita degli uomini e delle donne. La speranza era troppo grande e alla fine l’impatto fu rovinoso. Così, dinanzi a tutto ciò posso dire di provare sì nostalgia, ma è una nostalgia ostinatamente coniugata al futuro. Con i versi di Paul Éluard: Supereremo in velocità l’alba e la primavera/E prepareremo giorni e stagioni/A misura dei nostri sogni”.