Scavare nel cielo aperto delle possibilità

di Veronica Marchio e Giuseppe Molinari

«Così la verifica di un pensiero
va fatta non con il terreno sociale
che apparentemente lo ha
prodotto, ma con quello che lo ha
sopravanzato: perché è proprio
questo che lo ha prodotto»

 

Questo libro non è per tutti. Non lo è perché si inserisce dentro l’odierna separatezza tra la composizione politica e quella sociale. Non lo è perché non è un racconto che vuole chiudere una storia per sacralizzarla, ma la narrazione di un’esperienza in tutta la sua forza, affinché essa venga utilizzata oggi. Non è per tutti perché esprime una parzialità di un punto di vista, portatore di un interesso specifico, non di un ipotetico interesse generale. Infine, non è per tutti perché non ci parla di esaltazione della contingenza, né di inevitabilità della sconfitta: ci dice che un militante politico rivoluzionario sta nel presente per costruire una prospettiva, si impossessa degli elementi di forza del passato per renderli attuali, nel tentativo di approfondire la spaccatura nel cielo. Come ci dice Giacomo, «non abbiamo considerato la nostra militanza comunista impastata di fughe in avanti e sogni utopici, piuttosto un esercizio continuo a muoversi realisticamente nel qui e nell’ora, il che abbisognava di occhi buoni e cervello fine».

Quindi chiariamo perché ci sembra utile e importante prendere parte a questa discussione collettiva, secondo noi fondamentale, a partire dalla nostra collocazione soggettiva e politica: cosa significa oggi essere un militante rivoluzionario? Che rapporto dovrebbe avere un giovane militante con quella storia, con la propria storia? Ma soprattutto, quali nodi il volume ci costringe una volta per tutte a identificare come baricentrali per l’attualità della rottura rivoluzionaria?

Pensiamo che riproporre oggi quelle pratiche, quei discorsi e teorie, pensando di recuperarle pedissequamente, rischia di farne una religione che, come ci suggeriscono i fratelli nel libro, ha dato risposte sbagliate a domande vere che ci si pone. Perché, lo anticipiamo subito, per noi l’autonomia è l’inquietudine della ricerca dei punti di forza e la solitudine dell’anticipazione, non l’appagamento dell’identità, la calma piatta della riproduzione di sé come soggetto individuale e/o collettivo.

Proviamo allora a sviluppare alcuni punti per far dialogare i temi del libro con le problematiche che ci pone il presente, sottolineando che essi sono fortemente intrecciati.

Ci sembra in primo luogo che il nodo dell’organizzazione sia estremamente centrale nella riflessione dei fratelli Despali, perché passaggio fondamentale del loro processo di soggettivazione e problema sempre aperto, mai risolto una volta per tutte. Proviamo dunque a definire i contorni della questione, proiettandoli nel presente. C’è un problema d’Organizzazione, con la «o» maiuscola a indicare che stiamo parlando di quella interna, propria dei nuclei militanti; c’è il problema dell’organizzazione del Movimento, dove la «m» maiuscola indica una organizzazione protesa verso l’esterno, che raccoglie delle soggettività nel divenire della loro formazione. La prima ha il compito di organizzare la spontaneità della seconda, di cavalcare «l’onda della spontaneità assecondandone potenza e direzione senza farsi travolgere», che vorrebbe dire affidarsi allo spontaneismo; la seconda ha il compito di innalzare (qui alto e basso non sono intesi in senso verticistico ma per livelli di astrazione) la spontaneità a organizzazione, perché la soggettività non è buona o cattiva, ma ambivalente: in parole povere un campo di battaglia.

Si tratta di due problemi che non viaggiano paralleli ma che, sia prima – con Potere operaio –, che dopo la nascita dei Collettivi – con l’Autonomia –, sono sempre stati affrontati contro le pretese ideologiche, identitarie e di tifoseria, contro i turisti e simpatizzanti della rivoluzione, portando avanti un atteggiamento pragmatico ma strategicamente orientato, collocato dentro la composizione di classe. Ma ci torneremo.

Il processo, allora, dell’organizzazione, era caratterizzato dal mantenere una tensione costante e progettuale del piano alto con la sua articolazione nella composizione sociale territoriale. Quando Piero fa riferimento al rapporto tra i Collettivi e i Gruppi Sociali è di questo che sta parlando. Il militante dell’organizzazione interna era presente su tutti i livelli, nessuna separatezza tra i vari segmenti, ma un’articolazione politica e sociale. Sempre con l’attitudine di assecondare e direzionare la potenza, senza adagiarsi sulle proprie debolezze, ma intensificando le proprie forze, tenendo sempre insieme il «dato comportamentale con il progetto politico». Una capacità di stare dentro il proprio tempo ma contro di esso, scavando nel cielo aperto delle possibilità.

Emerge poi, in modo prorompente, la caratteristica peculiare dell’esperienza veneta, che tuttavia indica delle piste di metodo attuali. La specificità in questione ci mette di fronte alla pratica di un metodo ben preciso: il radicamento nel proprio territorio inteso come capacità di leggere le tendenze soggettive espresse da giovani e lavoratori per poi provare a direzionarle all’interno dei processi di accumulazione e valorizzazione capitalistica. La capacità di andare in luoghi inesplorati, anche a partire e mettendo a valore la propria collocazione soggettiva, ma soprattutto di abbandonare ogni purezza ideologica e di trasformare l’elemento della territorialità in pratiche di contropotere.

Lungi dal voler semplicemente dogmatizzare quelle esperienze specifiche, vogliamo invece ragionare, attraverso esse, su alcune caratteristiche del presente, ad esempio il rapporto centro urbano-provincia. Negli ultimi anni, all’interno della crisi della composizione politica di «movimento» – se con tale termine intendiamo un simulacro da tempo divenuto vuoto –, sono proprio le soggettività «di provincia» a esprimere una forte insoddisfazione verso i vecchi modelli politici delle strutture delle grandi città, riuscendo così a incarnare quel bisogno di autonomia in grado di determinare la volontà di ripartire da nuove basi. Come ripensare dunque quel tipo di modo di stare nel territorio senza ricadere in un mero localismo? Già nel libro sia Giacomo che Piero individuano nell’incapacità di una generalizzazione del loro metodo fuori dai confini regionali uno dei limiti di quell’esperienza, porci ancora la stessa domanda, provare a dare una forma alla risposta, spetta a noi.

Un secondo nodo di ragionamento ruota attorno al rapporto tra individuo e collettività. Il racconto dei fratelli Despali, così come il libro di Donato Tagliapietra (L’Autonomia operaia vicentina) che l’ha preceduto, termina alla fine degli anni Settanta, anticipando però alcuni nodi che emergeranno negli anni successivi. Sebbene sia fondamentale interrogarsi sui limiti del ciclo di lotte del lungo Sessantotto, e sull’irripetibilità di quelle esperienze, pensiamo tuttavia che questo non basti: riattraversare gli anni immediatamente successivi è doveroso, se vogliamo tracciare delle linee di continuità nel presente. Difatti, irripetibilità di quelle specifiche esperienze, non significa irripetibilità di quel metodo collettivo. Gli anni Ottanta sono stati l’inizio di quel laboratorio capitalistico che si dispiegherà dopo, in cui alla repressione esplicita delle lotte si è affiancata una sussunzione implicita delle soggettività politiche: dall’autovalorizzazione alla valorizzazione capitalistica, dalla dimensione collettiva al ritiro nel privato dell’individuo.

Questi lunghi processi hanno fortemente impattato sul e si sono riprodotti nel presente. La politica diventa spesso luogo di soddisfazione personale e affermazione egoistica, attività da inserire nel proprio curriculum, ricerca di riconoscimento nella nicchia sempre più insignificante. Quello che l’esperienza veneta ci suggerisce è che il militante collettivo non è chi passa dall’euforia delle lotte alla depressione della sconfitta, ma chi, facendo propria la rigidità del punto di vista, non si fa trascinare dalla crisi ma la attacca, non vede in essa un rischio ma un’opportunità.

Le forme della militanza e dell’organizzazione, allora, vanno sempre pensate in rapporto al proprio tempo. E questo ci dice anche un’altra cosa: non si può pensare di inventare una nuova organizzazione o un nuovo linguaggio al di fuori delle contingenze storiche specifiche; non si può però nemmeno sperare che dalle contingenze nasceranno spontaneamente nuove forme di conflitto. «Abbiamo imparato che solo passando attraverso la strettoia della contingenza, possiamo raggiungere l’aperto della lunga durata».

Chi? Noi. La collettività non è una gabbia delle capacità individuali, ma la liberazione di queste capacità per l’arricchimento collettivo e la costruzione di essere dentro la storia ma anche contro il suo corso. Essa è quindi molto di più della somma dei «cervelli» che la compongono, mentre l’individuo in quanto tale è pari a zero.

Last but not least, proviamo a mettere in fila alcuni ragionamenti a partire dalle categorie di composizione di classe e soggettività. Come già detto, la capacità dell’esperienza autonoma, in particolare quella veneta, era stata di esplorare il non noto, di andare dove nessuno aveva pensato di guardare. La questione giovanile – non intesa in senso meramente anagrafico ma, sottolinea Giacomo, combinazione, in quella fase, di forza lavoro in formazione ed esuberanza delle aspettative dei giovani –, sarebbe stata il vettore di spinta del Movimento del Settantasette. Una nuova soggettività, quella dell’operaio sociale, che, nel Veneto, i compagni e le compagne avevano individuato anticipatamente. Ma questo processo di individuazione non era stato per niente casuale: parafrasando Piero, essa era avvenuta attraverso una vivisezione nel corpo vivo, tanto della composizione tecnica, quanto di quella politica. Tuttavia la composizione politica non è riconducibile alle sole lotte, come viene sottolineato nel libro, il passaggio della politicizzazione non è automatico, ci sono elementi di complicazione. Il principale di questi è la soggettività: allo stesso tempo mezzo, fine e risorsa, mai statica ma sempre in divenire, mai neutrale ma sempre contraddittoria. Ecco allora che la riproducibilità di quel metodo non solo è possibile, ma necessaria.

Per concludere, riprendendo una delle domande che venivano poste nel volume dagli autori, perché guardare oggi alla storia dei Collettivi politici veneti? Proviamo ad abbozzare una risposta: per riproporre quello sguardo di parte sulla politicità intrinseca dei comportamenti sociali, per darle una contro-direzione. Per tracciare delle linee di continuità di metodo anche oggi, quando sembra che nulla si muova. Perché inseguire i processi una volta che si sono dispiegati significa codismo, e tutti ne sono capaci; mentre avanguardia significa vedere la possibilità dove tutto sembra calmo o già scritto. Essere insieme nell’anticipazione, non isolati nella marginalità.