senza rabbia non essere felice

di Luca Comba

 

Il 20 maggio se n’è andato il compagno e fratello Dori Zanon, uno dei protagonisti della lunga storia collettiva di Feltre, un piccolo paese della provincia bellunese. Arrivava da un ancora più piccolo e montano paese dell’Alpago, era stato uno dei militanti di Lotta continua bellunese, dei Proletari in divisa, quando ancora la libera uscita dovevi farla in divisa. Allo scioglimento di Lc, dopo una parentesi nel’77 bolognese, da cui riportò Dada e A/traverso, Foucault, Deleuze e Guattari, aveva scelto di restare a vivere in quei territori: la provincia dolomitica, senza alcuna tradizione di lotte operaie, ma densa di storie di emigrazione e di povertà contadina. In quegli anni attraversata in lungo e in largo da una componente giovanile, fatta di studenti pendolari dalle città universitarie, Padova, Venezia, Bologna, Trento, Milano; studenti medi che convergevano su Belluno da tutto il territorio; giovani operai coi capelli lunghi, delle fabbriche e dei laboratori artigiani, interessati più alle canne e alla musica rock, che a perpetuare la devozione lavorista dei padri.

Dori è stato fin da allora tra gli animatori di vari progetti collettivi che si sono mossi su vari piani della comunicazione autonoma: RadioBellunoLibera, riviste, fogli prima ciclostilati e poi fotocopiati, stampati a colori, distribuiti di mano in mano, con lunghe scorazzate notturne dal Cadore alla bassa trevisana. Sempre pronto alla provocazione linguistica, alla sperimentazione di nuove tecniche comunicative, ma soprattutto allo sviluppo di esperienze collettive, di vita e politica.

Lungo gli anni ’80 l’ideologia del lavoro a testa bassa, sostenuto dal superconsumo quotidiano di alcool, la fa da padrona, l’eroina pure, non manca: le piazze diventano parcheggi e gli unici luoghi di socializzazione, esclusivamente maschile, sono i bar e le osterie. Poi finalmente dalle città arrivano notizie dei primi centri sociali, ma a Feltre non riteniamo imprescindibile l’occupazione, quello che si vuole fare è dimostrare che si può gestire un locale pubblico in un altro modo. Nell’88 Dori è, insieme a una ventina di compagne e compagni, uno dei fondatori della cooperativa Camouflage, tuttora esistente, che acquista la licenza di un locale subito denominato Cayenna. Sarà un decennio di grande attività: da quella quotidiana dell’autogestione del bar, all’organizzazione ogni weekend di concerti e spettacoli della miriade di gruppi italiani e stranieri. Ai primi esperimenti di collegamento alle BBS, gli embrioni della rete, il cyberpunk, l’hip-hop, le manifestazioni contro la guerra in Iraq, le campagne antiproibizioniste. Gli anni ’80 sono proprio finiti: attorno a questa esperienza autonoma e radicale si coagula una rete di relazioni ampia, nazionale e internazionale: la Cayenna autogestita, nonostante i mugugni dell’ortodossia centrosocialista che ne critica il non essere occupata, fa parte di quella eterogenea, capillare e diffusa storia dei centri sociali, così determinante sui piani politici, culturali e sociali lungo tutto il decennio.

In quegli anni Dori spinge la dimensione collettiva al confronto con le altre esperienze di movimento, spesso in modo spregiudicato e irruente, come è il suo stile: si costruiscono relazioni strette con Conchetta e la Calusca di Primo a Milano; allo stesso tempo la Cayenna fa una trasmissione settimanale notturna a Radio Sherwood, nascono collaborazioni e progetti comuni con i soggetti più diversi dell’antagonismo.

Viene aperta in centro a Feltre la libreria Crash, si apre il ristorante vegetariano Papillon; il laboratorio di falegnameria, ristrutturazione e costruzioni Officine Flex, la sartoria e rivendita di vestiti usati, si producono video, i volantini sono ormai redatti al Pc, ogni evento produce una t-shirt serigrafata a tema.

Di quegli anni è anche la collaborazione con DeriveApprodi, nata dalla semplice idea di usare una poesia di Balestrini comparsa sulla copertina di uno dei primi numeri, per realizzare il calendario del 1992. Nei numeri successivi della rivista «DeriveApprodi» compaiono articoli che raccontano l’esperienza di questa comunità, che nulla a che vedere col sangue e suolo su cui la Lega sta costruendo il consenso anche nelle vallate alpine. Una comunità autonoma e radicale, aperta allo scambio e alla contaminazione, in cui la dimensione quotidiana, anche quella del reddito, conta tanto quanto la progettualità di lungo periodo.

Il 1996 è un anno di svolta: si decide di rilevare un altro locale pubblico in centro paese che diventerà Crash, osteria con cucina, tuttora funzionante; e allo stesso tempo si occupa una vecchia rimessa degli autobus, Hangarzone, con una capienza di persone molto più alta della Cayenna, sulla quale peraltro grava la fine del contratto di locazione e l’appetito del mercato immobiliare. La sensazione è che sia in atto un’altra trasformazione. Quello che negli anni ’90 è stato il terreno di sperimentazione dei centri sociali si sta trasformando in settore di mercato: la cooperazione sociale messa a profitto. In più è cambiato completamente il profilo dei frequentatori: le nuove tecnologie digitali formano nuove figure sociali con alte competenze tecniche, spesso identificabili nel lavoro autonomo di seconda generazione. Conquistare nuovi spazi è la giusta intuizione. Tutto il lavoro fatto negli anni precedenti sullo sviluppo della Rete, il convegno sull’immaginario tecnologico organizzato nei primi anni ’90 a Padova con Lauso e una titubante Radio Sherwood, rileva la sua centralità. Ma nonostante ciò qualcosa si è già rotto, sia sul piano nazionale che nei rapporti interpersonali: il mancato sbocco di un progetto collettivo su reddito, economie, liberazione dal lavoro – affrontato nel libro Centri sociali, che impresa del 1995 – sgretola la progettualità collettiva dell’impresa politica autonoma nei percorsi individuali.

La fine secolo registra l’inizio di una fase di lunga e incontenibile discesa sui terreni della resistenza: Hangarzone sgomberato e demolito, a cui si susseguono varie altre occupazioni che non reggono, quindi non producono senso e corrodono la comunità dall’interno. Come tutte le altre componenti di movimento, dopo la vampata entusiasta dei social forum si finisce per infrangersi sui muri di Genova 2001, con la morte di Carlo e tutto ciò che ne segue. I vent’anni che ci separano da allora sembrano quasi vuoti al confronto con quello che si era riusciti a costruire. Dori ha continuato a esserci, a proporre cose, a costruire e a rompere relazioni, ad aprire nuovi progetti, ultimo il Postaz di Feltre dove si è tenuta la camera ardente. Per tutte e tutti quelli che lo hanno conosciuto è impossibile filtrare la sua vicenda personale dalla storia collettiva, di cui è stato uno dei protagonisti. Bon voyage, Yrod.

 

«father oh father, che cosa mi avrai insegnato

con quella tua vocazione da mantenuto da sbandato;

e quale esempio, quale educazione

grande campione di aperitivo, sempre giovane e vitellone…»

 

(Claudio Lolli)