Vite parallele

di Rachele Colella

 

Accostandomi alla lettura del VI volume sull’Autonomia dei fratelli Despali credevo di trovare un ampliamento/arricchimento della storia dei ‘mitici’ collettivi veneti iniziata con il bel libro di Donato Tagliapietra sui collettivi vicentini.

Confesso inoltre che trovavo contraddittorio che la storia di un collettivo che non riconosceva ‘capi’ al suo interno venisse raccontata in prima persona da due ‘leader’! Non mi convinceva! Mi sono ricreduta, ovviamente. La forma biografica è memoria/storia plausibile. Il più bel libro sull’anarchia, la breve estate dell’anarchia di Enzesberger, non è forse una biografia?

La lettura di questo testo, invece, mi ha dato la sensazione di trovarmi di fronte a un’epica, a un romanzo la cui lettura ha cominciato ad emozionarmi da subito perché, come quando ci si immerge nella buona letteratura, percepisci di trovarti insieme ad amici dalla cui compagnia non vorresti mai staccarti.

Ho rivissuto emozioni, rabbia, gioia, frustrazioni e poi… le letture condivise, testi che hanno formato una generazione accomunandola nel medesimo “sentire”. Gli scaffali delle nostre librerie potrebbero avere un unico catalogo!

Sì, un bildungsroman, un romanzo di formazione, ma anche un esempio moderno di vite parallele (fine primo secolo quelle di Plutarco, fine primo millennio queste) ma al rovescio: quelle non volevano essere storia ma per noi posteri lo sono; queste volevano essere, immagino, una “ricostruzione storica dal di dentro” ma sono anche altro.

Vite parallele quella dei due fratelli, vite parallele le altre voci/interviste, vite parallele anche le nostre in Abruzzo che, pur senza il radicamento e la radicalità registrate altrove, sicuramente furono risospinte dallo stesso “vento di passioni” che ha soffiato in tutta la penisola.

Da subito mi sono sentita “lector in fabula”, immediatamente coinvolta nel farsi del testo, “catturata” dalla narrazione che riempiva i buchi della mia memoria e contemporaneamente ne chiariva alcuni passaggi e, sull’onda del racconto, ho ripreso in mano alcuni dei testi citati per capire il diverso modo in cui li avevamo recepiti e di conseguenza come essi avevano differentemente “agito” nella nostra formazione.

Nel libro di Snow, per esempio, io cercai allora, all’inseguimento del “mito”, il personaggio Mao, gli aneddoti biografici; loro invece ne avevano colto la cosa utile: il modello organizzativo, le basi rosse!

Una mia debolezza? Forse, ma non mi sento di sconfessarla. Considerando che gli autori concludono con un invito/appello al lettore, è da lettrice curiosa che vorrei intervenire nel dibattito di Pragma. Diversamente dal recensore di professione, attento ai passaggi storici, alla corretta ricostruzione degli eventi, interessato a discutere su operaio massa vs operaio sociale o a discettare sulla validità delle scelte operate o sui motivi della sconfitta, il lettore/trice nella lettura è alla ricerca del piacere che può trovare solo nelle parole che legge, nelle metafore e nelle mitonimie escogitate da chi scrive, nell’abbandono alla fluidità e alla leggerezza della conversazione e del confronto. Per me questa storia è una storia d’amore e una storia di “philia” che tutti stringe in un abbraccio circolare: tra i due fratelli che scopro essersi ritrovati dopo qualche decennio, e col curatore che non nasconde la sua complicità e la voglia di stare al gioco. Ma il lettore, proprio perché destinatario naturale del racconto, ha da avanzare una sua pretesa che è anche un suo diritto: che sia non solo accettato ma rispettato il suo punto di vista, sia pure il più eccentrico. Eccomi allora al dunque.

Volendo sintetizzare questa biografia politica dei due fratelli sceglierei, ereticamente, l’immagine dell’arcano XX, «Le Jugement» (il giudizio) dei tarocchi di Marsiglia. Capisco le perplessità che un simile approccio può suscitare. All’apparenza niente di più distante dall’impostazione operaista dei ricercatori scalzi ricordati nell’Introduzione. Cartomanzia? Stregoneria? Già immagino il lungo elenco delle parole sprezzanti: bizzarrie e superstizioni. E chi più ne ha più ne metta. Ma i tarocchi non dicono la ventura, spingono piuttosto all’avventura! Non sono predittivi e non potrebbero esserlo perché, come insegna il pensiero “primitivo”, noi camminiamo sul sentiero dei padri e il futuro rischia di essere uguale al passato se non si diventa ciò che si è, padroni della propria materia per l’appunto. Ecco allora la mia curiosità gustando questa storia dei Collettivi veneti: sono riusciti i nostri eroi? Per la risposta mi soccorre la carta del Tarocco. In essa sono concentrate tutte le energie materiali, intellettuali e – perché no? – spirituali di noi mortali. Sogni e bisogni!

Guardiamo la carta.

Di primo acchito ci richiama la resurrezione dei corpi, un’idea, questa, non solo cristiana ma presente anche nell’immaginario del movimento operaio degli anni ’60. Ci ricordiamo di quel mestissimo canto di lotta in cui i morti di Reggio Emilia sono chiamati a uscire dalle fosse pronti a cantare Bandiera rossa? Un canto “cattocomunista”, nell’accezione nobile della parola. La nostra carta mostra altro, esattamente il “levantamento”. Chi risponde alla chiamata irresistibile, gioiosa e allegra, della tromba dell’angelo azzurro raffigurato nell’atto di fare uno sberleffo, una pernacchia? Forse il nuovo studente proletario di cui si parla nel libro nelle pagine 74-75 e in cui soprattutto Piero si identifica? O, forse, il sognatore di una vita riuscita di cui parla Paolo Virno nel numero 1 di «Metropoli»? Questo personaggio si leva dal sepolcro con l’energia e la forza della propria natura, del proprio voler diventare ciò che è. A dire di Giacomo, che vuole essere “padrone della materia”. Chi è sordo allo squillo di tromba, perderà l’occasione della sua vita, anche perché il contesto gli è favorevole. Non tacciono forse l’uomo e la donna ai suoi lati nel mentre sognano lo statu quo ante? Rappresentano tutte le declinazioni possibili della potestas: società, istituzioni, partiti, padroni. Ecco, mi piace immaginare che la tuba del nostro angelo sia una tromba di guerra e che intoni le note dell’inno di PotOp: Stato e padroni fate attenzione/nasce il partito dell’insurrezione… Una musica ben diversa dalla mestizia funerea dell’altra. Insomma, se c’è un arcano che descrive il profilo del militante politico dei Collettivi veneti nel suo assalto al cielo è questo della carta XX. Alla fine, sono riusciti i nostri eroi? La risposta è presto data: loro sono ancora qui a elaborare pensiero, a scrivere la loro storia, a suscitare discussioni. Scomparsi dal teatro del mondo gli altri personaggi della scena di allora: quei partiti, quella forma stato, quella società. Dissolti.

Torno, per concludere, allo sguardo dei posteri: questo libro troverà il suo lettore? Intendo un lettore che non sia un “reduce”, un lettore che riesca a immedesimarsi nelle vicende dei protagonisti, come succede quando, a volte, la letteratura è più vera della vita. Intanto ha trovato me!