A Ciccio. Per Ciccio. Con Ciccio


di Maurizio Cannavacciuolo

 

Martedì 12 novembre, ore 23,30.
Ho sempre pensato che se c’era uno stronzo che gettava una carta a terra esisteva uno stronzo corrispondente che la raccattava.
Io sono il primo e tu sei il secondo. Questo è il gioco. Io scrivo e tu leggi.
Questi sono appunti di viaggio senza cronologia e senza logistica. Erano anni che volevo usare la parola logistica.
Diceva la mia adorata Isabella Stewart Gardner: «Ecoute moult, parle peu, ecrit rien» Nel suo strano francese di bostoniana colta e ricca della fine del XIX e inizio del XX secolo voleva dire quello che si capisce che volesse dire. Io sto contravvenendo per te.
Comincio con il non cancellare quello che la figlia della mia seconda moglie Uia ha scritto a mia insaputa sul mio IPad con il quale imprimo concetti nella speranza di deliziarti.
Allaccia la cintura: si parte!

Holy, yo so Aiia vivi en Cuba Santiago Songo La Maya (alto de la esperanza #856345/7) conosco a mucosa personas y me levo con todo el mundo
Hallo Maurizio bienbenido a cuba vez qui bella es.la contrasse a De la aipat 1954.

Lasciamo perdere gli errori, l’eventuale significato e le intenzioni. Aiia ha 12 anni, un fratello di 14 e sperava di diventare mia figlia. Il sogno capitalista suo e tropicale mio sono finiti il 4 novembre.
Mi trovo all’Avana nella speranza di togliermi dai coglioni il 15 novembre mattina e tornare a Roma dove posso fare altri danni.
Ho scritto a qualcuno che questo mio viaggio cubano cominciato il I° novembre si dovrebbe intitolare «Tragedia o farsa di un ometto anziano e ridicolo». Non posso dire che ho fatto un grande sforzo di originalità, ti pare? Potevo produrre una titolazione migliore.
Sono graziosamente ospitato in una casa particular a 30 dollari al giorno. Aia, chirurga oftalmologa e Boris, ingegnere, sono i padroni di casa. Più figlia quasi dottora ma che non vuole fare la chirurga come mammà e comunque poi si vedrà. Si sa come sono questi ragazzi: poi cambiano idea in corso d’opera, Signora mia.
Sta, aspetta che vado a vedere: sì, sta ancora piovendo.
Cenato al ristorante Europa. Sono all’Habana Vieja dall’8 novembre. La mia tv è accesa su un modesto/insulso film con Lucy Liu e, credo, Michael Fassbender con sottotitoli in castigliano.
Il trucco è stare fatti, cioè ubriachi, senza farsi troppo male il giorno dopo (Bukoski, di cui ho riletto Donne a casa di Yia a Roma, insegna. A proposito, il proprietario della copia del libro, Aoio, figlio di Yia stessa, mi dice che l’autore non è crepato per cirrosi ma, tipo, per infarto. Ti risulta? Mi crolla mezzo mito).
Il trucco all’Avana (ammazza che tuono!) è stare ubriachi, basta anche leggermente ubriachi. Ti capita di sentirti il Dio del mondo e puoi guardare tutto e tutti con molta superiorità e accondiscendenza. Più che altrove.
Io stasera cenavo da solo a un tavolo che dava sulla strada e di fronte una guardiana in divisa, sui 50 anni portati male, ha occhieggiato per circa un’ora dal portone socchiuso. Che cazzo aveva da guardare? Spiava i potenti?
Io sottecchieggiavo e occhieggiavo gli stranieri e non stranieri degli altri tavoli. Mi sentivo inferiore, poi uguale e poi superiore, a mano a mano che 1, 2 birre Cristal e un daiquiri di modesto confezionamento mi entravano in circolo (ariBukoski). Il cocktail hemingwaiano non era nemmeno lontanamente paragonabile a quello di quel sogno di baretto di via Condotti che ora mi pare sia diventato un negozio di calze Fogal. Ci ho provato a riberlo pure al Floridita dove c’è lo statuone di Ernst mbriagùn: melassa dolciastra e musica scadente dal vivo a soooooli 6 dollars (6 pesos convertibles detti CUC).
L’orchestra al ristorante Europa era come il daiquiri del ristorante Europa e del Floridita. La ballerina mi ha riconosciuto da serate precedenti e mi ha chiesto se stavo un poco meglio.
In effetti due volte fa piangevo e ho fatto fuori almeno cinque tovaglioli di carta tra occhi e naso. Ma ti pare?
Il mio scoramento è ed era esistenziale: non ho il cuore spezzato per l’ennesima stronzata sentimentale andata giustamente a puttane. Tendo piuttosto a stare nella fase: «Che cazzo sto combinando?» che è stato il piatto principale di un sogno che ho fatto, con Aa coprotagonista, un paio di giorni fa.
A differenza di qui, in Brasile ho trascorso tre mesi spendendo pochissimo; diciamo meno di 1000 € al mese di cui 400 di solo affitto. Non divertente fare il povero oggi a Recreio dos Bandeirantes e a Rio. Distanza tra loro circa 40 chilometri. Bellissimi lavori di Aie. Quasi sempre solo. Lavorato molto. Pensato molto. Provato l’inebriante sensazione di perdere la memoria. Provo a spiegarmi. Mi sforzavo di ricordare persone e accadimenti che pensavo fossero stati per me importanti. Beh, Ciccio, credimi: mi ricordavo un dettaglio su dieci. E alla fine non mi dispiaceva nemmeno. I ricordi decidevano loro se essere importanti o meno. Non ero io a stabilirne la gerarchia.
Ho dormito il 2 ed il 3 novembre a casa di mia moglie, meglio ex, a Songo La Maya, 30 chilometri da Santiago di Cuba; un po’ come dire il buco del culo del mondo. La notte e l’alba erano una immersione in zucchero filato di umido palpabile. Anche dal letto, dato che gli infissi erano persiane lignee senza vetri. Il materasso fatto a mano era una esperienza ortopedica postmoderna. Io avevo programmato quattro mesi di vita familiare e lavoro. Sono stato capace di farmi espellere in due giorni e mezzo. «Es un record!» avrebbe fatto dire Andrea Pazienza al protagonista della meravigliosa storia «… e per me un ancomarzio».
A Recreio (scusami ma ti avevo avvertito che si tratta di appunti senza cronologia e senza luogologia) c’erano le cicadas, specie di cicale, che singolarmente riuscivano a produrre un suono di una quantità di decibel inimmaginabile. Ne bastava una non troppo lontana e l’insonnia era quasi certa. Tatà, tatà, tatà, tatà, tatà, tatatatatatatà, trrrrrrrrrrrrrrr, tueeeeeeeeeeeeeeeeeeeeee. Viva!
Mia moglie Uia, ex, è capace di soffrire di claustrofobia, agorafobia, vertigini e anger management. Tutto insieme appassionatamente.
Ho passato solo una serata divertente a Santiago, il 4 novembre. Non ti dico quanto ho speso e cosa ho fatto perché mi resta ancora un’oncia di pudore.
Piove ancora. Mezzanotte e dieci in questo istante.
Ho camminato chilometri oggi, ieri è l’altroieri. Anche nei giorni antecedenti a dire il vero.
Ho visto tre film con Belmondo al cinema più un film giapponese sul seppuku. Sia a Santiago che all’Avana cercavo e cerco di far scorrere il tempo.
Sono stato capace di non fare un bagno né in Brasile né a Cuba. A mare intendo.
Quando il 5 novembre ho deciso di ripartire al più presto, ho avuto un momento di panicone.

Aerei pieni per l’Europa ed ero a Santiago senza prenotazione dato che, come ti ho detto, pensavo di tornare a febbraio inoltrato. Sudore freddo. È uscito un posto l’8 per l’ Avana e il 15 Avana -> Roma. Stavo per baciare la grassa mulatta di Cubana de Aviación che per dedicarsi a me aveva fatto raffreddare il pasto in cuccuma di plastica riposto dietro il computer.
Anche se sto cercando di divorziare dal sogno cubano devo sempre ammettere che Cuba in generale e l’Avana in particolare esercitano su di me un enorme fascino. Le puzze, gli sgarrupi sontuosi, uomini e donne bellissimi e una atmosfera del cazzo. Sto cercando di leggere un paio di libri di José Lezama Lima, raffinatissimo intellettuale cubano morto nel 1976. Per me è piuttosto difficile ma insisto. Oggi, al millesimo chilometro di scarpinata per lenire la mia crisi esistenziale, sono capitato sotto la sua casa in Centro Habana. Ora è un museo ma era chiuso.
Qua è quasi tutto chiuso, in riparazione o similia. Tutto intendo un buon % di tutto.
Olá!
Taxi?
Amigo!
De que pais eres?
Ven acá!
Estas buscando algo?
E pensare che nel ’96 ci avevo fatto una mostra, Manuale di buone maniere. Ricordi?
Internet è un vero incubo.
Ci sono dei palazzi ruderi circondati da tubi innocenti completamente avvolti da edera. Pura poesia.
A Rio sono uscito pochissimo. Da Recreio per andare verso la città del Cristo Redentor e del Pan di Zucchero ci volevano 2 ore e mezzo o tre di autobus scomodo. Qualche volta ho fatto tutto il percorso in piedi. Non a piedi.