Genere e Capitale. Una lettura di Daniela Degan

di Daniela Degan

[articolo pubblicato l’8 giugno 2020 su autricidicivilta.it ]

(…) il capitale fu indotto a organizzare la famiglia nucleare come centro per la riproduzione di una forza-lavoro più stabile e disciplinata. Lungi dall’essere una struttura precapitalistica, la famiglia, come la conosciamo oggi in Occidente, è la creazione del capitale per il capitale; è una istituzione che deve garantire la quantità e la qualità della forza-lavoro, e il suo controllo. Così, “come il sindacato, la famiglia protegge l’operaio, ma garantisce anche che sia lui che lei non saranno mai altro che operai. E questa è la ragione per cui la lotta delle donne della classe operaia contro la famiglia è decisiva” (Dalla Costa 1972 a:59).

Il libro, con una prefazione scritta da Anna Curcio, raccoglie articoli o testi di Silvia Federici scritti in un arco di tempo relativamente lungo, attraverso i quali l’autrice riflette sulla politica e sulla militanza femminista alla luce di una critica all’impostazione marxista del modo di produzione capitalistico e della lotta di classe, interrogando quei silenzi sulle differenze di genere e razza che osserva nel suo confronto corpo a corpo con il pensiero di Marx.

Segue un’appendice sul femminismo e la “funzione tecnica”, sul mito in frantumi del capitalismo come fonte di “progresso”, passando dal comunismo ai commons in una prospettiva femminista. È un prezioso libro di cento pagine, veramente luminoso e illuminate che pettina al contrario l’ideologia della sinistra rivelandola per quello che è: sviluppista e patriarcale.

Silvia Federici mette a nudo una verità da lei stessa ribadita in una sua intervista[1] in occasione dell’uscita del libro:

“Marx ci dice che il capitalismo gronda sangue sporco, ma porta nel mondo una razionalità più alta. Questo è forse il peccato originale a causa del quale Marx non pensa la riproduzione, perché è un’attività irriducibile alla meccanizzazione, all’industrializzazione, soprattutto per quanto riguarda il lavoro domestico, l’allevamento dei bambini, la sessualità, l’aspetto emotivo. Il confronto allora non è più aspro, ma più profondo. A motivare questo tipo di critica, infine, è la distruzione ambientale causata dalla tecnologia e specialmente dal digitale.”

Nel primo saggio, Contropiano dalle cucine (1975) scritto dall’autrice con Nicole Cox in risposta ad un articolo di Carol Lopate (1974), appare evidente quanto le lotte sul salario al lavoro domestico mettessero in evidenza un aspetto fondamentale delle battaglie dell’epoca, ovvero, quando le donne prendono una posizione autonoma, la sinistra si sente minacciata.

Inoltre, rileva come la famiglia non venisse considerata da Marx una struttura precapitalistica, ma “una creazione del capitale per il capitale” al fine di riprodurre la forza-lavoro necessaria al capitale stesso. Marx non aveva considerato questo aspetto nella sua opera, anche perché all’epoca non esisteva ancora la famiglia con le caratteristiche che stiamo analizzando, ma affermava che “il salario nasconde il lavoro non pagato che genera il profitto”. Tale affermazione è valida anche per il lavoro di riproduzione non pagato e che diventa comunque un fattore fondamentale per l’accumulazione del capitale.

Nel saggio inoltre è presente una certa critica alla tecnologia, e viene indicata la necessità di lotte intraprese non sono solo per il diritto al lavoro – perché questo aspetto viene individuato da Federici come una sconfitta – ma per la ricerca di un tempo e di uno spazio che non sia al servizio del capitale: “A noi spetta soltanto il compito di organizzare una lotta per ottenere quello che vogliamo, per tutte noi e alle nostre condizioni. Il nostro obiettivo è di non avere prezzo”.

Nel secondo saggio “Il Capitale e la sinistra” (1975), è presente a mio avviso una profonda critica della “sinistra” che si è spesso identificata con il punto di vista del capitale, intendendo come “rivoluzione” l’azione di riorganizzazione della produzione capitalistica. E inoltre sottolinea la cecità della “sinistra” nell’interpretare la fine di una fase del movimento femminista come la fine tout court del movimento stesso.

Nelle “Note su genere e razza nell’opera di Marx”, pur partendo dalla constatazione che nel suo Manifesto Marx denunciò l’oppressione delle donne nella famiglia borghese – visto che venivano considerate come proprietà privata e prese in considerazione il concetto di colonizzazione – l’autrice esplicita che comunque si tratta di considerazioni frammentarie che non entrano nel merito e non sono adeguate a far si che la sua visione del processo rivoluzionario potesse essere compatibile con la politica dei movimenti femministi anticapitalistici e dei movimenti contro il razzismo e colonialismo. Federici scrive:

“Registro i suoi silenzi, specialmente riguardo al lavoro domestico e al lavoro coatto, e ne intreccio le cause teoriche e politiche. Ritengo che Marx non abbia teorizzato le forme di sfruttamento connesse ai concetti di genere e razza perché le considerava arcaiche e destinate a essere superate con lo sviluppo dell’industrializzazione, in accordo con la sua concezione stadiale della storia secondo cui lo sviluppo capitalistico produce tendenzialmente l’omogeneizzazione di tutte le forme di lavoro. Marx ha, nella sua analisi, privilegiato il lavoro industriale perché considerava lo sviluppo industriale un passaggio essenziale per la costruzione delle basi materiali del comunismo e vedeva l’industria moderna come la personificazione di una più alta forma di razionalità che si fa strada in modo sordido nel mondo, ma allo stesso tempo insegna agli esseri umani le attitudini adatte a sviluppare al massimo le proprie capacità, e a liberarsi dal lavoro”.

Si deve inoltre tenere presente che questo silenzio sul genere da parte di Marx è collegato anche al contesto storico e alla sua diffidenza della mobilitazione femminista per il voto alle donne. Dopo aver individuato i punti nei quali Marx illustra brevemente alcuni aspetti che possono ricadere nelle tematiche di cui sopra, sostiene che questo ignorare profondamente i meccanismi che producono il lavoro domestico sottovalutato e l’importanza del lavoro schiavistico nel sistema capitalistico è determinato dalla convinzione che tali forme sarebbero state superate dallo sviluppo industriale. Oggi noi sappiamo che non è stato così. Si sono trasformate le forme del lavoro, ma le tematiche dello sfruttamento sono ancora lì sul tavolo, intatte.

Alla luce di molti altri lavori (Rosa Luxemburg, Maria Mies, Maria Rosa della Costa, Veronika Bennholdt Thomsen, Claudia Von Werlhof) oggi per noi è diventata chiara la premessa di fondo: Il capitalismo nelle sue forme trasformative è legato al patriarcato, anzi nella linea temporale viene prima il patriarcato e quindi il moderno sistema economico capitalistico che ne è una versione aggiornata. Le donne hanno sempre prestato un contributo rilevante all’accumulazione capitalistica, visto che hanno sempre fornito al sistema stesso, senza mai essere retribuite, la risorsa più importante di cui ha bisogno: la forza lavoro umana vivente. Le donne con le loro molteplici attività sono assolutamente utili al capitalismo, al socialismo reale e agli Stati. Questa consapevolezza determina il passaggio dall’accumulazione originaria del capitale al concetto di accumulazione continuata del sistema. Un lungo processo agito attraverso la violenza di cui ricordiamo “la caccia alle streghe” come strategia organizzata necessaria per la definizione del mercantilismo e quindi del capitalismo. Su questo tema si veda il lavoro di indagine storica ed economica dell’autrice presente in Il Calibano e la Strega.

Un ulteriore spunto di riflessione appare nel saggio del 2015 su “L’invenzione della casalinga a tempo pieno” nel quale l’autrice mette in evidenza come il lavoro domestico con le caratteristiche di oggi sia una costruzione recente, risalente al periodo compreso tra la fine del XIX secolo e i primi decenni del XX. Fu proprio la classe capitalistica, sia in Inghilterra che negli Stati Uniti ad avviare una riforma del lavoro che trasformò non solo la fabbrica ma anche la casa e la comunità e quindi la posizione sociale delle donne. Si tratta di una costruzione di ingegneria sociale operata da governi, datori di lavoro e lavoratori maschi che allontanò le donne dalla fabbrica, aumentò i salari degli uomini per concedere loro la possibilità di mantenere economicamente ciascuno una casalinga “non lavoratrice” (“operaie della casa”) con competenze necessarie per eseguire il lavoro domestico.
Ai tempi di Marx infatti, le donne della classe operaia erano occupate in fabbrica tutto il giorno, comunque avevano uno stipendio proprio, erano abituate alla indipendenza e vivere nello spazio pubblico della fabbrica e comunque fuori di casa, insieme a donne e uomini. Le ragazze non avevano alcun interesse nelle faccende domestiche e nell’impegno per la produzione di una nuova generazione di lavoratori. (Mies 1986; Fortunati 1981). Il rifiuto del lavoro domestico era preponderante e stava diventando una minaccia per la morale borghese con comportamenti spavaldi e abitudini definite maschili, come l’atto di fumare e bere. Ne conseguì un intervento ad opera dei governi e una nuova politica industriale varata contro le donne a favore del loro confinamento nella riproduzione della forza lavoro.

Il passo successivo fu l’uso della violenza fisica e psicologica da parte del capitale per generare la divisione tra il lavoro sessuale e la maternità. Di questo aspetto l’autrice traccia le linee di fondo nel successivo saggio “Origini e sviluppo del lavoro sessuale negli Stati Uniti e in Gran Bretagna”.
In questa sede mi preme riportare un passo della intervista di Silvia Federici perché chiarifica e rende omogenea la lettura dei saggi presenti nel suo libro:

“Questa sopravvalutazione della capacità del capitalismo di creare le basi materiali per la futura società comunista attraverso la grande industria e la tecnologizzazione del lavoro, della capacità di imporsi come necessità e condizione sine qua non ha poi portato Marx a sviste molto grosse, per esempio nei confronti dei rapporti patriarcali nella società capitalistica. È rimasto legato all’idea che il capitalismo e lo sviluppo dell’industria avrebbero necessariamente prodotto relazioni più egualitarie tra gli uomini e le donne, assorbendo le donne nel processo industriale, diminuendo la fatica fisica, e quindi avrebbero creato le condizioni per un modello familiare migliore, più alto. In realtà, mentre Marx scriveva, il capitalismo stava creando nuove forme di rapporto patriarcale, quello che io ho chiamato il «patriarcato del salario», ovvero una nuova famiglia operaia con la donna impiegata a tempo pieno – o comunque prioritariamente ‒ come casalinga, perché anche se svolge un altro lavoro le sue mansioni principali sono quelle della riproduzione. Attraverso la dipendenza dal salario, il capitale ha delegato agli uomini il controllo sul lavoro delle donne, ha creato una forma di governabilità indiretta, e questa è stata la trappola in cui le donne sono state imprigionate per molti anni; perché non ti scontri direttamente con il capitale, ti scontri con il marito, con i figli, la famiglia, quindi diventa molto più difficile liberarti e capire che anche tu contribuisci alla produzione della ricchezza sociale. Quindi diciamo che il confronto con Marx non è più aspro, ma ha radici più profonde che non guardano solo alla dimenticanza, alla svista, alla sottovalutazione maschilista. Piuttosto, si tratta di considerare la sua mancanza di sensibilità e l’assenza di una teorizzazione della specificità dello sfruttamento femminile nella società del capitale in relazione a un altro problema più profondo che è appunto la sopravvalutazione del carattere progressista del modo di produzione capitalistico. E questo comporta tutta una serie di slittamenti.
Il primo è che Marx identifica il processo di produzione delle merci con il processo di valorizzazione, e noi diciamo no, io ho detto no, la produzione delle merci è parte del processo di valorizzazione ma non lo esaurisce.
Il secondo slittamento è quello dalla relazione salariale a lavoro salariato: no, il lavoro salariato è una parte, il rapporto salariale comprende invece un universo di relazioni non salariali, e qui c’è tutta la connessione tra genere, razza, colonialità che oggi è riconosciuta sempre più come aspetto strutturale del capitale e quindi entriamo in un’area molto vasta e sempre più importante. Io credo che la storia del XX e XXI secolo ci dia ragione, perché la critica che io sto facendo adesso a Marx prosegue e amplia quella dei movimenti anticoloniali, contro il razzismo e l’apartheid, per il potere nero negli Stati uniti, e quella dei movimenti indigeni.
Vediamo peraltro che la riproduzione oggi è sempre più al centro dell’accumulazione capitalistica. Non si tratta solo del lavoro domestico e non pagato delle donne, ma anche della finanziarizzazione, il fatto che ogni momento della riproduzione, soprattutto negli Stati Uniti, è un momento di accumulazione ‒ usi la carta di credito anche per andare a prendere il caffè ‒ e poi tutti i tagli statali alla riproduzione, alla salute, ai beni necessari, alle medicine, all’istruzione, che ti obbligano a essere sempre tu quello che investe.”

La lettura del libro e l’intervista citata mi ha fatto riflettere su una questione di fondo. L’umanità intera e le comunità tutte sanno benissimo cosa vuol dire cooperare e non hanno mai avuto bisogno del capitalismo per apprenderlo. Per secoli e secoli le donne e gli uomini e le persone nostre antenate hanno sviluppato queste capacità di apprendimento per il benessere e la vita delle comunità e dei clan.
Il sistema dominante ha invece creato attraverso il suo pensiero unico i prodromi profondi dell’egoismo della ragione, dell’individualismo a scapito delle emozioni e della socialità.
L’autrice nell’appendice del libro propone la sua visione grazie alla sua profonda esperienza sul campo e la conoscenza di aree fuori dal “progresso” del capitalismo. Questo progresso del capitalismo in realtà è un mito ormai logorato dal quale prendere sempre più le distanze mentre occorre cercare nei femminismi contemporanei le modalità, gli strumenti capaci di emancipare tutte e tutti.
Non è un caso che una ulteriore critica della Federici, attualissima in questi giorni di Covid, si manifesta sul tema delle tecnologie. L’autrice dichiara:

“L’altra realtà di fondo che secondo me dà ragione a questo tipo di critica è la distruzione ambientale immensa causata dalla tecnologia e specialmente dal digitale. Io sono molto critica di chi celebra il digitale come produttore di comunità. Certo porterà in piazza moltissima gente, ma forse perché per anni ho avuto rapporti con l’Africa e guardo a quello che succede in Congo, o in Niger, guardo la distruzione e i massacri che si stanno verificando in gran parte dell’Africa e che sono dovuti a queste espropriazioni massicce e brutali funzionali alle compagnie minerarie e petrolifere. Si stanno mobilitando trilioni di tonnellate di terra per estrarre litio, coltan, tutti i minerali necessari alla produzione del digitale, e si stanno smantellando comunità.  Secondo me la questione della tecnologia è una delle questioni fondamentali – a parte distruggere il capitalismo – a livello di riorganizzazione della riproduzione sociale in vista di un futuro. Non è pensabile tornare indietro e d’altra parte non è pensabile proseguire con un avanzamento tecnologico che sempre più è basato su fiumi di sangue, espropriazioni, massicce dislocazioni di popolazioni, migrazioni, la distruzione sistematica del Medioriente ‒ della Somalia, della Libia, dell’Iran, dello Yemen, dell’Afghanistan, che si prevede diventerà una miniera. Si tratta di una regione del mondo ormai distrutta, che stanno ‘ripulendo’ in funzione della estrazione mineraria richiesta dalla tecnologia digitale.”

È necessaria la creazione di nuove forme di riproduzione su basi comunitarie, perché come già nella intuizione di Audre Lorde (2014) “gli strumenti del padrone non smantelleranno mai la casa del padrone”. E Silvia Federici crede che se Marx vivesse oggi sarebbe d’accordo su questo punto, in quanto consapevole della necessità di rivoluzioni e rivolte per liberarci dalle costrizioni del “vecchio sudiciume” dell’ideologia capitalistica per rifondare le basi di nuove società.

[1] http://www.connessioniprecarie.org/2020/01/30/silvia-federici-quello-che-marx-non-ha-visto/