Il pensiero del Moro tra rivoluzione e critica della politica

di Adelino Zanini

[articolo pubblicato su «il manifesto» del 19 giugno 2019]

Introdurre al pensiero di un classico e quindi scegliere, sintetizzare, spiegare, semplificare è operazione il cui fascino e le cui insidie non sono mutati nel corso del tempo. Un autore o un’autrice classici, quasi per definizione, non possono essere tali senza aver inciso (e continuare a farlo) nelle vicende umane.
Si tratti di Eschilo o di Virginia Woolf, di Marie Curie o di Albert Einstein, il pensiero, quand’è profondo, incide e scava, a prescindere dalla sua traducibilità in «tecniche» atte a conoscere e/o trasformare, «utilmente», il mondo fisico e dunque anche la vita umana. Certo, ci sono poi autori la cui «presenza» è stata ed è particolarmente ingombrante, tanto da renderne problematica una ragionevole storicizzazione. In particolare, com’è ovvio, nell’ambito delle scienze sociali, al cui interno le anomalie sono in alcuni casi molto significative. Karl Marx, ad esempio, al quale, Gennaro Imbriano dedica un piccolo libro edito da DeriveApprodi (Marx e il conflitto. Critica della politica e pensiero della rivoluzione, pp. 143, euro 9).

Si tratta di un testo (ricavato da un seminario svoltosi nella primavera del 2019 presso la mediateca Gateway di Bologna) il cui profilo militante, nel senso di «conoscenza di parte», è esplicitamente rivendicato, non solo nelle intenzioni dell’autore, ma anche e soprattutto nell’argomentazione, al punto da prefigurare un’autonomia del pensiero marxiano non del tutto sottratta, forse, a una certa rigidità, là ove si intende «sgombrare il campo da sovrapposizioni ed eclettiche ‘fusioni’»: si tratti della filosofia della differenza o del post-strutturalismo, del filantropismo umanista o delle teorie della decrescita, delle nuove forme di mutualismo o delle teorie sulla democrazia radicale. Tale decantazione, infatti, all’autore pare essere passaggio indispensabile al fine di «salvare» Marx dal «calderone del rinascente pensiero critico alla moda», riconsegnandolo «alla sua radicalità e alla sua politicità».

Siamo a fronte di giudizi molto impegnativi, com’è chiaro, che nel testo non vanno però al di là dell’enunciazione introduttiva, giacché il percorso analitico si svolge interamente nel passato Marx nel suo tempo, dunque a partire dalla critica marxiana della politica per giungere al pensiero della rivoluzione: da Berlino alla Critica del programma di Gotha. In questo senso, nel rispetto di una storiografia filosofica di salde tradizioni, il testo ha un carattere «propedeutico».
E tuttavia, l’aura che l’avvolge ne fa non solo uno strumento introduttivo, ma anche un pamphlet, portatore di una rivendicazione di possibili (e perciò solo rinviati) intenti rivoluzionari, poiché «la lunga via della trasformazione è costellata anche di transizioni lente e di posizionamenti graduali, inesorabilmente condizionati dai rapporti di forza» afferma «programmaticamente» Imbriano i quali, con ogni evidenza, possono mutare.

Critica della politica, non sua autonomia egli sottolinea e ribadisce. Punto di partenza apparentemente scontato, se si pensa alla vicenda biografica marxiana e quindi al rapporto, in particolare, con la filosofia del diritto di Hegel; molto meno ovvio, se s’intende rivendicare tale critica sino in fondo; in un certo senso, dentro e oltre la critica dell’economia politica stessa. In questo caso, infatti, il riferimento iniziale al ruolo della «società civile» non è confinabile al pensiero giovanile marxiano, alla sua polemica con Bauer, prima, con Feuerbach, poi. Diventa «il luogo che determina le dinamiche del mondo storico», «il tratto distintivo della prospettiva storica marxiana», contro ogni visione «politicistica, giuridico-centrica o culturalista».
Oltre Bauer, quindi, e oltre la filosofia come «teoresi fine a se stessa e autocentrata» stigmatizzata nelle Tesi su Feuerbach -, ritroviamo, approfondita, la critica della politica: non solo nel Marx storico in quanto tale, ma anche nell’interprete storico quale attivista politico (si pensi alla vicenda della Comune), che ha già definito e sviluppato «la scoperta del concetto di produzione» e quello di sfruttamento, in breve, la propria critica dell’economia politica. Dentro e oltre la quale, questo il punto, «Marx riapre non avendola, in verità, mai chiusa la sua riflessione sulla politica, che giunge a concepire una specifica concezione della rivoluzione». Insomma, critica della politica a dispetto della e proprio per la sua non autonomia.

In questo senso, la scoperta della società civile è l’identificazione del «terreno ontologicamente primo, autonomo, costitutivamente autofondato», indispensabile non solo per rivendicare «l’autonomia del sociale» contro «l’autonomia del politico», ma anche per il farsi politico del sociale stesso, «a partire dalla divisione del lavoro (dagli interessi di classe), non dal problema astratto e nebuloso della cittadinanza».
Perciò, e a maggior ragione, la critica dell’economia politica non può che smascherare e spiegare l’inganno che il rapporto capitalistico tra capitale e forza lavoro, tramite un contratto formalmente libero e uno scambio di equivalenti, «giuridicamente» copre: lo sfruttamento. E qui, in modo palese, lo strumento introduttivo parla nuovamente al presente (agli sfruttati e diseredati a cui il libro è dedicato), come un pamphlet, dicevo, le cui ambizioni non si esauriscono nell’ambito della storia della filosofia, pur «criticamente» pensata, poiché spingono a meditare su quanto una sconfitta epocale ha trascinato con sé, senza distinzione alcuna.