La rivoluzione è un fiore che non muore, serve oggi ancor più di ieri

di Frank Cimini

«La rivoluzione si fa a Cuba o in Cina, non in un paese come il nostro, dove un popolo osannante non aveva aspettato neanche che il cadavere del Duce fosse diventato freddo per rinnegarlo. Tutti democristiani e comunisti del giorno dopo sotto le bandiere dell’antifascismo di parata e a baciare le mani caritatevoli del notabile di turno che distribuiva case ai più bisognosi». Questo disse papà Balzerani alla figlia Barbara durante il primo colloquio in carcere. Lei lo ricorda nel suo ultimo lavoro, Lettera a mio padre, uscito in questi giorni con Derive e approdi (12 euro, 122 pagine).

Lettera a mio padre è un colloquio immaginario con il padre nel racconto di chi ha perso, come parte di una generazione che diede l’assalto al cielo. Balzerani dirigente delle Brigate Rosse, sei ergastoli legati al caso Moro, arrestata nel 1985 e tornata libera dopo 26 anni, nel 2011. Ora si confronta con il genitore che non c’è più, spiegando le ragioni di una storia politica che non viene rinnegata, ma guardata con spirito critico, ricordando che le ingiustizie sociali all’origine di quella scelta non solo non sono scomparse, ma si sono aggravate. Balzerani lo precisa con uno sguardo all’attualità e lo sforzo di ricercare nuovi sentieri di lotta per uscire finalmente dal ‘900, perché la rivoluzione è un fiore che non muore. E non muore perché a tenerlo in vita sono le diseguaglianze, le oppressioni e le negazioni dei diritti degli ultimi e dei penultimi.

Per una di quelle case papà Balzerani, che pure votava i repubblicani «perché non fanno ne’ bene ne’ male», non fece domanda al notabile di turno. E l’autrice chiosa: «Conoscendoti non è strano, perché tu eri un lavoratore, non un pezzente al quale fare elemosine. Mai ti saresti fatto umiliare tanto neanche per quattro mura che un giorno, dopo averle pagate per mezza vita, sarebbero state di tua proprietà». Il papà non aveva capito le ragioni delle scelte politiche e di vita di sua figlia. «Ti sei solo preoccupato che non mi rompessi l’osso del collo, che non finissi così spesso sui giornali che non si dicesse che ero una criminale… Mi hai chiesto se era vero tutto quello che scrivevano di me. E io non ho avuto cuore di rassicurarti. Ostinatamente cercavo la tua complicità. Tu eri mio padre… che mi regalava biciclette e bambole costose in tempi di calze della Befana appese alla stufa piena di mandarini».

«Come hai fatto a non riconoscerti in quel pezzo di paese che aveva rotto il patto dì fedeltà con la fabbrica, in quegli operai che si sono sottratti al comando di quello che tu identificavi come ‘il padrone’?» chiede ancora la figlia al padre.
Balzerani cerca il padre fino alla fine. «Se tu ci fossi ancora sapresti spiegare l’inganno malcelato dietro le motivazioni industriali che dovrebbero ripulire l’aria dai gas venefici. Potresti spiegare come funziona un motore e di che si alimentano le tanto magnificate macchine elettriche ultima trovata dell’affarismo verde. Come se sotto il cavolo delle fiabe si trovassero le batterie che tutto hanno tranne la capacità di non inquinare». Balzerani denuncia: «Stiamo morendo sull’altare del Dio consumo». Il padre non avrebbe mai potuto crederci nei suoi anni di lotta per l’indispensabile.

«Adesso che la furia della produzione capitalistica ha diradato tante nebbie, possiamo vedere quanto gli Stati con i loro confini le proprietà della terra con le loro recinzioni, la produzione con lo sfruttamento del lavoro e dei territori le biotecnologie abbiano messo in forse alla vita di continuare. Forse è il tempo di celebrare il fallimento di questa macchina di morte che nessuna versione ecologica è in grado di riesumare, di incepparne il funzionamento. Anche senza tutte le rifiniture di programma è questo il tempo. Per gli irregolari, gli scarti, gli indios, i comunardi. L’impasto che ci metta all’altezza di un’altra storia interamente umana».

L’autrice come si vede parla del presente e soprattutto del futuro. Parla di una speranza che non viene meno. Insiste sulla possibilità di trovare altre e nuove chiavi di interpretazioni della realtà perché quelle vecchie ormai non possono più funzionare. Ma si tratta sempre di reinventare un conflitto, di non rassegnarsi e quindi di non disperarsi, anche prendendo atto che da tempo i proprietari dei mezzi di produzione si sono rivelati gli unici in grado di praticare la lotta di classe, a differenza del tempo in cui temettero di perdere il potere. Attraverso l’immaginario colloquio col padre, sulla base della sua esperienza politica e umana, 26 anni in cella, sei Olimpiadi e qualche spicciolo, Balzerani ci ripete che un altro mondo è possibile. Dimostra a suo modo di avere ancora fiducia negli italiani, marcando la differenza dal papà, che non ne aveva e nella saletta di una galera indicava solo Cuba e Cina.

 

Pubblicato su «Il Riformista» il 15 settembre 2020