Storia crudele di un invisibile

Rossana Rossanda

Che cosa è visibile? Quel che i media mostrano; e lo mostrano con fasci di luce cosi insistenti accecanti che null’altro si può vedere. Così la quantità dell’invisibile cresce. Non so se sia andata sempre così, se sempre l’informazione sia stata così manovrata e povera, o se la quantità di informazione d’una coscienza media sia stata più o meno la stessa ma diversamente e un poco più  liberamente organizzata nel senso che su quel che le stava attorno cadevano meno luci ma anche meno ombre. Non so se i perdenti siano stati condannati sempre all’invisibilità, non mi pare. Erano magari offerti in spettacolo, e in qualche crudele modo attraverso di esso la società diceva «costoro sono una parte di me».

Ora no. I media non sono governati dal diavolo, ma certo dalla coscienza e cultura delle classi dirigenti e da quella che i ceti non dirigenti si lasciano fornire perché li acquieta, li placa, li scoraggia e accarezza. Certo è questo che accade con i famosi anni di piombo, pensati come una sequela angosciosa di morti sull’asfalto e basta. Tutto il resto scompare; il «movimento» ridotto a uno sfondo torbido che non poteva non portare a quell’esito, la repressione pura e semplice reazione difensiva e, tutto sommato, legalitaria. In Italia non c’è stato Stammheim, quindi tutto bene.

Di più: in Italia ci sono stati soltanto il terrorismo, frutto obbligatorio del movimento, da un lato e uno Stato, identificato tout court con la società, dall’altro. Il resto, la parte grande del movimento molteplice e vivente, la parte grande della società come in sospeso ma coinvolta nelle sue molte domande, è diventato invisibile. Si suppone che tutto sia andato nell’ordine, i terroristi in galera e se ce ne sono molti che non hanno sparato, pazienza, erano dalla cattiva parte della barricata e non fanno numero, e dall’altra parte uno Stato che alla società domanda solo voti e silenzio. Molto del passato e del presente è diventato invisibile.

Questa invisibilità del movimento degli anni ’70 finito in galera, così fitta da far pensare ad alcuni di noi che si sono ostinati a parlarne di essere dei «fissati», è per la seconda volta lacerata nelle patrie lettere dal volume di Nanni Balestrini, Gli invisibili che registra una voce dal carcere, quella di Sergio, e le dà una forma splendida, come se quella sua scrittura nitida e scandita stavolta trovasse la ragione delle sue ragioni, sola nota possibile per questo racconto che viene dalle nostre spalle.

Non è il primo, perché un diario della carcerazione, cancellata nella coscienza diffusa, era stato Un’idea di libertà di Magnaghi, che il manifesto aveva stampato con i suoi deboli mezzi; ma quella era e resta  –  se come è sperabile qualcuno vorrà riprenderla – una riflessione sul carcere come esperienza d’un corpo e d’una mente, per così dire, sapienti, non soltanto «agiti», e non a caso aveva quel titolo. Altri libri, come il Wkyj di Renato Curcio o più recentemente La danza degli agili di Panizzari sono proiezioni in codici linguistici o allusivi, che non tentano di disegnare un intero percorso. Il libro di Balestrini è invece denso d’un decennio, non frammentato, visto da «dentro» ma in continuità con il prima e il  fuori e colto in un soggetto assolutamente tipico, e in questo senso collettivo. Ancora presente e invisibile. Sergio lo abbiamo visto correre per le strade davanti alla polizia, qualche volta tirare una molotov, conosciamo i suoi occhi lacrimanti per le granate e l’espressione ostinata e sorpresa di quando la polizia gli salta addosso. Lo abbiamo visto a Milano, Torino, Roma, in qualsiasi manifestazione ci portassero i nostri non più sveltissimi piedi; ma anche nelle assemblee, nei bar, nelle comuni, nei gruppi. Sergio senza l’esperienza di Sergio sta anche ora per le strade, e se non ha, e forse non sa, la storia di Sergio è perché è nato dopo e quindi ignora quanto di sé sia o sia stato in galera; sa appena quanto di sé sta nella droga, che è una delle galere utili all’ordine stabilito, perdipiù affollate senza bisogno di carabinieri e magistrati.

Sergio è l’invisibile. Ora restituito da Balestrini, era il «movimento» più immediato e grezzo, ma prodotto da un macinio di idee e concetti che forse non aveva traversato, ma di cui gli arrivavano i terminali come una nuova affermazione dell’io, un io non solitario, possibile e forte e lieto e voglioso, ma negato dalle molte coazioni senza senso che gli presentavano scuola e/o fabbrica, paese e/o città, tutto ciò che non era lui e quelli come lui, e cui quindi reagiva negando. No al preside, ai decreti delegati, al lavoro sfruttato, cui opponeva l’assemblea, il picchetto, anche il sabotaggio, che era meno dannoso del produrre – ammonito sempre da qualche gufo saggio dei gruppi o del sindacato che lui, Sergio, sbagliava in quanto non costruttivo; senonché chi l’ammoniva non riusciva né a costruire, né a dare ragione di Sergio a Sergio, e neanche di sé a se stesso – come la storia ha presto dimostrato. Nulla è stato impedito, dal non aver capito e abbracciato Sergio, da parte di chi si diceva con le forze del cambiamento. Sergio era il cambiamento allo stato grezzo; anche incolto e ingenuo; ma frutto d’una miniera, un pozzo di storia e idee, sulla quale continua a regnare l’oscurità.

Balestrini ce lo rende alla sua forza e fragilità, come voce narrante di questi anni a partire dallo speciale cui è approdato. È una voce che parla dalla galera, dove sta e di cui ha già una conoscenza, che non è in parallelo ma in serie con quel che ha vissuto prima: la galera lo nega di più, più stupidamente e più ferocemente, ma non lo sbalordisce. Dell galera degli anni di piombo ha conosciuto il peggio. E presto ci arriva, in questa ricostruzione retrospettiva  come il naturale andare della memoria; il peggio è la rivolta di Trani, è l’isolamento, è la solitudine che Sergio non aveva mai conosciuto nel breve viaggio alla scoperta d’un mondo sorprendente fatto prima di finire là. Di Trani, Balestrini ci dà la prima storia completa, e per molti versi straordinaria, e straordinariamente occultata: quel carcere incasinato e apparentemente rilassato. Dove in un giorno tutto si addensa, e qualcuno ha preparato una rivolta nella quale saranno coinvolti tutti, qualcuno in qualche modo in sintonia con lo «Stato repressore» che sa solo aspettare in agguato la guerra per vincerla. Rivolta che diventa subito oggetto della logica di Rambo (i carabinieri che calano dagli elicotteri, vestiti come il cattivo dell’Impero colpisce ancora, scafandrati, enormi) e poi della vendetta (le guardie, con le quali s’era creata una breve solidarietà contro Rambo e che poi sfogano le paure in un massacro, un picchiamento, un azzeramento selvaggio del detenuto già pesto e senza forze). E poi il carcere semidistrutto, silenzioso; sola reazione per i vinti, sporcarlo, finché l’impresa di pulizia non verrà a decretare di fatto la fine delle ostilità. Sono pagine di storia, diquella cancellata, filtrate dal ragazzo che nel carcere è assieme oggetto e occhio; oggetto assolutamente inerme ed esposto a ogni sofferenza del corpo, occhio oscurato soltanto, per attimi, dalla paura. Se no, spalancato, sull’oggi e sullo ieri. La memoria resta, ritorna, interrompe e fa da contesto, vero, alla rivolta o all’isolamento. Verso la fine carcere e memoria segnano la stanchezza dell’incerto; nella memoria l’incertezza del «movimento», per le sue impasses e per le sue svolte interne – delle quali le due pagine sulla ribellione femminile sono bellissime di stupefazione – e per il precipitare meccanico di qualcuno verso quel fucile che lo condurrà ad essere un corpo sotto un lenzuolo inquadrato dalla televisione.

Questa, poco lineare, per nulla di stati maggiori, è storia di questi anni, anzi lo è forse per la prima volta. Ed è storia d’una invisibilità che è anche divisione, come se due mondi del tutto incomunicanti si opponessero nello schema, non casuale, del giudice/imputato, gabbia/gente fuori, guardia/detenuto. Di questa dicotomia incolmabile il simbolo più disperante, alla fine, è il pentito che ha pensato di attraversare il fossato: prima inconsapevole e poi, conscio di sé e di suoi simili più calcolatori, non ha più luogo dove esistere e aspetta di essere ammazzato dai compagni perché da sé non ce la fa, ma non ce la fanno neanche loro. In quel vuoto, silenziosa la società fuori, si disegna quella perdita di sé per cui forse anche il tuo compagno più caro può perdere la testa e «cantarsela», povero infame. Sergio alla fine è diventato grande e triste.

Perché l’invisibilità è come essere senza orizzonti, senza punti cardinali, senza niente. Nell’ultima pagina il carcere arderà di fiammelle per farsi vedere, perché è così allontanato dalla vita che è anche allontanato dai centri urbani, isolato in campagna, e se protesti o fai rumore, nessuno sente. Forse le piccole torce fatte uscire dai buchi delle reti, per significare «siamo qui», guardateci così esistiamo, le vedranno le poche automobili che passano la notte per la strada meno distante e forse un aereo, ma «quelli volano altissimi nel cielo nero silenzioso e non vedono niente.

Credo che bisogna essere grati a Nanni Balestrini per aver dato la sua scrittura a questa crudele educazione sentimentale di un ragazzo degli anni Settanta. Chi cercherà, un giorno, altre singole vite ritroverà questo tessuto, la verità di questi passaggi fra bisogno, quasi selvaggio, di una appena intuita liberazione e la riduzione del corpo e della mente nel luogo in cui tutte le coazioni e le assurdità della società presente si condensano, il carcere. A questa verità la scrittura di Balestrini offre il registro fermo, senza urla né languori, di una coscienza sveglia e in attesa.