«Architetture del dopo» su @Doppiozero

di Maurizio Sentieri Costruire con le piante, salice, canna, bambù, paglia, terra: è questo il sottotitolo dell’ultimo lavoro di Maurizio Corrado, architetto, studioso e docente universitario, creatore di iniziative culturali, uno dei massimi esperti italiani del rapporto tra mondo vegetale e architettura. Un sottotitolo che è una dichiarazione di intenti e che, ponendo il focus sui materiali da costruzione cosiddetti “verdi”, dà il segno di un approccio concreto volto al costruire e all’abitare, accentra l’attenzione sulla riscoperta di tecniche tradizionali. Se ogni sottotitolo ha il compito e il merito di restringere gli spazi all’immaginazione, suggerendo la direzione che il titolo lascia incerta, questo forse non è del tutto vero per il testo di Corrado. Architetture del dopo (DeriveApprodi 2020) non si rivolge infatti soltanto a coloro che, all’interno di saperi di una specifica tèchne, sono interessati alla costruzione di spazi abitativi, alla loro funzionalità, alla loro estetica, alla loro cultura, all’architettura insomma, ma anche a un pubblico più vasto, a chiunque abbia interesse a comprendere, e a dare forma, a quello che diciamo quando parliamo di sostenibilità, ecologia, nuove forme di vivere e produrre. Come abitare l’oggi e il domani, in quello che, sbrigativamente quanto efficacemente, oggi viene chiamata l’epoca dell’Antropocene? Non è un caso che il libro sia infatti editato all’interno della collana Habitus, diretta da Ilaria Bussoni, collana che ha infatti in questi temi il suo autentico focus. In Architetture del dopo al centro è dunque sì l’ecologia, ma attraverso una percezione – che Corrado propone nella prima parte – in qualche modo rivoluzionaria rispetto al senso comune. Un cambiamento di paradigma dove innanzitutto vengono “spogliati” i significati di maniera che parole come naturale, sostenibilità, ecologico, hanno assunto nella concezione comune come nelle proposte del sistema industriale oggi apparentemente e finalmente votato al “green”. Una relativa passività di pensiero che vedrebbe il mondo sul limite di un collasso climatico ed ecologico, e il sistema industriale in grado di cavalcare questa nuova “narrativa”, sistema industriale che, insieme al modello consumistico, sarebbe peraltro responsabile di tutto. La storia recente del capitalismo e dell’industrializzazione. Questa sarebbe invece solo l’ultima fase, enormemente accelerata, di una storia più profonda, l’epilogo del fallimento di un rapporto con l’ambiente e la natura che risale a molto prima, al neolitico. Gli attuali rischi di collasso globale avrebbero radici lontane e risiederebbero nella scelta dell’agricoltura e nella sedentarietà che è stata certo elemento di successo delle comunità umane, ma anche responsabile di una violenza sulla natura che oggi presenterebbe il conto finale. Come può del resto essere veramente green, e profondamente sostenibile, una società - con i relativi consumi per sette miliardi di persone - se non guardando indietro a un tempo più profondo? Vale a dire all’epoca prima del neolitico – solo diecimila anni fa – quando, fin dal pleistocene, i nostri geni si sono evoluti nel quotidiano confronto con l’ambiente. Riferirsi oggi al “naturale”, al biologico, all’ecologico non può, ci dice Corrado, non tener conto di questa dimensione. La percezione del collasso generale e l’auspicata prossima resurrezione deve partire da questa rivoluzione culturale, da questa consapevolezza preistorica più che storica, genetica ed evoluzionistica più che all’interno dei grandi schemi abituali – religiosi, mitologici, storici, economici – costruiti nella e sulla società agraria, di cui anche i nostri giorni sono conseguenza e ultima manifestazione. “Secondo la narrazione consolidata della nostra cultura occidentale, che ha una forma ricalcata sulla mitologia ebraico-cristiana, il mondo inizia intorno al 4.000 a.C., l’Eden della Genesi dal Novecento si chiama mezzaluna fertile e continua la sua azione oscurante su quanto avvenuto prima ritardando il riconoscimento della nostra vera avventura di umani... Allora il tempo che precede la diffusione dell’agricoltura, il Paleolitico, non solo ne fa parte integrante, ma ne costituisce quantitativamente, e probabilmente qualitativamente, la parte più importante”. È un cambio di paradigma in cui l’architettura deve interrogarsi se la casa e l’abitare, così come li conosciamo, possono essere la manifestazione della sedentarietà della società agraria, della necessità di controllo dello spazio (il campo), delle proprietà conseguenti e delle sue leggi. Sarebbe, questo, un cambio di prospettiva che ci consentirebbe di immaginare una nuova architettura. In fondo – per venire a tematiche personalmente più frequentate – vale questo per una dietetica che sia “intimamente” comprensibile: è difficile capire profondamente l’essenzialità degli acidi grassi omega 3 e la loro carenza nella ricca dieta occidentale se non si parte dalla frequentazione antichissima della nostra specie con insetti, molluschi, piccoli pesci, semi (gli alimenti ricchi di omega 3). Tornano in mente le acute osservazioni di Bruce Chatwin sulle società nomadi, sull’istinto della nostra specie al cammino, sui mali delle società sedentarie. Scrive Corrado: “La nostra biologia non è preparata a una vita in ambienti densamente popolati, non siamo abbastanza adattati al fatto di essere troppo pigri, troppo nutriti, troppo comodi, troppo puliti. Nonostante i progressi nella medicina e nell’igiene, troppi si ammalano di malattie un tempo rare o sconosciute, spesso disabilità croniche non infettive, prodotte dal nostro stesso stile di vita. 'Tutto deve muoversi' è un principio che sta alla base del benessere del nostro corpo". In questo senso, secondo Corrado, l’immaginare e l’immaginazione oltre gli schemi sono i principali strumenti per andare oltre le rigidità della società agraria e di tutto il suo inconsapevole bagaglio culturale. “Oggi i cambiamenti imposti dalle trasformazioni dell’Antropocene ci fanno guardare all’immaginario del tempo profondo e alle culture primarie come a un bacino di conoscenze da approfondire, è tempo di riprendere letteralmente fra le mani la capacità di agire. Il dopo è iniziato e negli scenari che ci aspettano queste archi-tetture smettono di essere curiosità per pochi per rivelarsi strade privilegiate per l’abitare del dopo”. È in questo quadro che ogni pianta che si fa materiale edile viene trattato: dal mito alla storia, alle tecniche, alla testimonianza, al contributo delle persone che con quei materiali propongono e costruiscono spazi da vivere. È l’architettura che porta idee e l'immaginazione si fa costruzione manuale, sperimentazione e, al tempo stesso, memoria di un “tempo profondo”. Spazi e forme modellati con il salice, la canna, il bambù, la paglia, la terra. Proprio in questi giorni Rai Storia ripropone un documentario sugli anni della ricostruzione e del boom economico. La casa in Italia (1964) è uno straordinario documento di una giovane Liliana Cavani in cui si mostra la bruttezza dei palazzi alveari costruiti nell’emergenza post bellica come i condomini di lusso dell’Olgiata; un documento in cui viene raccontato l’inurbamento del modello industriale centrato sulla fabbrica, ma anche il desiderio di proprietà degli italiani di quegli anni, ormai sradicati da forme alternative del vivere delle campagne e della montagna, inconsapevoli di una bruttezza che confondevano con modernità e progresso. Quell’ossessione per la stabilità delle mura e del cemento – dalle famiglie operaie inurbate ai ricchi di quartieri satelliti romani – dopo la lettura del libro di Corrado fa meglio comprendere cosa voglia dire "naturale" e quale possa essere il valore di un’architettura capace di riconnettersi alla nostra storia profonda. Materiali che possano e forse debbano essere fragili, temporanei, rinnovabili. In quel documentario, e nel “racconto” di quegli edifici e di quel desiderio di proprietà, si può vedere una pagina recente dell’abitare nostrano che ha le sue origini – e i suoi “vizi” – all’alba della società agraria.
Pubblicato su Doppiozero (08/11/2020)