Ricordare per giudicare: il caso Battisti, la disinformazione brasiliana e la menzogna italiana

di Franco Piperno

Primo fatto. Battisti è stato condannato dai magistrati milanesi, oltre trenta anni fa, per gravissimi reati; in particolare la sentenza  definitiva gli addebita quattro omicidi. Per due di questi crimini è ritenuto responsabile morale. Lui si proclama innocente. L’autorità politica del Brasile, paese retto da un regime considerato ”democratico” dalla diplomazia occidentale, gli ha accordato lo status di emigrato in considerazione della natura politica dei delitti di cui è accusato e delle vicende successive che lo hanno coinvolto; in altre parole, il governo brasiliano ha giudicato che lo svolgimento dei processi  negli anni settanta, quando erano in vigore le ”leggi speciali contro il terrorismo”, abbia gravemente risentito delle procedure emergenziali adottate dallo stato italiano per far fronte ad  una rivolta sociale, una “insorgenza di massa”, senza precedenti nella storia del paese.

CONTINUA A LEGGERE...

Un brindisi per Daddo

Il 17 febbraio di quest’anno ci lasciava Daddo (Leonardo Fortuna), tra i fondatori della nostra casa editrice. Il testo che segue è stato scritto in occasione di un incontro a lui dedicato che si terrà il 9 giugno alle ore 19.00 presso la Casetta Rossa in Garbatella (via Magnaghi 14), a Roma. Gli amici di Daddo Tra le tante immagini del Settantasette – le ragazze in cerchio con le gonne a fiori o con le mani giunte a simbolo che rivendicano il loro percorso femminista, i corpi nudi che ballano a Parco Lambro, gli esperimenti teatrali nelle piazze di Bologna, la cacciata di Lama dalla Sapienza dove era arrivato col suo manesco servizio d’ordine, le autoblindo di Kossiga e i suoi poliziotti travestiti, la faccia pulita di Giorgiana Masi,  i passamontagna calati sul volto e le mani a mimare le P38, i funerali di Francesco Lorusso, gli indiani metropolitani, le copertine della casa editrice Savelli, i  fucili sotto l’Assolombarda a Milano – c’è la sequenza fotografica di Tano D’Amico con Paolo e Daddo, feriti, che cercano di andare via da piazza Indipendenza dove qualche poliziotto ha scatenato l’inferno. È il 2 febbraio. Erano armati, Paolo e Daddo...

CONTINUA A LEGGERE...

Controscatto

di Giovanni De Luna

storiadiunafotoLa foto è quella dell’autonomo che, impugnando la pistola con le due mani, spara contro la polizia. La data è quella del 14 maggio 1977. I fatti a cui la foto si riferisce si svolsero a Milano, in via De Amicis, strada in cui un corteo di protesta per la morte di Giorgiana Masi si scontrò con le forze dell’ordine, in una sparatoria in cui fu ucciso il vicebrigadiere Antonio Custra. L’immagine è notissima ed è da tempo diventata l’icona simbolica della violenza legata al «movimento del ’77». Vale però la pena raccontarla con le parole allora usate da Umberto Eco, anche perché furono quelle che, subito a ridosso degli eventi, ne fissarono una interpretazione che in qualche modo è stata poi considerata come definitiva...

testo tratto da Alfabeta2, numero di giugno

CONTINUA A LEGGERE...

Storia di un libro

di Sergio Bianchi

Il libro Storia di una foto c'ho messo due mesi a farlo ma molto più tempo a pensarlo. Infatti, vent'anni fa mi arrivò da Parigi uno scritto di Maurizio Lazzarato che aveva lo stesso titolo e che trattava lo stesso argomento: quella maledetta fotografia divenuta nei media l'icona del terrorismo anche, se non soprattutto, in seguito alla lettura critica che ne aveva fatto «a caldo» Umberto Eco: il pistolero solitario isolato dalle masse, quindi fuori dalla storia del movimento operaio ecc. Lazzarato nel confutare le tesi di Eco partiva bene, ma quasi subito i suoi ragionamenti si attorcigliavano su se stessi e non si capiva bene dove andassero a parare. Tanto è vero che il testo era (e rimase per sempre) incompiuto. Ho conservato quel testo (caldeggiato da Raffaele Ventura, Coz, che in quella vicenda rimase giudiziariamente coinvolto) per moltissimi anni. Ogni tanto lo toglievo dal cassetto e lo rileggevo ricavandone però la medesima  sensazione di inconcludenza. Infatti lo sprazzo di luce che gettava sui  fatti in questione durava il tempo di un cerino acceso nel buio. È probabile  che di tanto in tanto riandavo a quella lettura per il riemergere  dall'inconscio del riflesso di quella foto che aveva contribuito a  determinare per tante ragioni, chiare e meno chiare, una indiscutibile  disfatta politica del movimento del '77. Finché un giorno mi liberai di  quello scritto con uno di quei gesti improvvisi e decisi che si fanno quando ci si convince della necessità del doversi liberare da un tormento inutile e  insensato.

CONTINUA A LEGGERE...