1969. L’assemblea operai studenti

Il volto ribelle della classe operaia.

1969. L’assemblea operai studenti

Una storia dell'autunno caldo

1969. L'assemblea operai studenti
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Sulla base di fonti d’archivio, alcune delle quali poco o mai utilizzate, questo volume racconta la storia dell’Assemblea operai e studenti di Torino, una delle più significative del mitico «autunno caldo» italiano. Nel libro vengono analizzati i molti protagonisti di quella vicenda: i giovani operai dequalificati immigrati dal sud, refrattari all’ideologia e alla disciplina del lavoro e anche al movimento sindacale ufficiale; i soggetti politici e sociali che promossero e sostennero gli scioperi: dal Psiup al Movimento studentesco, dal «Potere operaio» di Pisa e di Torino alla Lega studenti-operai, dal Fronte della gioventù lavoratrice fino al gruppo del giornale «La classe». Alcuni di questi gruppi, dalle ceneri dell’Assemblea, avrebbero poi dato vita ad alcune fra le più importanti organizzazioni della sinistra rivoluzionaria italiana. Il periodo temporale preso in esame va dall’inizio delle lotte spontanee alla Fiat Mirafiori dell’aprile-maggio 1969 fino all’esaurirsi dell’esperienza dell’Assemblea e alla divisione politica delle sue varie componenti nell’ottobre-novembre dello stesso anno.
Lo studio di questa esperienza contribuisce a comprendere i processi e le dinamiche che portarono a straordinarie conquiste sindacali e influenzarono gli eventi politici del decennio successivo, dalla strage di piazza Fontana al «compromesso storico».


Un assaggio

1955-1968. LA FASE DELL’ACCUMULO

Alla fine degli anni Sessanta del secolo scorso, in una situazione economica e produttiva internazionale ancora favorevole per l’industria automobilistica, la Fiat non fermava la sua espansione: nella sola provincia di Torino, nel 1969 i suoi addetti erano arrivati a 142.880, mentre il fatturato complessivo era schizzato dai 150 miliardi di lire del 1950 ai 1425 del 1969. Nel triennio 1966-1968 si era superato il tetto delle 8 macchine per dipendente di produttività. Un successo, quello della Fiat, che dall’immediato secondo dopoguerra era basato sostanzialmente dal metodo applicato da Vittorio Valletta, presidente dell’azienda torinese dal 1946 al 1966, quando gli subentrò Gianni Agnelli. In questo ventennio Valletta fu capace di dosare una ferrea disciplina (garantita da un’organizzazione gerarchica molto chiara, fatta di operatori, capisquadra, capireparto, capiofficina e sorveglianti) e una repressione spietata (soprattutto contro gli operai comunisti), unita a un paternalismo tradizionale (si pensi alla Malf, la mutua aziendale, alla pensione di fabbrica, alle «case Fiat» ecc.).
Di contro, proprio nell’arco temporale in cui il Piano Marshall faceva decollare la ripresa economica del paese, favorendo l’ingresso dell’Italia nel Mercato comune europeo (1954-1957), la Cgil subiva una sconfitta epocale, perdendo, nel 1955, la maggioranza assoluta alle commissioni interne alla Fiat. Lo scollamento dell’insieme dei lavoratori dal gruppo attivo e dirigente della Cgil alla Fiat, solo dodici anni dopo gli scioperi del marzo 1943 e l’esperienza della lotta di Liberazione, rilevava una situazione più grave di qualsiasi previsione. Con la débâcle alla Fiat veniva nei fatti sconfitta un’esperienza sindacale dal prevalente carattere classista e tendenzialmente rivoluzionario, nella quale lo scontro col padrone era sempre stato congiunto alla lotta politica, come era successo per le lotte contro gli eccidi della polizia di Scelba o per lo sciopero del luglio 1948 dopo l’attentato a Togliatti, al quale gli operai della Fiat avevano partecipato con enorme convinzione. D’altronde, la Fiat di Torino era il luogo dove la classe operaia era stata sempre più concentrata e potenzialmente più forte e dove le dimensioni dello scontro di classe erano sempre state di enorme richiamo nazionale e internazionale, fatto questo che, nei gruppi dirigenti di Cgil e Pci, aveva giustificato l’adozione di una linea di lotta caratterizzata da una tensione rivoluzionaria estrema. In quei pochi anni erano stati quindi logorati rapporti di forza in fabbrica che, almeno fino al 1952, erano stati favorevoli ai lavoratori. Se il successo elettorale delle sinistre del 1953 e quello della Fiom nelle stesse elezioni di commissione interna alla Fiat di quell’anno aveva ancora illuso il gruppo dirigente del Pci e della Cgil, in realtà il calo delle adesioni agli scioperi contro la «legge truffa» (1953) manifestava un primo cedimento interno alla fabbrica del rapporto di forze. La sconfitta del 1955 produsse un serio ripensamento di strategia nel maggiore sindacato italiano, che avviò un passaggio epocale da una contrattazione centralizzata, dove tutte le rivendicazioni venivano decise a livello nazionale, a una contrattazione articolata a livello categoriale, aziendale, territoriale. La vecchia lineA classista, che comunque non aveva mai contemplato un’ipotesi insurrezionale, doveva trovare una mediazione fra l’accettazione e la negazione della condizione di sfruttamento, che mantenesse e anzi riconsolidasse una tensione classista di lungo periodo.
Una linea di lotta contro la sfruttamento che prendesse coscienza della nuova realtà della fabbrica e che tentasse una modifica parziale ma concreta delle condizioni di sfruttamento, come «via di sviluppo della coscienza di classe e anche come terreno concreto» perché potessero «coesistere la negazione dello sfruttamento e la sua accettazione». Questa svolta avrebbe cominciato a dare i suoi risultati nel decennio successivo, ma nell’immediato gli imprenditori non solo resistettero a questo cambiamento, ma anzi cercarono di intensificare l’affondo. Alla Fiat si susseguirono i licenziamenti degli operai comunisti o anche di quelli ritenuti «turbolenti»: dal 1948 al 1953 furono estromessi 164 lavoratori, fra i quali 30 membri di Commissione interna. Sorte analoga subì anche Giovanni
Battista Santhià, commissario nominato dal Cln dopo la Liberazione e soprattutto ultimo testimone e protagonista del Biennio rosso 1919-1920, licenziato il 1° gennaio 19525. La stessa Officina Sussidiaria Ricambi, anche detta Officina Stella Rossa – reparto confino creato alla fine del 1952 – venne chiusa nel 1957
col licenziamento di 120 operai e impiegati.

Una nuova prospettiva per il movimento sindacale
Se dal punto di vista sindacale, quindi, il periodo 1953-1962 non aveva visto scioperi significativi in Fiat, il «miracolo economico» rappresentò un potente fattore di accelerazione verso la riapertura di una prospettiva unitaria nel sindacato italiano. Fu però solo nel luglio del 1962 (coi fatti di piazza Statuto a Torino) e poi nella primavera del 1966, con la tornata del rinnovo contrattuale dei metalmeccanici, che prese corpo una nuova fase di tensione sociale, legata soprattutto a una estrema rigidità del mercato del lavoro, all’allargamento della forbice salari-profitti, al netto peggioramento delle condizioni di lavoro nelle fabbriche meccanizzate e taylorizzate, all’alienazione degli operai non specializzati e alla crescente rabbia degli immigrati meridionali, sbarcati a Torino con la prima grande ondata migratoria del 1960-1962. Ciò aumentò il disagio, ma anche la carica conflittuale della classe operaia, non più disposta a subire passivamente gli effetti distorti di un meccanismo di sviluppo socialmente iniquo. In occasione dei rinnovi contrattuali nazionali e delle prime ondate di contrattazione integrativa, provinciale e aziendale, l’unità d’azione fra le federazioni di categoria divenne sempre più frequente e incisiva, come testimoniano le vicende contrattuali dei meccanici, dei tessili e dei marittimi nel 1959, degli elettromeccanici nel 1960-61 e nuovamente dei metalmeccanici nel 1962-63. Tra il 1960 e il 1965 si accorciarono le distanze e crebbe l’unità d’azione fra le confederazioni, ma permanevano divisioni politiche che sembravano insuperabili, come nel caso dello sciopero generale, indetto dalla sola Cgil l’8 luglio 1960, contro le violenze del governo Tambroni, che segnò una nuova e profonda contraddizione con Cisl e Uil.
Alla Fiat il tappo saltò nel giugno del 1962, quando dopo nove anni e nel giro di una settimana prima diecimila e poi la enorme maggioranza degli operai ritornò allo sciopero per il rinnovo del contratto dei metalmeccanici. A esso l’azienda rispose con un tentativo di accordo separato e con le solite rappresaglie interne. Fece delle offerte salariali consistenti (aumenti del 12%), tuttavia non solo mantenne la discriminazione della Fiom, ma pretese un accordo con la sola Commissione interna, escludendo le organizzazioni sindacali. L’accordo aziendale fu accettato dalla sola Uil, ma lo sciopero per il contratto, fissato per i primi di luglio e confermato dalle sole Fiom e Fim, alla Fiat riuscì plebiscitariamente, esprimendo una profondissima rivolta contro il «tradimento» dell’accordo separato aziendale. Questa nuova fase di tensioni e radicalismo diede origine ai disordini di piazza Statuto: da sabato 7 a lunedì 9 luglio migliaia di operai della Fiat e di altre fabbriche chimiche e metalmeccaniche, ma anche tecnici, studenti universitari, semplici cittadini (autisti, librai ecc.), addirittura qualche casalinga, e
anche militanti del Pci e della Fgci, ingaggiarono duri scontri con le forze dell’ordine10. Il bilancio ufficiale dei tre giorni di disordini fu di 1215 fermati, 90 arrestati e processati per direttissima, un centinaio i denunciati a piede libero, 169 i poliziotti e i carabinieri feriti, 9 fra i manifestanti (ma in realtà furono centinaia, quasi tutti pestati in Questura o nella caserma della polizia in corso Valdocco). La Fiat, alla vigilia delle ferie, licenziò brutalmente 88 operai, in maggioranza iscritti Fiom, ma anche Fim e Uilm, rei di aver partecipato ai picchetti di sciopero: Fiom e Fim dichiararono uno sciopero di protesta all’ultimo giorno di lavoro prima delle ferie, a cui aderì anche la Uilm; ma la prova di forza fallì drammaticamente. Tuttavia, subito dopo le ferie la Fiat cambiò linea: ruppe con la Confindustria e propose un accordo sindacale unitario, trattato con tutti i sindacati nazionali, che anticipasse il contratto di lavoro, subito seguita dalla Olivetti e da altre importanti aziende torinesi. Venne quindi concluso un accordo di acconto alla Fiat – e parallelamente alla Olivetti e in altre aziende – e fu aperta la strada alla successiva conclusione sostanzialmente vittoriosa del rinnovo del contratto di lavoro dei metalmeccanici. Se l’esito della trattativa del 1962 dimostrò la sostanziale correttezza della condotta tattica della vertenza (finalmente si era messa la parola fine al blocco dei salari che durava dagli anni Cinquanta e si superava la grande crisi del 1955), dall’altra non aveva completamente risolto la questione del recupero della fiducia operaia nei sindacati, come avrebbe dimostrato il fallimento dello sciopero dell’8 febbraio 1963 per il rinnovo del contratto dei metalmeccanici.
A ciò andava aggiunta la difficile congiuntura economica del 1963-64, durante la quale le politiche restrittive messe in campo dal governo e dalla Banca d’Italia avevano fortemente ridimensionato le conquiste salariali del biennio 1962-6315.

ISBN: 978-88-6548-292-6
PAGINE: 176
ANNO: 2020
COLLANA: I libri di DeriveApprodi
TEMA: Anni Settanta, Economia e lavoro, Movimenti, Violenza rivoluzionaria
Autore

Alberto Pantaloni

È dottore in Scienze Storiche e Documentarie con una tesi su Eric Hobsbawm. È membro della redazione centrale della rivista di storia critica «Historia Magistra». Nei suoi studi si è prevalentemente occupato di storia dei movimenti sociali e politici nell’Italia degli anni Settanta, del movimento delle donne nel Novecento italiano e di storia della storiografia marxista in Gran Bretagna.
RASSEGNA STAMPA

«1969. L'assemblea operai studenti» su @Dalla parte del torto

Qui la recensione di Diego Giachetti.

«1969. L'assemblea operai studenti» su @il manifesto

Qui la recensione di Andrea Colombo.


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