Affinità sovversive

«Le forme di protesta interna contro la guerra in Iraq voluta dagli Stati Uniti»

Affinità sovversive

I movimenti sociali americani nella guerra globale

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A cura di Franco Barchiesi

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Esattamente come durante la guerra in Vietnam, anche per la guerra che le truppe americane stanno combattendo in Iraq si sta consolidando una vasta opposizione. Dagli studenti universitari ai lavoratori delle pulizie, dai militanti per la giustizia ambientale agli avvocati dei diritti civili sono in molti a chiedere a gran voce il ritiro delle truppe e la fine dell’occupazione in Iraq. Ma, diversamente dal Vietnam, queste proteste (comunque spesso ignorate dai media ufficiali) non sempre confluiscono nelle grandi manifestazioni di piazza.
Poichè la «guerra globale permanente» di cui l’Iraq è uno dei capitoli ha, anche in patria, molte ripercussioni: la limitazione delle libertà civili con la scusante del terrorismo, il taglio delle spese sociali a favore delle spese belliche, la violenza sull’ambiente per la ricerca forsennata di petrolio.
Mentre esportano democrazia a colpi di cannone, gli Stati Uniti vivono un’opposizione interna che chiede lo stravolgimento dell’organizzazione sociale; a essa sanno rispondere unicamente con la repressione.
I saggi contenuti in questo libro assumono il punto di vista dei molteplici attori e mostrano come le loro critiche alle attuali politiche americane configurino l’unica reale alternativa al mondo di violenza in cui ci troviamo di fronte. Ignorare gli argomenti di chi chiede tali riforme significa consegnare il destino dei prossimi anni nelle mani dei signori del terrore e della guerra.


Un assaggio

Chiamatele moltitudini, formazioni di nuove classi o più semplicemente nuovi movimenti sociali, la capacità di contestare il potere comincia (ma anche si limita) a protestare e a resistere contro il programma globale capitalista dell’Impero. Ciò che manca ancora nel/nei movimento/i è una discussione, per non parlare di un accordo, sulla concezione della buona vita. Il movimento per la giustizia sociale e le sue diramazioni in vari campi, principalmente sul lavoro scarsamente retribuito, contro la speculazione immobiliare, per la libertà di ricerca, a favore del diritto all’aborto e contro i pericoli del riscaldamento globale e dell’instabilità ambientale, sono ancora frammentati e, a volte, agiscono come se ognuno avesse la precedenza assoluta sugli altri. Tutto questo può essere ricondotto all’assenza di una struttura di partito che i più radicali hanno esaltato in questi anni, senza però riflettere troppo. In realtà, nel nostro caso, un partito non assomiglierebbe alle formazioni socialiste o marxiste europeo-americane del presente e del recente passato. Il carattere libertario, a volta anarchico, del movimento non tollererebbe organizzazioni del genere o strutture gerarchiche. Il problema è che non esiste un forum per discutere di utopie realizzabili che potrebbero animare o dar sostegno alla prospettiva di una lotta a lungo termine
Coraggiosamente, un piccolo gruppo di intellettuali, Marshall Berman, gli ecomarxisti e socialisti James O’Connor e Joel Kovel, la femminista radicale Ellen Willis e il «primitivista» John Zerzan, hanno proposto molte questioni chiave: in cosa consistono i limiti della modernità e, in particolar modo, dei cambiamenti industriali e tecnologici? Può esserci un pensiero socialista che non prenda in considerazione i problemi ecologici? Che cosa ne è stato di una rivoluzione femminista incompleta che prometteva di modificare le relazioni tra uomini e donne sia nei suoi aspetti sociali che in quelli più intimi? Sebbene sia cominciato solo di recente il confronto con i gruppi che lottano per la liberazione dei neri, oggi di dimensioni inferiori rispetto al passato, in quali termini la differenza razziale può essere affrontata? Infine, il declino dei sindacati tradizionali indica che c’è bisogno di un nuovo movimento dei lavoratori? Se sì, quali devono essere le sue forme? (dal saggio di Stanley Aronowitz, “I movimenti sociali americani al bivio”). Oggi non possiamo chiedere che la guerra finisca per poi tornare alla politica; al contrario solo un progetto politico proposto dai movimenti può pensare di condurre alla pace. Pensiamo che l’ipotesi di una democrazia globale o di una globalizzazione democratica sia un’idea adeguata all’odierna politica contro la guerra, vista la particolare estensione dei movimenti per un’altra globalizzazione che fa da sfondo ai movimenti contrari alla soluzione armata dei conflitti. Le potenzialità di questa nuova concezione e di queste nuove pratiche di democrazia devono essere riscoperte, oramai, all’interno delle possibilità offerte dai movimenti, ma anche attraverso nuove forme di lavoro, nuove relazioni economiche e altre strutture sociali e culturali. È questo quel che deve essere sviluppato e articolato per affrontare e sconfiggere l’attuale stato di guerra globale (dal saggio di Heather Gautney e Michael Hardt, “Divenire politico. Movimenti contro la guerra negli Stati Uniti”).

ISBN: 88-88738-45-2
PAGINE: 176
ANNO: 2005
COLLANA: FuoriFuoco
TEMA: Guerra e geopolitica, Immaginari, Movimenti
Autori

Michael Hardt

Michael Hardt (1960) è professore alla Duke University. Allievo di Frederic Jameson, insieme a Toni Negri è autore dei tre volumi: Impero, Moltitudine, Comune (tutti editi per Rizzoli).

Heather Gautney

Heather Gautney, insieme a Stanley Aronowitz, è curatrice del libro Implicating Empire.

David Graeber

David Graeber insegna Antropologia alla Yale University. È attivo in vari movimenti tra cui il Direct Action Network e il People's Global Action.

Stanley Aronowitz

Stanley Aronowitz è professore di Sociologia presso il Graduate Center della City University of New York, dove dirige il Center for the Study of Culture, Technology and Work.

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