Avant’ieri

«Uno sguardo attento sulle migrazioni e sul Sud»

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Storie di emigrazione e cultura contadina

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Questo libro raccoglie una serie di immagini che descrivono con poetica raffinatezza la socialità contadina di un paese della Sila più profonda nel mezzo negli anni Sessanta e Settanta. Posture di uomini alle prese con il pascolo e la marchiatura del bestiame.
Volti di donne – maestose madonne «in nero» – che si scambiano sguardi in un mercato. Bambini che giocano mimando la scena della crocifissione rappresentata in una sagra religiosa. Immagini che sembrano appartenere al set di un film in costume; non solo gli abiti sono di un’altra epoca, ma anche la pelle e i tratti dei volti, gli oggetti, gli scorci dei paesaggi.
I testi sono cronache di incontri con persone di età tra i cinquanta e i novant’anni in tre differenti luoghi: la Sila, Torino e Buenos Aires. I temi prevalenti riguardano la vita nel Meridione nei primi anni Sessanta, le conseguenze psichiche e materiali dell’emigrazione, le analogie con gli immigranti che oggi giungono da noi e la storia di una stalla – data alle fiamme da anonimi nel 1997 – che gli intervistati hanno costruito e dove hanno lavorato oltre quarant’anni fa.
Dai racconti di ognuno traspare il ricordo di una comunità economicamente povera ma ricca di valori etici, come il rispetto della parola data, la parola d’onore, che garantiva l’applicazione dei contratti di lavoro e stabiliva i patti nelle relazioni amicali e familiari proiettandosi in un tempo che riguardava la vita intera. E persino il tempo destinato al piacere era ampio, se si considera che i festeggiamenti di periodi di abbondanza quali le raccolte, oppure l’uccisione del maiale, erano eventi a cui si dedicavano intere giornate durante le quali si celebrava la sacralità del mangiare e la donazione al prossimo.


Un assaggio

Questo lavoro comprende sedici interviste a persone di età variabile dai cinquanta ai novant’anni in tre luoghi differenti: in Sila, a Torino e a Buenos Aires. Le interviste sono riportate come cronache di incontri e come vere e proprie interviste. I temi prevalenti delle domande riguardano la vita nel Meridione nei primi anni Sessanta, le considerazioni sui tempi attuali, l’emigrazione, le conseguenze sociali e psichiche dell’emigrazione, le analogie con gli immigrati che oggi giungono da noi e una stalla che non esiste più e che gran parte degli intervistati conosce perché vi ha lavorato, oppure ha partecipato alla sua costruzione quarantasei anni fa. Questa stalla, che è stata bruciata da anonimi nel 1997, è vista come un luogo colmo di ricordi in cui molte famiglie hanno passato una parte consistente della loro vita.
Le interviste sono accompagnate da un repertorio fotografico in bianco e nero di quegli anni in cui io bambino conobbi gran parte degli operai che lavoravano in quella stalla per conto di mio padre, che nel corso della narrazione è chiamato «il dottore». Il fine di questo lavoro è duplice: si vuole riportare alla luce un paese diverso dall’attuale per le condizioni economiche, i costumi, l’etica, la speranza nel futuro e si vuole anche esaminare l’esercizio della memoria osservando le trasformazioni apportate dal mio ricordo e da quello degli intervistati. La memoria è protagonista del racconto e nel corso di ogni intervista ho cercato di recuperare il suo andamento fluido, scevro da dimenticanze e da schemi che spesso erigiamo per ricucire uno spazio temporale limitato e tranquillizzante.
Inoltre tale lavoro, accostando fotografie in bianco e nero ad alcuni ritratti letterari, si propone un esperimento di ritrattistica con le immagini e le parole che divengono complementari nella conoscenza dell’indole umana. Le fotografie che ritraggono alcuni degli intervistati e altri personaggi dello stesso ambiente ci riportano a un mondo che visto con gli occhi di oggi sembrano uscire da un film in costume: gli abiti sembrano di un’altra epoca e persino la pelle dei volti è diversa per un altro rapporto con la terra e con la vita all’aperto.
Tutte le persone coinvolte hanno accettato l’intervista senza riserve, a parte qualcuno che aveva risentimenti per il mondo del lavoro di allora, nel mezzogiorno privo di quell’insieme di norme che regolano equamente i rapporti tra proprietari e dipendenti. Nelle risposte di ognuno riaffiora il ricordo di una società fondata su propri valori di convivenza che contavano più delle leggi; la regola principe della comunità era il rispetto della parola data, che garantiva l’applicazione dei contratti economici e i patti riguardanti le relazioni tra amici e tra sposi. La cosiddetta parola d’onore aveva una lunga proiezione in avanti, anche perché si viveva in un tempo che, non essendo frammentato come lo è ora, poteva impegnare una vita intera; nel paese si restava oppure si credeva di tornare, ci si poteva quindi incontrare a lunga distanza di tempo per chiedere conferma della parola data. Il tempo commisurato al periodo di una vita consentiva anche una certa pianificazione sul proprio futuro e su quello dei figli; anche il tempo destinato al piacere era ampio, se si considera che i festeggiamenti di periodi di abbondanza, quali le raccolte oppure l’uccisione del maiale, erano eventi a cui si dedicavano intere giornate durante le quali si celebrava la sacralità del mangiare e la donazione al prossimo.
Da ogni intervista si capisce quanto i valori della comunità fossero importanti per salvaguardare i rapporti tra i suoi componenti, ma da un’analisi più approfondita delle risposte si percepisce una scarsa aderenza fra tali valori e le leggi. La legge è vista generalmente come qualcosa di distante, così la persona affidabile è colui che ha una propria morale rispetto e non chi si attiene alla legislazione dello Stato. L’inconveniente di tale attitudine è che la morale di ognuno comprendeva, oltre a elementi pregevoli, anche un retaggio di comportamenti arcaici che non tralasciavano la violenza per la risoluzione delle controversie; ad esempio l’incendio – che è stato la causa della distruzione della stalla dell’azienda Righio, dov’è ambientato questo racconto – è una pratica presente da sempre in Calabria per l’affermazione coatta nel territorio.
Di fronte al ricordo dell’incendio i protagonisti del libro rispondono esterrefatti, come se si fossero trovati dinnanzi a un fatto avverso contro cui non c’era niente da fare: «Non so chi è stato, se vai domandando in giro non ti dicono niente; io ero a Righio, ero già coricato, mi hanno chiamato, sono uscito e ho visto le fiamme alte fino al cielo; ho guardato fino alle quattro di mattina, poi sono andato a casa mia a Savelli. Di notte sono arrivati i carabinieri e i vigili, non si poteva fare niente», dice uno di loro. Anche gli altri quando raccontano dell’incendio assumono un tono d’impotenza, come dinanzi a un grande disastro della natura. Mentre ne parlano, i pensieri si confondono e il ricordo di quella notte entra negli sguardi come un dispiacere.
Il testo comprende un «epilogo fantastico» sull’incendio, in cui si racconta la notte del fuoco e si immagina la costruzione di un ipermercato e di un centro residenziale vicino a dove prima sorgeva la stalla.
L’ultimo capitolo, intitolato La psiche, tratta delle implicazioni psicologiche dell’emigrazione.

ISBN: 978-88-89969-61-8
PAGINE: 108
ANNO: 2009
COLLANA: Fotografiche
TEMA: Arte, Antropologia ed etnografia, Migranti e pensiero post-coloniale
Autore

Luigi Ananìa

Luigi Ananìa scrive racconti e fa vino rosso. Presso l'azienda viti-vinicola La Torre produce Rosso e Brunello di Montalcino.

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