Banche e crisi

Dalla crisi monetaria alla crisi finanziaria: quarant’anni di trasformazioni del capitalismo attraverso il paradigma del trasporto marittimo

Banche e crisi

Dal petrolio al container

Postfazione di Gian Enzo Duci

Banche e crisi
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Prima della crisi finanziaria del 2008 è difficile trovare un evento che abbia inciso sugli assetti del mercato mondiale in modo traumatico quanto il cosiddetto «shock petrolifero» del 1973. Il costo della fonte energetica più diffusa, il petrolio, è schizzato in alto non per giochi di Borsa ma per una decisione politica dei paesi produttori. I due primi saggi che compongono questo libro si collocano in quel contesto: uno ricostruisce le vicende che hanno portato alle decisioni dei paesi produttori di petrolio di costituire un cartello unitario, mentre l’altro riscopre alcuni scritti di Karl Marx che consentono di seguire la genesi delle sue teorie della crisi e delle sue teorie sul denaro e il credito.
Oggi, dopo la crisi dei mutui subprime del 2008, il pensiero marxiano, qui analizzato, rivela una sorprendente attualità, confermando ancora una volta la prodigiosa capacità del suo autore di decodificare i meccanismi del mercato.
Completa il libro un testo sulla crisi di un settore specifico dei servizi: quello della navigazione di linea delle navi portacontainer, che rappresenta uno dei veicoli principali della globalizzazione.
Dagli anni Settanta a oggi, la riflessione di Sergio Bologna rappresenta il tentativo di fornire una lettura audace delle trasformazioni e delle crisi del capitalismo contemporaneo, attingendo tanto al pensiero politico quanto alla sua propria attività di consulente e studioso nel campo della logistica e del trasporto merci.


Un assaggio

Dalla prefazione dell’autore

[…] Diciamo allora che questa riedizione di vecchi testi serve solo a far capire oggi quanto fossimo ingenui allora? Per questo sfizio valeva la pena mangiarsi i soldi per la stampa? Eh sì, perché non sono affatto convinto che fossimo tanto ingenui e sprovveduti e per dimostrarlo ho voluto inserire due testi scritti oggi. Parlano del presente, di cose che tutti hanno sotto gli occhi e tutti possono giudicare se il modo in cui le interpreto è così superficiale o ingenuo o «ideologico». Non ho adottato un diverso schema di lettura da quello che mi è servito per lo shock petrolifero, non mi sono messo da un angolo visuale diverso. Certo, non ho alle spalle anni di lotte ma sei lustri di lavoro nel settore, perlomeno posso dire che parlo con un’esperienza personale sul gobbo, mentre di petrolio ne sapevo poco o niente oppure quel poco che mi capitava di sentire alle riunioni del Comitato di lotta dell’Eni o Collettivo della Snam Progetti (tra l’altro, se non ricordo male, fu grazie a questi compagni che potei accedere alla biblioteca aziendale dell’Eni dove trovai molti materiali indispensabili alla stesura del saggio, gli altri li trovai alla biblioteca dell’Usis di Milano). Ho scelto d’inserire questi due saggi, scritti ora, sullo shipping e sui porti perché parlano anch’essi di mercato mondiale (oggi chiamato «globalizzazione»), di mezzi di trasporto, di infrastrutture e di banche, parlano dell’ultimo capitolo di quella storia cominciata con i fratelli Péreire e così lucidamente analizzata da Marx. Allora c’era da tagliare l’istmo di Suez, oggi si allarga il canale di Panama, allora il compito di rastrellare capitali presso le corti e le cancellerie d’Europa era svolto da spregiudicati banchieri d’affari, oggi il compito di racimolare soldi presso piccoli risparmiatori e di spennarli con investimenti sbagliati è distribuito tra una miriade di società finanziarie protette dallo Stato. Su questi temi ho chiesto a Gian Enzo Duci, giovane Presidente degli Agenti marittimi genovesi e docente all’Università di Genova, di scrivere qualcosa anche in contraddittorio con le mie opinioni. Lui è uno del mestiere, che sta dentro le cose, un operatore, non un osservatore esterno come, malgrado tutto, sono io. Ma ha sempre dimostrato interesse per quello che scrivo, pronto a rimettere in discussione qualche sua opinione consolidata e io ho imparato parecchio da lui. Lo ringrazio di aver accettato.
Ma ieri, si dirà, dietro i tuoi scritti c’era l’offensiva operaia, era quella che ti dava la credibilità, il valore delle tue analisi non era dato dal metodo o dall’ispirazione marxista, bensì da una congiuntura di particolare contestazione del sistema capitalistico. Oggi chi lo contesta? Oggi dove sono le lotte operaie? Oggi dov’è la classe operaia? Proprio tu con i tuoi scritti sul postfordismo ci hai riempito la testa sul tramonto della classe operaia!
Un momento. Sarà finita la classe operaia come soggetto politico importante, ma non la forza lavoro da cui estrarre qualcosa che avevamo chiamato plusvalore. E poi chi vi dice che la lotta operaia nelle sue forme tradizionali è estinta? Proprio lo sciopero dei portuali di Los Angeles del dicembre 2012, di cui parlo nel secondo dei due scritti, dovrebbe far riflettere, soprattutto per alcune sue modalità non meramente «difensive». Dalla California l’agitazione nei porti americani si è estesa alla costa orientale ed è andata avanti per mesi. Il 28 marzo di quest’anno sono entrati in sciopero i portuali di Hong Kong ed hanno tenuto duro per un mese, accampandosi davanti ai terminal, così, senza una dirigenza sindacale, senza un comitato di lotta formalmente costituito. E se qualcuno avesse la pazienza di seguire le riviste di settore dei trasporti che informano settimanalmente o giornalmente su quanto succede nel mondo, si accorgerebbe che la conflittualità nei porti, negli aeroporti, sulle autostrade, sui traghetti, nelle piattaforme logistiche, è molto elevata, senza confronti con gli altri settori industriali o commerciali. In questo filone s’inseriscono anche i due scioperi generali, ben riusciti, indetti dai Cobas nei magazzini e nelle piattaforme della logistica in Italia nei primi mesi di quest’anno 20138. Non si tratta soltanto di «segnali» ma di una condizione strutturale propria di un settore dove lo sciopero, ancora, per ragioni tecnico-organizzative, può «far male» e dove la forza lavoro ha ancora un potere d’interdizione quasi intatto. Non è fantascienza dire che uno sciopero dei trasporti e della logistica bene congegnato, anche con poche forze, può mettere in ginocchio un paese nel giro di un paio di giorni.
Trasporti e logistica non li ho scoperti adesso o quando, espulso dall’Università, mi sono messo a fare il consulente. Erano già un tema all’ordine del giorno della rivista «Primo Maggio», che nel 1978 pubblica un articolo sulla storia del container e nello stesso anno un intero Dossier sulle lotte nel settore dei trasporti di merce. Un secondo Dossier della rivista sarà dedicato alla moneta. Finanza e trasporti, i due filoni del discorso di Marx negli articoli per la «Tribune», ci hanno dettato l’agenda.
Non c’è molto altro da dire. Spero con queste righe di aver dimostrato che i saggi qui pubblicati, benché i loro titoli possano far pensare il contrario, non sono scollegati tra loro, anzi, per certi versi sono interdipendenti. Il che non li rende migliori ma almeno fa capire benissimo l’autore da che parte sta. «Dalla parte del torto», direbbe Piergiorgio Bellocchio, che con Grazia Cerchi ha fondato e diretto i «Quaderni Piacentini», una splendida rivista, dove l’intellettualità italiana ha avuto, per un ventennio, modo di riscattarsi.

ISBN: 978-88-6548-080-9
PAGINE: 200
ANNO: 2013
COLLANA: I libri di DeriveApprodi
TEMA: Debito e crisi, Economia e lavoro
Autori

La logistica del profitto

Sergio Bologna sul «manifesto»

Articolo pubblicato sul «manifesto»

02eco2-lavoratori-logistica-facchini-protesta Il gravissimo episodio avvenuto davanti ai magazzini di una società di logistica a Piacenza ha riportato l’attenzione sui rapporti di lavoro e sulle relazioni industriali in questo settore. Un’azienda di logistica conto terzi è composta da una struttura piuttosto snella, lo staff, la struttura amministrativa e operativa, la struttura commerciale e la mano d’opera di facchinaggio. Quest’ultima lavora esclusivamente nei magazzini ed è composta in massima parte da cooperative di soci-lavoratori, reclutati tra la forza lavoro extracomunitaria. Queste cooperative spesso non hanno un rapporto stabile, partecipano a delle gare d’appalto e, finito l’appalto, possono essere sostituite da altre. Per una ventina d’anni questo sistema è andato avanti consentendo una serie infinita di abusi e di illegalità che i pubblici poteri e gli uffici preposti al controllo delle condizioni di lavoro hanno talvolta ignorato, altre volte tollerato, altre volte tentato di contrastare ma in maniera talmente debole che la situazione rischiava di incancrenirsi. Lo stesso si può dire dei sindacati confederali e del mondo delle Coop. Poi è successo qualcosa e da qui inizia la nuova storia. Che è una storia di lento ma sicuro riscatto di questa forza lavoro. Mobilitati e poi organizzati dai sindacati di base, in particolare nel Veneto e in Emilia Romagna, ma poi anche in Lombardia, Piemonte, Lazio, i lavoratori delle cooperative hanno iniziato quello che sarebbe un normale cammino sindacale se non fosse che, dato il contesto, esso acquista il valore e il sapore di una battaglia di civiltà, per la dignità umana e per l’inclusione. Malgrado siano facilmente ricattabili, i lavoratori extracomunitari hanno risposto massicciamente, sono cominciati gli scioperi e le trattative, perché le aziende, dapprima incredule, hanno capito chi rappresentava i lavoratori e chi no. Sono stati firmati decine di accordi. Allora hanno cominciato a muoversi anche i sindacati e il mondo cooperativo. I risultati si sono visti, in alcune zone, e Piacenza è una di queste, sia i rapporti contrattuali che i salari oggi sono dignitosi. Purtroppo però quando lo scontro è su terreni così delicati, quando la catena logistica «a flusso teso» è di una fragilità incredibile, quando la redditività delle aziende è in calo, malgrado l’aumento dei volumi, pensare di stabilizzare i rapporti sindacali è difficile. La battaglia va avanti quindi e può diventare assai dura, si spera che non venga complicata da rivalità tra sigle sindacali, perché in mezzo a questa forza lavoro è inevitabile che passino anche linee di divisione per etnie, che talvolta agiscono positivamente creando forza identitaria, altre volte possono portare a spaccature. Il sindacalismo della globalizzazione postfordista ricorda molto quello dei wobblies, al di là delle leggende e dei miti che magari noi stessi abbiamo contribuito a creare, o quello dei Teamsters americani, Anni 30, che per primi capirono che in un sistema a rete c’è sempre un hub, bloccato quello si blocca tutto. Oggi le aziende di logistica, sotto la pressione dei costi e la richiesta continua di sconti da parte dei clienti, hanno un bisogno enorme di stabilità dei rapporti sindacali. Anche nel sindacalismo di base l’ideologia della «conflittualità permanente» è tramontata da un pezzo. La morte di questo padre di 5 figli rischia di rimettere in gioco molte cose.

#nonsoloconcordia. Riflessioni sulla sicurezza in mare

01-17-Costa_Concordia_Taucher_im_Treppenhaus_(Foto Guardia Costiera)

Un'ampia riflessione di Sergio Bologna sulla sicurezza in mare, a partire dalle condizioni del lavoro nel settore

Qualche giorno dopo l’incendio sulla “Norman Atlantic”, la rivista “Internazionale” mi chiese di scrivere per il loro sito un commento sull’incidente, che contenesse una breve riflessione sulla sicurezza in mare. Scrissi un testo di una pagina e mezzo circa, che si può leggere qui nell’Appendice 1. Mi limitai a parlare delle navi RoRo, sia perché la “Norman” fa parte di quella categoria, sia perché hanno, tra tutte, un’incidentalità molto elevata. Espressi l’opinione, come si può vedere, che una delle cause della scarsa sicurezza è da ascriversi alle condizioni di lavoro degli equipaggi ed alla pressione sul costo del lavoro esercitata dagli armatori, per cui anche un naviglio tecnologicamente avanzato e moderno, se gestito secondo il criterio del massimo risparmio sul costo del lavoro, può diventare insicuro. CONTINUA A LEGGERE IN PDF

Sergio Bologna

Sergio Bologna (Trieste, 1937) ha insegnato in varie Università, in Italia e in Germania. Si è occupato di storia del movimento operaio, ha partecipato alla fondazione di riviste quali «Classe operaia» e «Primo Maggio». Espulso dall’Università, ha scelto di fare il consulente e in questa veste è stato coordinatore del settore merci del Piano Generale dei Trasporti e della Logistica (1998-2000), membro del Comitato scientifico per il Piano Nazionale della Logistica (2010-2012) ed esperto del CNEL sui problemi marittimo-portuali.
RASSEGNA STAMPA

La moneta corrente del liberismo

Recensione di Christian Marazzi a "Banche e crisi", di Sergio Bologna – da Il manifesto, 11 ottobre 2013

 

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Banche e crisi citato alla Camera

Il deputato del PD Diego Crivellari, membro della Commissione Trasporti, cita un passaggio del libro di Sergio Bologna, "Banche e crisi", nel suo intervento alla Camera dei deputati – 19 novembre 2013

 

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Banche, crisi, porti. La vecchia talpa scava ancora

Su Carmilla la recensione di Girolamo De Michele al libro di Sergio Bologna, "Banche e crisi" – da Carmillaonline, 16 dicembre 2013

 

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