Biolavoro globale

Corpi e vite al lavoro nel biocapitalismo

Biolavoro globale

Corpi e nuova manodopera

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Prefazione di Angela Balzano

Postfazione di Carlo Flamigni

Biolavoro globale
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Tra il pullulare di discorsi sul capitalismo avanzato spicca l’assenza di analisi sui corpi. Sono in tanti a focalizzarsi sul capitalismo cognitivo, trascurando il versante della produzione materiale sul quale si fonda l’economia della vita. Melinda Cooper e Catherine Waldby con questo libro colmano tale lacuna, mostrando come la bioeconomia si sia sviluppata a partire dalle capacità biologiche insite nei corpi stessi, e in particolare nei corpi delle donne.
Tra i più fiorenti settori del capitalismo ci sono infatti quelli trainati dalle scienze della vita. Medicina riproduttiva e medicina rigenerativa hanno aperto nuovi mercati globali, la cui fonte di plusvalore coincide direttamente con le potenzialità generative dei corpi delle donne, ma non solo. Aumenta la domanda di ovociti, uteri, sperma, placenta, sangue del cordone ombelicale, cellule staminali, embrioni. Spuntano cliniche specializzate in fecondazione assistita e maternità sostitutiva e agenzie intermediarie pronte a fornire questi materiali in vivo, dagli Stati Uniti all’India, passando per l’Europa dell’Est e la Cina.
Ma chi sono i fornitori di questi materiali? Cooper e Waldby analizzano il lavoro riproduttivo e rigenerativo ai tempi del biopotere, focalizzandosi più che su questioni etiche e giuridiche sulle condizioni di vita di una manodopera «clinica» oggi globalmente diffusa, quando il capitalismo fa dell’appropriazione della vita una nuova frontiera di colonizzazione dietro la spinta di nuove tecnologie.


Un assaggio

Il capitalismo post-fordista mette al lavoro la vita in sé, «superando la distinzione tra produzione e riproduzione» fino a costituire una nuova forma di «biolavoro». In queste condizioni, ogni «teoria del valore-lavoro» deve intendersi come «una teoria del valore della vita». L’estrema generalità di questa letteratura, seppur affascinante, ci indica però una sua aporia. Essa dimentica di porre gli interrogativi più urgenti: cosa si intendeva esattamente per vita in sé ai tempi del regime fordista della ri/produzione? In altre parole, cosa ha comportato la divisione sessuale e razziale del lavoro? In che senso oggi la produzione di valore bioeconomico nel settore delle scienze della vita riflette e interagisce con i cambiamenti nel modo in cui la scena della riproduzione è organizzata? Tutto questo in che modo riguarda la produzione di conoscenza nel capitalismo avanzato? Accanto a questa letteratura critica, l’ordine del discorso pubblico ha individuato nella «bioeconomia» il luogo principale di investimento strategico, il momento decisivo per il superamento del recente disavanzo competitivo tra le economie postindustriali «avanzate» e le economie emergenti di Cina e India. L’Organizzazione per la cooperazione economica e lo sviluppo, l’Unione europea e gli Stati Uniti hanno pubblicato direttive che favoriscono l’emergere di una nuova onda lunga della crescita economica post-industriale basata sulla «bioeconomia» integrata di scienze agricole, mediche, industriali e della vita. Riprendendo un discorso di quattro decenni fa, queste direttive richiedono una nuova generazione di biotecnologie capaci di superare i limiti della produzione industriale petrolchimica nei settori dell’agricoltura, dei trasporti e della medicina. Questo programma politico si concentra soprattutto sul valore speculativo di innovazioni tecnologiche non ancora realizzate – biocarburanti, biologia sintetica, terapie cellulari sperimentali – e sulla loro potenziale capacità di trainare fuori dalla recessione economica le economie «avanzate». Nonostante l’abuso concettuale e pratico del termine «bioeconomia» nella politica contemporanea e nel discorso teorico, in pochi hanno indagato i meccanismi materiali che iscrivono la biologia in vivo dei corpi umani nei processi del lavoro post-fordista, sia attraverso la produzione di dati sperimentali che il trasferimento di tessuti1. Forme di lavoro che, a nostro parere, stanno divenendo sempre più centrali per il processo di valorizzazione economica post-fordista. L’industria farmaceutica esige un numero sempre più elevato di soggetti per la sperimentazione, per rispondere all’imperativo dell’innovazione. Il mercato della riproduzione assistita continua a espandersi, dal momento che sempre più persone vogliono avere un figlio proprio ricorrendo alle tecniche di fecondazione assistita o di maternità surrogata, impiegando anche terze persone esterne alla famiglia – i venditori di gameti e le madri surrogate – e che i settori industriali delle cellule staminali necessitano di tessuti riproduttivi. Le industrie delle scienze della vita si basano su un’ingente forza-lavoro ancora non riconosciuta, cui vengono richiesti servizi legati a esperienze molto viscerali, come il consumo di farmaci in via di sperimentazione, la trasformazione ormonale, l’eiaculazione, l’estrazione dei tessuti e la gestazione, con procedure biomediche più o meno invasive. Solo negli Stati Uniti, l’epicentro dell’industria farmaceutica globale, un numero crescente di lavoratrici/ori precarie/i viene impiegato nella fase 1, ad alto rischio, dei lavori di sperimentazione clinica in cambio di denaro, mentre le/i pazienti non assicurate/i vengono indotte/i a prendere parte a studi clinici in cambio di farmaci il cui prezzo sarebbe altrimenti insostenibile. Con la diffusione delle tecnologie di riproduzione assistita, la vendita di tessuti come oociti e spermatozoi, o di servizi riproduttivi come la maternità surrogata, appare sempre più come un fiorente mercato del lavoro, in cui la manodopera viene prodotta e selezionata secondo linee di classe e di razza. Il risultato, per noi, si chiama lavoro clinico.

ISBN: 978-88-6548-112-7
PAGINE: 256
ANNO: 2015
COLLANA: I libri di DeriveApprodi
TEMA: Debito e crisi, Donne e femminismi, Migranti e pensiero post-coloniale
Autori

Catherine Waldby

Catherine Waldby è professoressa presso l’Academy of Social Sciences Australia e direttrice del Biopolitics of Science Research Network presso l’Università di Sydney.

Melinda Cooper

Melinda Cooper è docente presso il dipartimento di politiche sociali dell’Università di Sydney. In italiano, si segnala la pubblicazione, del suo La vita come plusvalore (ombre corte, 2013).
RASSEGNA STAMPA

Materiali viventi nella catena del valore («il manifesto»)

Sul manifesto la recensione di Cristina Morini a «Biolavoro globale», di Catherine Waldby e Melinda Cooper – da «il manifesto», 7 marzo 2015

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Biolavoro globale: essere liberisti con i corpi delle altre

Recensione di Alessandra Di Pietro al libro di Catherine Waldby e Melinda Cooper “Biolavoro globale” – 10 marzo 2015

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L'eteronormatività tra costruzione e riproduzione («About Gender»)

Sulla rivista internazionale di studi di genere «About Gender» una recensione al libro di Catherine Waldby e Melinda Cooper, “Biolavoro globale” – 7 maggio 2015

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La produzione della vita («alfabeta2»)

Su «alfabeta2» la recensione di Paolo Vernaglione al libro "Biolavoro globale", di Catherine Waldby e Melinda Cooper – 11 maggio 2015

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Capitalismo, corpo e vita («Pandora»)

Recensione di Andrea Baldazzini al libro di Catherine Waldby e Melinda Cooper, "Biolavoro globale. Corpi e nuova manodopera" – da «Pandora. Rivista di teoria e politica», 21 maggio 2015

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La ricca fertilità del capitale umano («il manifesto»)

Sul manifesto un'intervista inedita di Angela Balzano a Melinda Cooper e Catherine Waldby, autrici di "Biolavoro globale. Corpi e nuova manodopera" – da «il manifesto» 4 giugno 2015

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Maternità surrogata («Il lavoro culturale»)

Una riflessione di Federico Zappino sulla maternità surrogata, a partire dal libro "Biolavoro globale", di Melinda Cooper e Catherine Waldby

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