Capitale & linguaggio

«Un libro sul linguaggio oggi, sulle cause della crisi mondiale»

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Dalla New Economy all’economia di guerra

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Nella new economy il linguaggio, la comunicazione, attraversano strutturalmente e contemporaneamente sia la sfera della produzione di beni e servizi, sia la sfera finanziaria. Per questo le modificazioni del mondo del lavoro e le modificazioni dei mercati finanziari vanno viste come due facce della stessa medaglia. Gli eventi dell’11 settembre 2001 a New York hanno mostrato a tutto il mondo la crisi dell’economia americana.
Crisi che interviene dopo il boom della new economy e dell’economia dell’informazione e che precede di pochi mesi la guerra in Afghanistan.
Questo libro si concentra sulle cause che hanno portato alla depressione economica e finanziaria internazionale e sugli strumenti di cui il governo americano si sta dotando per rispondervi: la guerra. Tra la fine della new economy e la nuova economia di guerra non c’è un semplice legame di causa-effetto, ma un rapporto che è tessuto da molti fili: il passaggio da una forma di produzione di tipo industriale a una di tipo informatico, il ruolo della finanza e delle politiche neoliberali, la proprietà delle risorse mondiali e delle materie prime, e persino la radicale mutazione dello stesso capitalismo. Capire le premesse economiche del crollo delle Twin Towers significa capire il paradigma produttivo che si va imponendo: la guerra.


Un assaggio

Esattamente sei mesi dopo l’attacco terroristico dell’11 settembre alle Torri gemelle e al Pentagono, tutti gli indicatori tecnici danno la recessione per conclusa. Se davvero fosse finita, si tratterebbe della recessione più breve degli ultimi cinquant’anni. Comunque, ancora non si riesce a capire se la ripresa sarà, come in passato, immediatamente seguita da una ricaduta (dando al ciclo la forma di una W), o se invece sarà duratura (in questo caso il ciclo avrebbe la forma di una V)
“L’economia americana è veramente cambiata”, scrive “Business Week” a proposito di questa recessione “sorprendentemente blanda” (The Surprise Economy, 18 marzo 2002). Curiosamente, le analisi della fine della crisi della New Economy non tengono più in considerazione il fatto che dall’11 settembre è in atto una guerra i cui effetti sull’economia, se non immediatamente percettibili, vanno pur sempre analizzati complessivamente, cioè nel senso della ridefinizione del quadro macroeconomico e politico di medio e lungo termine
Eppure, subito dopo l’attacco terroristico erano in molti a pensare che, dopo anni di predominio dell’economia privata sul settore pubblico, si dovesse rilanciare l’economia con politiche di tipo keynesiano nei settori della difesa, dell’intervento pubblico nelle imprese in crisi (aeronautica e assicurazioni), dell’innovazione (con più denaro pubblico investito in Ricerca&Sviluppo), della finanza (con la regolamentazione dei mercati) e della sicurezza sociale. La risposta del governo americano, benché circoscritta alla difesa e alle imprese più direttamente colpite dall’attacco terroristico, è stata indubbiamente immediata e consistente. Ma oggi neppure questo ritorno di “keynesismo bellico” viene tenuto in considerazione per spiegare, almeno in parte, l’uscita dalla recessione
Vediamo allora quali sono i fattori che, secondo le analisi correnti, hanno contribuito maggiormente a fare uscire la New Economy dalla crisi iniziata, ricordiamolo, nel mese di marzo del 2000 con il crollo del Nasdaq e in seguito contrassegnata da un solo quadrimestre di crescita negativa (il terzo del 2001, durante il quale il Pil americano è cresciuto del -1,3%)
Abbiamo visto come la crisi si sia manifestata con un accumulo di scorte invendute, in particolare (ma non solo) nel settore delle nuove tecnologie. Abbiamo anche visto come questa crisi da sovrapproduzione, oltre a svelare una deficienza di domanda effettiva (cioè solvibile), abbia evidenziato un fenomeno nuovo, connaturato all’economia dell’attenzione: un’economia innervata da tecnologie della comunicazione ha bisogno di una quantità di tempo di attenzione da parte dei consumatori per smaltire l’offerta di beni e servizi. Dato che la New Economy è, di fatto, un’economia che consuma non solo tempo di lavoro, ma anche tempo di vita o di non-lavoro (nel senso che tutta la vita è messa al lavoro), ne consegue che la crisi della New Economy è determinata dalla contraddizione tra tempo economico e tempo di vita. In altre parole, la crisi esplode per «eccesso di economia», per sproporzione tra ciberspazio e cibertempo (come dice Franco Berardi).

ISBN: 88-87423-81-4
PAGINE: 168
ANNO: 2002
COLLANA: FuoriFuoco
TEMA: Debito e crisi, Economia e lavoro, Guerra e geopolitica, Media-strategie
Autore

Christian Marazzi

Christian Marazzi
Christian Marazzi, nato nel 1951 a Lugano, in Svizzera, è economista. Dopo aver insegnato all'Università di Padova, alla State University di New York e alle Università di Losanna e di Ginevra, è diventato docente presso la Scuola Universitaria della Svizzera Italiana. Tra i suoi libri: Il posto dei calzini (Bollati Boringhieri, 1999), E il denaro va (Bollati Boringhieri, 1998), Finanza bruciata (Casagrande 2009).

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