Ceti medi senza futuro?

«La crisi e le trasformazioni del lavoro»

Ceti medi senza futuro?

Scritti, appunti sul lavoro e altro

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La crisi del ceto medio è uno dei grandi temi della politica nei Paesi occidentali. A lungo negato – soprattutto in Italia – e oscurato dalla grande visibilità e drammaticità del fenomeno dell’immigrazione, trova le sue radici nelle trasformazioni del lavoro e delle imprese. È la tesi di fondo di questi scritti, diversa dalle interpretazioni correnti che tendono a spiegare tutto con il fenomeno della globalizzazione.
Le trasformazioni del modo di lavorare e di organizzare la giornata lavorativa hanno prodotto un forte cambiamento antropologico, non privo di ricadute, anche economiche, sui soggetti che ne sono coinvolti.
L’attenzione e l’analisi di Sergio Bologna si concentrano sul lavoro autonomo, sul lavoro precario ma soprattutto sul lavoro «di conoscenza», su quei lavoratori più preparati e intellettualmente formati che vedono peggiorate le loro condizioni di vita e messe al macero le loro intelligenze. Per l’autore è qui che si annida il disagio più forte. Eppure ci sono segnali di trasformazione: poco a poco questi lavoratori e una parte del ceto medio sembrano prendere coscienza e cominciano a organizzarsi in forme sindacali e di autotutela.


Un assaggio

stralcio Dalla Prefazione dell’autore

Questi scritti nascono sull’onda della pubblicazione Il lavoro autonomo di seconda generazione (Feltrinelli 1997), un libro, curato da me e Andrea Fumagalli, che all’inizio sembrò ben accolto. Dopo dieci anni, le tesi che espressi in quella sede sono però ancora più lontane dal comune sentire e dall’opinione dominante della Sinistra di quanto lo fossero allora. Pertanto, non trattandosi di esercitazioni sociologiche ma di opinioni politiche, non so bene dove il loro autore possa essere collocato. Diciamo che da parecchio tempo si sente un apolide e vive questa condizione felicemente. L’esperienza «operaista» degli anni Sessanta è stata per lui molto importante, gli ha dato strumenti di lettura della realtà ai quali è rimasto in sostanza fedele.
I valori cui questi scritti si ispirano sono i valori della democrazia. Di quella che si fonda sul rispetto per il lavoro, anzi sul lavoro tout court, come recita un dettato costituzionale che la realtà di ogni giorno sembra negare. Una democrazia che poggia sul capitale umano, sulle competenze, sulle pratiche di relazione – non sull’appartenenza di ceto, sulle risorse finanziarie, sull’affiliazione di partito. Per dirla con Karl Polànyi, una democrazia «che per noi non è un sistema di governo, ma una forma ideale di vita». Ne siamo lontani e rischiamo di allontanarcene sempre di più. Se mettiamo a fuoco la realtà quotidiana di milioni di lavoratrici e di lavoratori nati in questo Paese, la parola «diritti» – che sta in permanenza sulla bocca del ceto politico e sindacale – diventa un non senso. Mentre rendite e privilegi dispongono di ampie tutele.
Questi scritti non appartengono al genere «ricerche sul lavoro», non rientrano nel regime di osservazione del lavoro altrui, non hanno pretese «scientifiche». Sono riflessioni che nascono dalla mia esperienza lavorativa, professionale. In vent’anni di consulenza un po’ di postfordismo ho ben avuto modo di vederlo dall’interno, e la globalizzazione, quella ancor più da vicino, occupandomi di trasporto delle merci. Ho tenuto fermo il punto di partenza, una figura paradigmatica, quella del lavoratore indipendente, avventurandomi poi ad esplorare territori che quella figura è costretta o ama frequentare. Ma ho anche cambiato idea, quando l’agire collettivo mi ha fatto vedere prospettive che non avevo saputo cogliere. Il lettore troverà molte ripetizioni, gli sembreranno ossessive, me ne scuso, ma certe volte capita che l’interlocutore sia così sordo da dovergli ripetere cento volte la stessa cosa perché la capisca. Nonostante i miei anni, non è alla fine di un percorso che mi sembra di essere, ma all’inizio di un’epoca di cambiamenti.

www.lumhi.it

ISBN: 978-88-89969-37-3
PAGINE: 288
ANNO: 2007
COLLANA: I libri di DeriveApprodi
TEMA: Antropologia ed etnografia, Beni comuni, Economia e lavoro
Autori

La logistica del profitto

Sergio Bologna sul «manifesto»

Articolo pubblicato sul «manifesto»

02eco2-lavoratori-logistica-facchini-protesta Il gravissimo episodio avvenuto davanti ai magazzini di una società di logistica a Piacenza ha riportato l’attenzione sui rapporti di lavoro e sulle relazioni industriali in questo settore. Un’azienda di logistica conto terzi è composta da una struttura piuttosto snella, lo staff, la struttura amministrativa e operativa, la struttura commerciale e la mano d’opera di facchinaggio. Quest’ultima lavora esclusivamente nei magazzini ed è composta in massima parte da cooperative di soci-lavoratori, reclutati tra la forza lavoro extracomunitaria. Queste cooperative spesso non hanno un rapporto stabile, partecipano a delle gare d’appalto e, finito l’appalto, possono essere sostituite da altre. Per una ventina d’anni questo sistema è andato avanti consentendo una serie infinita di abusi e di illegalità che i pubblici poteri e gli uffici preposti al controllo delle condizioni di lavoro hanno talvolta ignorato, altre volte tollerato, altre volte tentato di contrastare ma in maniera talmente debole che la situazione rischiava di incancrenirsi. Lo stesso si può dire dei sindacati confederali e del mondo delle Coop. Poi è successo qualcosa e da qui inizia la nuova storia. Che è una storia di lento ma sicuro riscatto di questa forza lavoro. Mobilitati e poi organizzati dai sindacati di base, in particolare nel Veneto e in Emilia Romagna, ma poi anche in Lombardia, Piemonte, Lazio, i lavoratori delle cooperative hanno iniziato quello che sarebbe un normale cammino sindacale se non fosse che, dato il contesto, esso acquista il valore e il sapore di una battaglia di civiltà, per la dignità umana e per l’inclusione. Malgrado siano facilmente ricattabili, i lavoratori extracomunitari hanno risposto massicciamente, sono cominciati gli scioperi e le trattative, perché le aziende, dapprima incredule, hanno capito chi rappresentava i lavoratori e chi no. Sono stati firmati decine di accordi. Allora hanno cominciato a muoversi anche i sindacati e il mondo cooperativo. I risultati si sono visti, in alcune zone, e Piacenza è una di queste, sia i rapporti contrattuali che i salari oggi sono dignitosi. Purtroppo però quando lo scontro è su terreni così delicati, quando la catena logistica «a flusso teso» è di una fragilità incredibile, quando la redditività delle aziende è in calo, malgrado l’aumento dei volumi, pensare di stabilizzare i rapporti sindacali è difficile. La battaglia va avanti quindi e può diventare assai dura, si spera che non venga complicata da rivalità tra sigle sindacali, perché in mezzo a questa forza lavoro è inevitabile che passino anche linee di divisione per etnie, che talvolta agiscono positivamente creando forza identitaria, altre volte possono portare a spaccature. Il sindacalismo della globalizzazione postfordista ricorda molto quello dei wobblies, al di là delle leggende e dei miti che magari noi stessi abbiamo contribuito a creare, o quello dei Teamsters americani, Anni 30, che per primi capirono che in un sistema a rete c’è sempre un hub, bloccato quello si blocca tutto. Oggi le aziende di logistica, sotto la pressione dei costi e la richiesta continua di sconti da parte dei clienti, hanno un bisogno enorme di stabilità dei rapporti sindacali. Anche nel sindacalismo di base l’ideologia della «conflittualità permanente» è tramontata da un pezzo. La morte di questo padre di 5 figli rischia di rimettere in gioco molte cose.

#nonsoloconcordia. Riflessioni sulla sicurezza in mare

01-17-Costa_Concordia_Taucher_im_Treppenhaus_(Foto Guardia Costiera)

Un'ampia riflessione di Sergio Bologna sulla sicurezza in mare, a partire dalle condizioni del lavoro nel settore

Qualche giorno dopo l’incendio sulla “Norman Atlantic”, la rivista “Internazionale” mi chiese di scrivere per il loro sito un commento sull’incidente, che contenesse una breve riflessione sulla sicurezza in mare. Scrissi un testo di una pagina e mezzo circa, che si può leggere qui nell’Appendice 1. Mi limitai a parlare delle navi RoRo, sia perché la “Norman” fa parte di quella categoria, sia perché hanno, tra tutte, un’incidentalità molto elevata. Espressi l’opinione, come si può vedere, che una delle cause della scarsa sicurezza è da ascriversi alle condizioni di lavoro degli equipaggi ed alla pressione sul costo del lavoro esercitata dagli armatori, per cui anche un naviglio tecnologicamente avanzato e moderno, se gestito secondo il criterio del massimo risparmio sul costo del lavoro, può diventare insicuro. CONTINUA A LEGGERE IN PDF

Sergio Bologna

Sergio Bologna (Trieste, 1937) ha insegnato in varie Università, in Italia e in Germania. Si è occupato di storia del movimento operaio, ha partecipato alla fondazione di riviste quali «Classe operaia» e «Primo Maggio». Espulso dall’Università, ha scelto di fare il consulente e in questa veste è stato coordinatore del settore merci del Piano Generale dei Trasporti e della Logistica (1998-2000), membro del Comitato scientifico per il Piano Nazionale della Logistica (2010-2012) ed esperto del CNEL sui problemi marittimo-portuali.

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