Cibum nostrum

Paesaggi sensibili di una cultura alimentare millenaria

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Mito e rovina della dieta mediterranea

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«Oggi viviamo una postmodernità che da tempo ci ha alienato dalla natura e dai suoi cicli produttivi. Scomparsi i contadini, i pescatori, i pastori, è rimasto il consumatore a definire la condizione esistenziale con cui avviciniamo quella parte di natura che chiamiamo cibo. Ma è troppo poco l’atto di acquistarlo per dire di conoscerlo, troppo poco per capire il suo legame con la vita. Non avevano bisogno di educazione alimentare i nostri avi, mentre oggi è diventata bussola indispensabile per le giovani generazioni.
Nel frattempo l’alimentazione mediterranea è diventata «patrimonio immateriale dell’umanità», proprio mentre sullo sfondo dei nostri giorni il food porn diventava presenza invasiva e quotidiana. L’idea rassicurante di un Mediterraneo come culla di civiltà nel frattempo si è quasi spenta, ma non quella del suo surrogato, la “dieta mediterranea”, cibo appariscente come la pubblicità, vago e mutevole come sono le voglie dei consumatori.
Ma c’è sempre qualcosa di inaspettato nel cibo: collante indispensabile alla vita in quanto tale, elemento che forse più di ogni altro rivela il nostro rapporto con l’ambiente e i modi con cui intratteniamo i giorni. Così, guardare dentro all’alimentazione mediterranea, e a quel che ne rimane, significa anche trovare qualcosa di quello che siamo stati, qualcosa di quel che forse ancora siamo».


Un assaggio

Mito e realtà
Dire cosa sia oggi l’alimentazione mediterranea è sfiorare inaspettatamente il terreno della moda e dello stile di vita italiano. Si entra, cioè, nel doppio terreno scivoloso dei luoghi comuni e dell’estetica. Certo, l’antico rapporto tra cibo e benessere appartiene in qualche misura a entrambi, ma oggi questa «naturale ambiguità» è esasperata e sembra essere estesa anche al rapporto tra cibo e moda, cibo e design, cibo e arte. Realtà diventate le qualità che meglio ci rappresenterebbero agli occhi del mondo, strane contaminazioni per qualcosa che all’origine era semplicemente alimentazione mediterranea.
Del resto, il panorama economico e sociale in cui l’alimentazione mediterranea è nata e si è sviluppata non esiste più. Il cibo, da elemento essenziale di sopravvivenza e di benessere, si è trasformato in altro. Quello che è sempre stato semplicemente buono sembra aver cambiato pelle e significato: è vegetariano, vegano, gluten free, light, biodinamico, tradizionale, o una delle innumerevoli declinazioni con cui ricerchiamo nel cibo un surrogato di felicità. Dal buono si è passati a qualcos’altro che comunque deve essere attraente, unico, particolare, accessorio. Inavvertitamente o meno, si è passati a dimensioni che poco hanno a che fare con la sopravvivenza e la cultura originaria, con il benessere e l’equilibrio di partenza.
L’attenzione esasperata che tutto il mondo occidentale dà alla cucina è poi solo l’ultimo regalo della società dei nostri giorni, dove il cibo è posto nella sfera dello svago, dell’intrattenimento e del puro edonismo. Ma il piacere, si sa, ha confini che nessuno può prevedere, e l’invadenza mediatica della cucina televisiva racconta che il cibo quale svago e divertimento è ormai qualcos’altro dal semplice «cibo da mangiare»: ormai lontana anni luce la fame vera, il cibo è elemento accessorio  del vivere, persino elemento virtuale con il quale intrattenersi.
Così, ecco l’alimentazione mediterranea diventata parte di un glam nazionalpopolare dove il cibo è ridotto a svago, la curiosità per la cucina ha preso il sopravvento su tutto ciò che era tradizione e alimentazione, mentre gli chef sono elevati al rango di maître à penser.
Inevitabile, allora, che l’alimentazione mediterranea sia diventata uno dei frammenti di variegati stili di vita, di un’identità vaga quanto attraente, indefinita quanto invadente.
Gli aspetti tradizionali e salutari lentamente sono scivolati di lato, restando nell’angolo delle nostre menti, elemento scontato di un panorama culturale che possa dirsi mediterraneo.
Nella quotidiana confusione sulle certezze che ognuno crede di avere, l’alimentazione mediterranea «in salsa italiana» è quasi sempre ridotta a pasta, pesce, pomodori, olio di oliva, vino e poco altro: pigrizia dietetica e nutrizionale, semplificazione esistenziale, dittatura cromatica del rosso, verde, giallo…
Tutto intorno, il vasto sottofondo di cibo industriale, la cucina creativa di chef stellati e un continuo chiacchiericcio televisivo imperversano, mentre l’alimentazione mediterranea resta un luogo comune in cui siamo immersi, ma che quasi nessuno riconosce davvero. Sant’Agostino a proposito del tempo si domandava: «Che cosa è dunque il tempo? Se nessuno me lo chiede, lo so; se dovessi spiegarlo a chi me ne chiede, non lo so». La stessa domanda può valere oggi per l’alimentazione mediterranea.
Tutti credono di saper cosa sia ma nessuno la conosce, soprattutto quasi nessuno se ne nutre davvero. Ma come siamo arrivati a questo punto?
Due sono i percorsi che ci possono far capire qual è stata l’evoluzione dell’alimentazione mediterranea fino ai nostri giorni e soprattutto il suo attuale significato. Avvicinarsi per l’una o l’altra strada è solo questione di punti di vista, di sensibilità, di conoscenze. E pazienza se su entrambe la storia alla fine potrà confondere ogni differenza e il punto di arrivo sarà lo stesso.

ISBN: 978-88-6548-300-8
PAGINE: 128
ANNO: 2019
COLLANA: Habitus
TEMA: Ambiente, Antropologia ed etnografia, Cultura materiale
Autore

Maurizio Sentieri

vive tra la Liguria di Ponente e l’Appennino. Ha pubblicato diversi libri di storia e antropologia dell’alimentazione – I semi dell’Eldorado (1992), L’orto ritrovato (1993), Cibo e ambrosia (1994), Perle ai porci (2013). Cura per la rivista online «Doppiozero» la rubrica «Sugo».
RASSEGNA STAMPA

«Cibum nostrum» su @Doppiozero

Qui la recensione di Sandro Abruzzese.

«Cibum nostrum» su @Giornale di Puglia

Qui la recensione di Francesco Greco.

«Cibum nostrum» su @Il Secolo XIX

Qui la recensione di Annalisa Rimassa.

«Cibum nostrum» su @Corriere Romagna

Qui la recensione di Fabio Fiori.

«Cibum nostrum» su @Il Fatto Alimentare

Qui la recensione di Valeria Nardi


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