Clandestina

Il racconto de “la ragazza con il fucile”

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Il romanzo fortemente autobiografico di una delle principali protagoniste della stagione della lotta armata in Italia, che i giornali dell’epoca chiamarono «la ragazza con il fucile». Tre anni di vita in clandestinità alla fine degli anni Settanta in Italia.
Un’esistenza condivisa in parte con uno dei fondatori delle Brigate Rosse, Corrado Alunni (che introduce il libro). Un piccolo gruppo di militanti, quotidianamente tormentati dalla paura di essere individuati, traditi, torturati, imprigionati, uccisi, gravata dall’angoscia di dare e subire una violenza che inclina inesorabilmente verso la morte. Relazioni sociali e affetti costretti a concentrarsi nel ristretto circuito di persone appartenenti alla stessa «banda». Le divergenze, le rivalità interne e le scissioni. È questa la condizione di Mària, poco più che ventenne, militante in un’organizazione armata protagonista di un romanzo ampiamente autobiografico, dove le ragioni di una scelta irreversibile, del taglio con il mondo delle proprie relazioni sociali e dei priopri affetti danno forma a un diario sentimentale crudo e spietato. Perché anche nel ristretto circuito di persone appartenenti alla stessa «banda» le divergenze ideologiche, alimentate soprattutto da una diversa sensibilità umana, si risolvono in rivalità, separazioni, scissioni organizzative e politiche. La ricerca di una motivazione ideale si confronta con la consapevolezza di esprimere un immaginario sempre più inquinato dal delirio ideologico, che prefigura una sconfitta senza rimedio. In questo tragico contesto, sullo sfondo dei giorni cruciali degli scontri armati e della repressione, risalta il paradosso di una narrazione di incontenibile vitalità, che usa il linguaggio dei sentimenti e della felicità, anche nei momenti più dolorosi e terribili. L’autrice reclama così, con sincera spontaneità, la comprensione di un giudizio storico e la possibilità di una redenzione interiore. Non solo per se stessa, ma anche per tutti i suoi compagni.


Un assaggio

Eravamo fermi, immobili, noi come il lago. lo e Pepe, in attesa, quasi le dieci. In perfetto orario, stavamo aspettando Guido. Né io né lui sentivamo la necessità di riempire il silenzio. Stavamo bene, eravamo a posto, basta così. Era autunno e non esisteva in tutto il mondo un altro posto più bello, ne ero certa. Uno scoppio di toni caldi ci avvolgeva come un gruppo di amici. I boschi bassi avevano questa magia dentro, fino a dove arrivava lo sguardo. Il lago e il cielo facevano da doppio specchio, ti imprigionavano in una girandola di colori preziosi e appassiti. L’aria era frizzante e profumata di foglie calpestate, di muschi e di sottobosco, la nebbia era una nuvola bassa e i tubi di scappamento delle macchine un soffio azzurrino attaccato al loro culo. Appena il profilo si muoveva l’immensa pianura nebbiosa e soffocata dallo smog lasciava il posto al fresco e al pulito delle nostre montagne. Quando arrivavo lì, ero sempre sicura che tutto sarebbe andato bene, che tutto sarebbe tornato a posto, pulito, armonioso, fertile. Ogni tanto mi giravo, come se mi sentissi dietro l’eco delle risate dei partigiani. Probabilmente in quelle montagne erano imprigionati gli echi degli stessi pensieri
Incantati, le mani ficcate nelle tasche degli eskimo, il naso e la punta delle orecchie rossi come peperoni, aspettavamo. Guido sarebbe sceso dal treno, in quella dimenticata stazioncina d’inizio secolo. Terme di Acquaseria, diceva un cartello, ma lui non avrebbe portato lì la sua tbc da guarire, e neanche il suo bambino di pochi anni con la pertosse. Sarebbe sceso dal treno e ci avrebbe fatto fare un salto in avanti di cent’anni solo sbattendo la porta. Nel suo borsone, professionale come il suo sguardo, sarebbero scese con lui le pistole. Pepe fumava e correva con la sua 128 nuova. Era un cinema vederlo avere a che fare con quella macchina. Non la risparmiava affatto, ma la proteggeva e la coccolava come una figlia. Era una delle poche macchine che avevamo, ed era sempre a disposizione per le esigenze dell’Organizzazione. Era andata di qua, di là, di su e di giù, aveva macinato chilometri e chilometri, piena di bocce, baiaffe, lilly, detonatori, esplosivo e latitanti, ma sempre e solo in rigorosa compagnia del proprietario. Era disposto a rompersi la schiena alla guida, piuttosto, ma la sua macchina la guidava lui e basta. Ogni volta che ne scendeva, sbattendo piano ma deciso la portiera, aspettava il rumore dell’incastro perfetto della serratura, spiava l’abbassarsi secco della sicura, faceva qualche passo e si girava per armmirarla un’ultima volta, lì, ferma, brava, arrivata a destinazione. Le lanciava un’occhiataccia fra l’orgoglioso e il geloso. «Occhi a terra, putt … ». «Cazzo!», pensavo, «cristo santo!». Pepe, napoletano, scuro, sarcastico, il mondo intero dall’altra parte della barricata, in maniche di camicia d’estate e d’inverno, sangue caldo il suo, e la 128, torinese, verde finto primavera, ingranaggi perfetti da mantenuta di lusso. Sia l’uno che l’altra, in quell’intreccio di fuoco e possesso, rimescolavano ruoli, poteri e linguaggi. Nord e sud uniti nella lotta, nel solo modo in cui Pepe concepiva la sua unione con qualcosa o con qualcuno. «Mo’ viene Guido, stai tranquilla Mària, mo’ viene e ce ne andiamo a fare una bella scampagnata!». Provava in qualche modo a rincuorami, non s’era neanche accorto che non ne avevo affatto bisogno. «Ma la sai la strada, vero? Non è che ci fai fare ‘na sfacchinata della madonna e poi non ci sta manco il posto, vero Magnolia?». Un sorrisino del cavolo gli si dipingeva sulla faccia da presa per il culo. Ma quando mi chiamava così significava che era giunto ai confini della tenerezza, e io spesso ero bianca e rossa come le magnolie di Villa d’Este, bianche nella parte interna dei petali, rosso carminio il risvolto nascosto. Perché ogni volta che aveva a che fare con me era l’ingenuità ciò che coglieva più d’ogni altra cosa, un’ingenuità così disarmante da mandarlo in bestia. «Sporchiamole subito», aveva detto in una riunione di fuoco agli altri compagni, che parlando del nostro arruolamento vagheggiavano riguardi particolari nei confronti di una natura lontana dalla violenza e dalla prevaricazione. «Sporchiamole subito», aveva insistito al limite dell’astio. E che cazzo, non saremmo sfuggite neanche noi alle brutture dei mondo, alle brutture della Rivoluzione… Oh sì, perché anche la Rivoluzione aveva le sue brutture, eccome mie care, noi non lo sapevamo, lui neanche, ma ne era certo lo stesso, anzi certissimo, e moriva dalla voglia di dimostrarcelo.

ISBN: 88-87423-44-X
PAGINE: 208
ANNO: 2002
COLLANA: I libri di DeriveApprodi
TEMA: Anni Settanta, Violenza rivoluzionaria
Autore

Teresa Zoni Zanetti

Teresa Zoni Zanetti (1955) ha militato, nel corso degli anni Settanta, in un gruppo extraparlamentare di sinistra, nell'area dell'Autonomia operaia e poi in alcune organizzazioni armate. Dopo tre anni di clandestinità viene arrestata, imprigionata e condannata. Ha scontato diciassette anni di carcere. Nel 1997 ha pubblicato per la Castelvecchi, nella collana I libri di DeriveApprodi, Rosso di Mària. L'educazione sentimentale di una bambina guerrigliera, di cui questo romanzo è la naturale prosecuzione.

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