Coltiviamo il nostro giardino

Nella crisi ambientale è tempo di osare nuovi paesaggi.

Coltiviamo il nostro giardino

Osare nuovi paesaggi, prendersi cura, inselvatichire il mondo

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Coltiviamo il nostro giardino
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Oggi più che mai l’emergenza climatica denuncia il ruolo degli esseri umani nel mondo vivente e l’inderogabile urgenza di occuparsene. I cittadini si mobilitano, si riappropriano della questione ambientale, sono disposti ad agire, a «farsi giardinieri» del pianeta, a prendersene cura. Restano però in attesa di nuove narrazioni collettive che rendano comprensibile e praticabile la transizione ecologica da compiere. Dal rinnovo dell’agricoltura urbana alla diffusione dei giardini condivisi, passando per il greenwashing dell’architettura e le sfide della «città selvatica», emergono nuove categorie di nature urbane, sullo sfondo di un rapporto più fertile tra città e natura, che chiama a ridiscutere le articolazioni tra centri, periferie, campagne, incolti.
Gli autori italiani e francesi – tra paesaggisti, architetti, urbanisti, geografi, sociologi, filosofi, artisti – che dialogano in questo libro, esprimono attitudini e sensibilità diverse, ma condividono tutti una medesima convinzione: la necessità di inventare un modello di città che emerga dall’interazione responsabile e gioiosa tra tutte le forme del vivente, umanità compresa, in un ambiente – dal suolo al cielo, ai fenomeni atmosferici – nel quale siamo tutti collegati.
«Bisogna coltivare il nostro giardino»: prendiamo alla lettera la metafora di Candide che conclude il famoso racconto di Voltaire, è tempo di osare nuovi paesaggi.

Gli autori del volume: Cristina Bianchetti, Nathalie Blanc, Catherine Carré, Eric Cassar, Veronica Cavedagna, Laura Centemeri, Emanuele Coccia, Jean-Noël Consalés, Pierre Donadieu, Fabiola Fratini, Alberto Giustiniano, Mathieu Gontier, Giovanni Leghissa, Mathieu Lucas, Dominique Marchais, Franco Panzini, Paolo Pileri, Nelly Pons, Carlo Ratti, François Vadepied, Stéphanie Wyler.


Un assaggio

Noi giardinieri
Florence Ferran

«Bisogna coltivare il nostro giardino». Perché ci riguarda oggi la conclusione di Candido o l’ottimismo, pubblicato da Voltaire 360 anni fa, nel 1759? Dopo la serie di prove e di incontri che gli hanno aperto gli occhi sulla follia dell’uomo e hanno costruito la base del suo spirito critico, Candide non decide di ritirarsi in uno spazio chiuso e protetto dall’altro e dalle avversità, come potrebbe sembrare il giardino. Al contrario, invita i suoi compagni di viaggio a farsi carico del proprio destino, ovvero non solo a sfruttare la propria libertà, ma anche ad assumersi la propria responsabilità. Ogni membro della piccola comunità che si è aggregata intorno al protagonista nel corso della narrazione – Cunegonde, Pangloss, Cacambo, Martin, Paquette e il frate Giroflée – ha un’esperienza e un punto di vista propri sulla condizione umana. Eppure, ognuno si mette a «esercitare i suoi talenti» e si prende cura della modesta terra vicina a Costantinopoli dove il gruppo si è fermato alla fine delle sue avventure. Il giardino disegna i contorni del loro dialogo e del loro lavoro proficuo per il bene comune.
Non è un caso se uno dei racconti più famosi del Settecento si conclude con l’idea del giardino. Pur laicizzato, svuotato da ogni presenza divina, il giardino di Candide conserva un legame forte con il mito del paradiso perduto, pacifico e rassicurante.
La parola stessa è percepita come positiva. Ricorda non solo il nome della scuola filosofica di Epicuro e la sua dottrina della felicità qui e ora – un punto di riferimento per l’Illuminismo francese –, ma anche l’importanza che la Natura ha assunto nel pensiero del secolo, insieme alla riflessione sull’urbanità e sulla civiltà.
Il giardino fa da collegamento ad alcuni dei più importanti dibattiti etici tra i contemporanei di Voltaire: sulla questione dell’ospitalità e dell’accoglienza dello straniero; sull’aspirazione dell’uomo al lusso o alla frugalità, alla contemplazione tanto quanto all’azione, all’introspezione tanto quanto alla sociabilità. Appare come il luogo ideale per sentirsi essere, così nella solitudine come in relazione agli altri. Suscita anche, nella seconda metà del secolo, una discussione estetica tra i partigiani del gusto alla francese, geometrico e architettonico, erede del giardino rinascimentale italiano, e quelli del gusto all’inglese, più selvatico e pittoresco – aspetti che il giardino italiano della seconda metà del Cinquecento aveva già preso in considerazione, attraverso la presenza naturalistica, meravigliosa, anzi sacra, dei boschi e delle grotte. Entrambi i modelli derivano da un artificio e illustrano il potere del committente, ma mentre il primo mette in scena un giardiniere magister dell’universo e delle sue leggi, il secondo rende conto della consapevolezza che sempre ci sfugge qualcosa del meccanismo della natura, un je ne sais quoi d’imprevedibile che conserva il suo fascino e costringe all’umiltà.
L’idea di giardino va sempre oltre se stessa. Al di là dello spazio che delimita, il giardino sperimenta e dà forma a una visione del mondo, di pari passo con il costante interrogarsi sulla funzione del giardiniere. La conclusione di Candido o l’ottimismo si può leggere come una metafora polisemica, oppure essere presa alla lettera.
L’anno in cui viene pubblicato, Voltaire ha appena comprato la sua proprietà di Ferney, senza aver mai vissuto in campagna prima di allora. Negli anni Sessanta del Settecento, la formula di Candide torna spesso nella sua corrispondenza.
Nel 1768 pubblica Des Singularités de la nature, un saggio che riflette il suo interesse crescente per le scienze della natura, che si esprime anche nel lungo articolo sulla «Fertilizzazione» delle Questioni sull’Enciclopedia (Questions sur l’Encyclopédie, OVC, t. 41, p. 350) negli anni 1770-1772: «Consumiamo cinque o sei volte più legna per il riscaldamento rispetto ai nostri padri; dobbiamo quindi essere più attenti nel piantare e mantenere le nostre piante». Siamo solo agli inizi del discorso ecologico, ma il problema dell’equilibrio tra l’attività umana e le risorse naturali è già presente nella riflessione sull’economia. Il mondo è ancora alla vigilia della prima rivoluzione industriale, primo passo verso l’accelerazione degli effetti dell’Antropocene sull’ambiente, di cui valutiamo ormai le conseguenze.
Tre secoli e mezzo più tardi, la frase emblematica di Candide assume un’altra dimensione, in un contesto di emergenza climatica che rende evidente il ruolo degli esseri umani nel mondo vivente e l’inderogabile urgenza di occuparsene.
La biodiversità è minacciata in ogni continente e in ogni paese. Da qui al 2050, tra il 38% e il 46% delle specie animali e vegetali potrebbe scomparire dal pianeta con ripercussioni tragiche per il nostro ambiente. Il 60% della popolazione mondiale nel 2030 vivrà nelle città, che già oggi sono responsabili del 70% delle emissioni globali di CO2.
Ormai lo sappiamo tutti: il futuro del mondo vivente dipende da una nuova gestione, più responsabile, delle città, e siamo solo all’inizio di questo cambiamento. E se viceversa, il futuro delle città dipendesse da una nuova connessione, più rispettosa e creativa, con il mondo vivente?
Utopia o necessità? Oggi i protagonisti delle città, dai cittadini ai progettisti, passando per i responsabili politici ed economici, si riappropriano della questione ambientale, si mobilitano e sono disposti ad agire. Si moltiplicano esperimenti che rendono conto di una consapevolezza sempre più acuta della nostra interazione con la natura, alla ricerca di modi inediti di coabitazione con tutte le forme di vita. Dal rinnovo dell’agricoltura urbana alla diffusione dei giardini condivisi – passando per il green-washing dell’architettura, la valorizzazione del patrimonio vegetale e le sfide della «città selvatica» – emergono nuove categorie di nature urbane, ibride, complesse e talvolta sfuggenti, sullo sfondo di un rapporto più problematico e più fertile tra città e natura che chiama a ridiscutere le articolazioni tra centri, periferie, campagne, incolti.
Qual è l’apporto reale di questi esperimenti in materia di efficienza energetica, di protezione dell’ambiente, di rinnovo del paesaggio, di miglioramento dell’alimentazione, della sanità, del benessere, della coesione sociale – in una parola, della qualità di vita? La gamma è così ampia che non è nemmeno azzardato affermare che non esiste un’ecologia ma piuttosto delle ecologie. I venti autori italiani e francesi – paesaggisti, architetti, urbanisti, geografi, sociologi, filosofi, artisti – che dialogano in questo libro esprimono attitudini e sensibilità diverse, ma condividono tutti una medesima convinzione profonda: la necessità di creare una città che emerga dall’interazione responsabile e gioiosa di tutte le forme del vivente – umanità compresa – in un ambiente – dal suolo al cielo, ai fenomeni atmosferici – in cui siamo tutti collegati. Osare nuovi paesaggi. Prendersi cura. Inselvatichire il mondo. Tale sfida si affronta collettivamente – motivo per
cui ci teniamo a conservare il «noi» che dà tutta la sua forza alla frase di Voltaire – e col sostegno di narrazioni federative che rendano comprensibile e praticabile la transizione ecologica da compiere. L’ecologia – ambientale, sociale, politica – non deve più apparire come un male necessario ma come una nuova strada, per fiorire e vivere meglio. Con il concetto di «giardino planetario», Gilles Clément è senza dubbio l’autore di una delle proposte più notevoli degli ultimi anni per ripensare la nostra maniera di essere al mondo. L’opera dell’ingegnere orticolo e paesaggista francese, i giardini che ha ideato così come i suoi scritti, tutti tradotti in italiano, hanno ispirato l’avventura collettiva all’origine di questo libro, il cui titolo ci consente anche di rendergli omaggio. Ora che siamo più consapevoli del fatto che il pianeta è uno spazio finito in cui il mondo vivente nel suo insieme risulta interdipendente e che le risorse tendono a esaurirsi sotto la pressione dell’attività umana, il paragone con il giardino si impone come uno dei modi più efficaci e di maggiore ispirazione per riflettere sull’organizzazione del territorio, sulle modalità di produzione e sulla temporalità che noi giardinieri dobbiamo imparare a riadattare a quella del «genio naturale».
L’appello finale che Candide rivolge ai suoi compagni – una fidanzata imbruttita, un maestro di filosofia, un vecchio saggio, una prostituta e un monaco – trova un’eco nella conclusione di Giardini, paesaggio, genio naturale di Gilles Clément: «Invito dunque i perdigiorno, i presunti inutili, i lenti, i sinistrati della velocità a costruire il progetto di domani. Abbiamo bisogno della loro resistenza alla risposta immediata, della loro capacità di stupirsi, di prendere tempo e di lasciare
che il tempo segua il suo corso. Insieme potremo soffermarci sulla semplicità di un fiore che brilla nella luce annunciando un frutto, una nuova avventura, un seme, quindi un’invenzione».

ISBN: 978-88-6548-309-1
PAGINE: 160
ANNO: 2019
COLLANA: Habitus
TEMA: Ambiente, Metropoli e spazi urbani
Autori

Annalisa Metta

è professore associato in Architettura del Paesaggio all’Università Roma Tre. La sua ricerca si rivolge ad approfondimenti teorico-critici ed esperienze applicate sul progetto degli spazi aperti a diverse scale. Ne ha presentato gli esiti in diverse università e centri di ricerca, tra cui la University of Southern California, Los Angeles; l’École Nationale Supérieure de Paysage de Versailles /Marseilles; l’Accademia Nazionale di San Luca, Roma; la Parson School of Design, New York; la Cité de l’Architecture et du Patrimoine, Parigi. Nel 2017 è selezionata dalla School of Design–University of Pennsylvania tra i 16 studiosi emergenti più interessanti nell’avanzamento dell’architettura del paesaggio nella cultura contemporanea. Nel 2016-2017 è l’Italian Fellow in Landscape Architecture presso l’American Academy in Rome e dal 2017 ne è Advisor. Tra i libri recenti, Wild and the City. Landscape Architecture for Lush Urbanism (2019, con M.L. Olivetti), Southward. When Rome will have gone to Tunis (2018, con J. Berger), Anna e Lawrence Halprin. Paesaggi e coreografie del quotidiano (2015, con B. Di Donato). È tra i fondatori di Osa architettura e paesaggio, in Roma (2007). Tra i progetti, Bosco Italia, Padiglione italiano alla XIII Biennale di Architettura di Venezia (2012), il progetto vincitore del concorso a inviti per il Parco fluviale di Poste Italiane, Roma (2018), il progetto secondo classificato al concorso per il Parco del Ponte, a Genova (2019).

Claudia Mattogno

architetta, è professore di prima fascia di Urbanistica e insegna presso il corso di laurea di Ingegneria Edile-Architettura di Sapienza Università di Roma. I suoi campi di ricerca si collocano nell’ambito del disegno urbano con particolare riferimento alla struttura e al significato degli spazi di relazione, alle trasformazioni e alla riqualificazione dell’edilizia residenziale pubblica e del paesaggio contemporaneo, agli studi di genere.

Florence Ferran

è professoressa associata in letteratura francese presso l'Università di Cergy-Pontoise Paris Seine, specialista del Settecento e dei rapporti tra Letteratura e Arte. Lavora a Roma in quanto Addetta alla cooperazione scientifica e universitaria dell’Ambasciata di Francia in Italia. Ha curato con René Demoris, La peinture en procès, PSN, Paris 2001; con Delia Gambelli, Revers de fortune. Les jeux du hasard et de l’accident au XVIIIe siècle, Bulzoni, Roma 2009; con R. Demoris e C. Lucas-Fiorato, Art et violence. Vies d’artistes entre Italie, France, Angleterre, XVIe-XVIIIe siècle, Desjonquère, Paris 2012; con O. Belin, Les Ephémères, un patrimoine à construire, Fabula “Colloques”, 2016; con E.-M. Rollinat e F. Vanoosthuyse, Image et  enseignement, Honoré Champion, Paris 2017; con O. Belin, Les éphémères et l’événement, MSH, Paris 2018; con F. Moulin e E. Pavy, Lafont de Saint-Yenne, l’art, l’architecture, la ville, Diderot Studies 36, Droz, Genève 2019.

Florence Ferran, Claudia Mattogno, Annalisa Metta (a cura di)

RASSEGNA STAMPA

«Coltiviamo il nostro giardino» su @Eurocomunicazione

Qui la recensione di Maria Tatsos.


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